Fiat Melfi, dal conflitto alla partecipazione

La piana di San Nicola di Melfi è stata il teatro di un scontro sociale inedito tra lavoratori e la direzione di una delle fabbriche tra le più produttive d’Europa. Dopo un mese di lotte è stato siglato nella mattina di domenica 9 maggio un accordo che la Fiat ha cercato fino all’ultimo di evitare puntando sull’accordo separato e l’intervento della polizia per reprimere e sconfiggere le rivendicazione dei lavoratori.
Circa 9.000 lavoratori della Fiat-Sata e dell’indotto hanno detto basta ad un regime produttivo fatto di repressione e di sfruttamento che mortificava ed umiliava la loro dignità, e hanno lottato contro la pretesa Fiat di ignorarne l’esistenza e di non ammetterli al tavolo di una trattativa sindacale che li riguardava.
I lavoratori di Melfi, dopo 10 anni di sottomissione e di assoggettamento alla logica e alla cultura imposta dalla Fiat, hanno rotto la gabbia e il muro eretto intorno a loro in questi anni e si sono battuti per rivendicare l’equiparazione salariale con tutti gli altri lavoratori del gruppo Fiat, migliori condizioni di lavoro e la fine del regime disciplinare di fabbrica che tiene 5.000 lavoratori della Fiat-Sata sotto il ricatto di provvedimenti disciplinari ripetuti, circa 2.500 solo nell’ultimo anno.
Con l’accordo si chiude un ciclo inaugurato nel 1994 che negava un ruolo alla contrattazione sindacale nella gestione dell’organizzazione del lavoro, e mette fine alla differenza salariale e normativa tra i lavoratori di Melfi e quelli delle altre aziende del gruppo.
Lo stabilimento di Melfi fu inaugurato nel gennaio del 1994 applicando ad esso la logica della fabbrica integrata progettata insieme al suo indotto per la produzione just in time, in pratica l’applicazione del modello di produzione giapponese molto osannato anche a sinistra negli anni ’80. A Melfi veniva sperimentata una logica partecipativa che non prevedeva il conflitto e l’autonomia del lavoro dall’impresa, per gli obiettivi della cosiddetta “qualità totale”. Si tagliavano i ponti con la storia e la cultura delle lotte operaie alla Fiat azzerandone la memoria, nasceva il cosiddetto “prato verde” tentando di affermare relazioni industriali in cui il sindacato fosse il garante della produttività dell’impresa, in una logica di subalternità alla sua centralità. Era la contropartita che la Fiat chiedeva per la decisione di investire nel Sud: occupazione contro diritti. Il modello si basava su una organizzazione del lavoro composta da gruppi di lavoro autogestiti che consentiva due settimane consecutive di turni notturni di 6 giorni ciascuno. Ai lavoratori della SATA era applicato inoltre un trattamento economico diverso dagli altri lavoratori FIAT : in pratica veniva riproposto il principio delle gabbie salariali con un diverso trattamento sulle maggiorazioni sui turni di lavoro e sulla applicazione degli integrativi FIAT che porta oggi un operaio di terzo livello di Melfi, con un salario mensile che stenta ad arrivare alle 1.000 euro mensili, ad una differenza di circa 2.000 euro in meno all’anno rispetto agli altri lavoratori del gruppo. Il costo del lavoro nella fabbrica di Melfi è però del 6,3% del valore della produzione rispetto al 14% del Gruppo Fiat, meno della metà, mentre la sua produttività ha raggiunto il livello di 88 auto all’anno per operaio, la più alta d’Europa, rispetto alle 49 di Mirafiori e vicino a quella della Nissan giapponese che è di 99 vetture. L’indotto di Melfi rifornisce oggi i componenti per l’assemblaggio delle autovetture per tutti gli altri stabilimenti del gruppo in Italia.
Insomma a Melfi si condensano la più alta produttività, la più alta flessibilità e la più bassa remunerazione del lavoro, combinato con un regime di fabbrica autoritario, da caserma, che ha infranto il mito della partecipazione e della collaborazione tanto strombazzato dalla propaganda che si è fatta in questi anni sul modello Melfi, additato come esempio da imitare per le relazioni sindacali e industriali tra lavoro e impresa nel nostro paese.
Questa presunta modernità è stata difesa e fatta propria da una parte del movimento sindacale in contrapposizione ad una cultura sindacale basata sull’autonomia del lavoro e sulla diversità degli interessi tra lavoratori ed impresa.
La Fiat ha tentato in questi anni di esportare il modello Melfi alle altre imprese del gruppo anche puntando su accordi separati contro la Fiom, incontrando forti resistenza tra i lavoratori.
Nel frattempo l’incantesimo si rompe ed entrano in scena i giovani lavoratori di Melfi che non ne possono più della tanto decantata “fabbrica-modello” e gridano “basta! ”, svelando l’inganno dello sfruttamento spietato e del regime da caserma a cui sono sottoposti. La scintilla della protesta parte dalla pretesa della Fiat di mettere in libertà, senza paga, i lavoratori della Sata a causa delle agitazioni promosse dagli altri lavoratori dell’indotto. È una vera rivolta unitaria e di massa di tutti i lavoratori di tutte le sigle sindacali che sostengono compatti una piattaforma “rivoluzionaria”, già presentata da quattro anni, che chiedeva di mettere in discussione radicale i sacri principi su cui si regge la presunta modernità dello stabilimento di Melfi. È la fine di un mito. La reazione di Fiat, Governo e di parte del sindacato è rabbiosa, e si scatena in particolare contro la Fiom, accusata di estremismo, che ha sostenuto senza ambiguità la richiesta e le successive decisioni di lotta dei lavoratori , e che riteneva le Rsu e i lavoratori di Melfi gli unici e autentici titolari di quella trattativa.
Le RSU chiedono un incontro alla controparte che nemmeno risponde, mentre una parte del sindacato apre un tavolo separato con la Fiat senza la Fiom e i rappresentanti dei lavoratori che nel frattempo sono scesi in lotta per chiedere l’apertura del tavolo di trattativa e l’intervento del governo per aiutare una soluzione positiva della vertenza. Alla protesta partecipano tutte le RSU- tra le quali la Fiom è una minoranza che non arriva al 20% – e gli iscritti alle varie organizzazioni sindacali, compresi gli aderenti a Fim, Uilm, Fismic che hanno la maggioranza tra gli iscritti e nella RSU aziendale.
È una vera “rivoluzione” sociale contro lo strapotere dell’azienda sui corpi e sulla dignità di uomini e donne che si ribellano ad essere considerati meno di un bullone.
La risposta di Fiat e Governo è emblematica e chiarificatrice della loro complicità ai danni delle richieste dei lavoratori: si chiede la cessazione delle lotte e delle agitazioni come condizione per invitare la Fiom al tavolo già aperto con le segreterie nazionali di Fim, Uilm e Fismic, che nel frattempo siglano un accordo separato con la Fiat, mentre il governo si dichiara da una parte estraneo alla vicenda e dall’altra invoca la sconfitta della Fiom, colpevole di stare dalla parte dei lavoratori, minacciando il ricorso alla forza pubblica contro i picchetti operai ritenuti illegali, in nome della libertà di crumiraggio. Che puntualmente scatta la mattina di martedì 26 aprile, quando la polizia in assetto antisommossa attacca i presidi operai ai cancelli della Fiat con l’obiettivo di disperdere e frantumare la protesta e la lotta dei lavoratori .
Scene e immagini da anni ’50 e ’60 si ripresentano agli occhi degli italiani, quando la polizia attaccava quasi immancabilmente i cortei operai e studenteschi .
La reazione dei lavoratori di Melfi è composta e rinsalda l’unità e il legame con le gente di Basilicata che partecipa in massa alle manifestazioni davanti ai cancelli della fabbrica. Vengono rimossi i blocchi dopo una partecipata e democratica assemblea operaia e riparte la trattativa con la presenza della Fiom e di una delegazioni dei lavoratori di Melfi con l’impegno che qualsiasi accordo dovrà essere sottoposto al giudizio democratico dei lavoratori interessati.
Mentre la Fiat sperava nella stanchezza del fronte di lotta e nelle divisioni del sindacato, i lavoratori e , rifiutando gli appelli alla ripresa della normale attività produttiva prima di una soluzione positiva della vertenza, affermano che intendono far pesare al tavolo delle trattative il peso specifico della loro mobilitazione.
E’ il segnale della svolta. La Fiat capisce che deve sedersi al tavolo della trattativa con tutto il sindacato e le RSU dello stabilimento di Melfi e dopo un serrato confronto sigla l’intesa.
Con questo accordo si può affermare che a Melfi è finita l’epoca della sottomissione del lavoro al modello imposto dalla Fiat nel 1994 e ne inizia una nuova col protagonismo della classe lavoratrice, che sta velocemente imparando, in barba al “prato verde”, l’esercizio della lotta sindacale, della democrazia, dell’autonomia e della solidarietà operaia. Si può anche sperare che da Melfi possa riprendere slancio una nuova unità tra tutte le organizzazioni sindacali fondata sulla partecipazione dei lavoratori e sulla democrazia sindacale.
Chi esce “sconfitto” da questa vicenda è il governo che ha puntato sulla divisione e sull’accordo separato, e che sta ancora aspettando il “rinsavimento” della Fiom, mentre noi aspettiamo, sfiduciati nell’attesa, quello del sottosegretario Sacconi, che si è assunto il ruolo di “fustigatore” della Fiom e della Cgil.
Questa vicenda dimostra inoltre, sconfessando le ideologie interessate sulla scomparsa del lavoro dipendente e sulla arcaicità di un conflitto sociale invocato solo da “estremisti irresponsabili”, che in realtà le ragioni del conflitto non sono eliminabili né con la repressione , né con la finzione della partecipazione operaia subalterna agli interessi dell’impresa, e che forse le classi sociali che si sono dichiarate scomparse in realtà hanno solo bisogno di essere reinterpretate.
Di Melfi e di questa lotta operaia così come di quella degli abitanti della vicina Scansano a difesa dell’integrità del territorio si dovrà tornare a discutere per trarne i dovuti insegnamenti. Soprattutto per una sinistra che ha abdicato alla sua funzione di rappresentare il lavoro e il conflitto sociale o che si rifugia nei movimenti.
E se provassimo invece a pensare che una vera lotta alla cultura e alle politiche neoliberiste e l’affermazione di un nuovo modello di sviluppo che coniuga giustizia sociale e giustizia ambientale passa proprio dalla riorganizzazione del conflitto sociale e da una nuova rappresentanza politica fondata sul lavoro da parte di una sinistra, unita e rinnovata?

Articolo per la rivista “Il Ponte”, maggio 2004.
Di Antonio Castronovi, segretario Cgil Roma Centro

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