La rete dei Gruppi di azione nonviolenta la scorsa domenica 18 aprile ha portato le bandiere della pace tra i padiglioni di Exa, la fiera di armi leggere che vede le maggiori aziende produttrici di armi leggere e di piccolo calibro a livello mondiale. Secondo il metodo nonviolento le azioni sono state concordate con il coordinamento di realtà e movimenti che localmente promuovono la campagna “Disarmiamo Exa”, che chiede una modifica del regolamento affinché le armi da difesa e le armi impiegate nei conflitti non trovino più spazio all’interno dell’esposizione. A partire da metà mattina i Gan muniti di trampoli e di grandi occhi di cartapesta hanno distribuito all’esterno migliaia di volantini parlando con i visitatori per informali dei milioni di morti causati dalle armi leggere nel mondo e chiedendo se le armi “sono un diritto o un delitto”. Dalle 11.30 un gruppo di una quindicina di attivisti ha portato proprio davanti all’ingresso della fiera le “carte della riconversione” che componevano da una lato l’immagine di un fucile e dall’altro quella di una bicicletta con i colori dell’arcobaleno. A un rullo di tamburi alcuni finti passanti cadevano morti e venivano coperti da un sudario con la scritta “le armi di Exa uccidono”. Alle biglietterie della fiera altri membri della dei Gan hanno attirato inscenato un azione di “teatro invisibile” per disturbare l’ingresso e creare discussione sulla vendita di armi da difesa e sicurezza personale e che fosse autorizzato l’ingresso dei bambini. La sicurezza della fiera ha invitato più volte i personaggi ad abbassare la voce o ad allontanarsi dall’atrio della biglietteria, ma senza ricorrere all’intervento della polizia. All’interno una decina di attivisti hanno infatti dimostrato tra gli stand con delle bandiere della pace riuscendo a denunciare pubblicamente la presenza di armi impiegate nei conflitti , tra cui le famose Beretta92 in dotazione all’esercito degli Stati Uniti. L’azione di denuncia ha visto momenti di dialogo con gli utenti della fiera che dimostravano di ignorare la destinazione delle armi leggere prodotte in Italia e esportate all’estero.
E proprio Brescia è la capitale italiana del settore delle armi con il 32% del totale delle esportazioni italiane che negli ultimi dieci anni, sono cresciute del 94. Dalla relazione annuale presentata all’inizio di aprile dal governo al Parlamento emerge che il 2003 è stato un ennesimo anno record per l’export italiano di armi: il numero di contratti autorizzati l’anno scorso dal governo ha raggiunto la cifra di 1 miliardo e 282 milioni di euro, addirittura il 40 in più rispetto al 2002 (quando ci fermammo a 920 milioni). Secondo la legge 185 del ’90 che regolamenta il commercio delle armi, l’Italia non potrebbe vendere armi a paesi belligeranti o regimi liberticidi. Nonostante tutto questo nell’elenco dei paesi di destinazione delle nostre armi compaiono paesi come il Pakistan o la Malaysia, retta da un governo autoritario che applica la legge islamica e la tortura e oggetto di una risoluzione del Parlamento europeo nel 2002 per una legge che consente la detenzione senza processo fino a due anni, rinnovabile in modo indefinito, per qualsiasi persona ritenuta una minaccia alla sicurezza. E tra i capitoli delle transazioni bancarie autorizzate dal Ministero dell’Economia per il commercio di materiale bellico tra gli istituti di credito coinvolti in queste operazioni compaiono Banca di Roma, Gruppo bancario S. Paolo Imi, Banca Intesa, Société Générale e la Bnl: insieme, hanno negoziato il 75% di tutte le operazioni autorizzate. Nella relazione del governo risulta ancora la presenza, tra le cosiddette “Banche armate”, di Unicredito, che pure, a maggio del 2001, cedendo alle pressioni della campagna “Banche Armate” , annunciò di non voler più sostenere le esportazioni di armi.
Su questo punto la rete dei Gan – www.retegan.net–continuerà la sua azione sui territori locali puntando a far pressione verso Unicredit e gli altri istituti per far si che abbandonino le “commesse armate” anche a rischio di pagare penali contrattuali. Una pressione che si collega bene con la campagna “Tesorerie disarmate” promossa dalla Rete di Lilliput che chiede agli enti locali e pubblici non territoriali l’inserimento nei prossimi bandi per le gare d’appalto per le tesorerie di una voce relativa al finanziamento del commercio di armi. Su questo fronte da registrare il risultato ottenuto nel Comune di Pavia dal Nodo di Rete di Lilliput. Tutte le informazioni su www.retelilliput.it






