Fra lo stupore e la rabbia ho appreso la notizia della sospensione a divinis, sia pure temporanea (sei mesi), del mio amico don Vitaliano Della Sala, al termine di un iter di sempre più pesanti mortificazioni e condanne canoniche inflitte dal vescovo della sua diocesi, l’abate di Montevergine. Credevo infatti che la precedente rimozione di Vitaliano dalla sua parrocchia di Sant’Angelo a Scala rappresentasse già un esito duro, drammatico per il parroco e l’intera comunità, di quello che a molti, attivisti dei social forum e non, appare piuttosto un accanimento ad personam.
Subito dopo ho riconsiderato la vicenda dall’ottica dei miei studi storici sul cristianesimo antico e inevitabilmente, se non altro sul piano storiografico, contemporaneo. E devo dire che, poste su tale prospettiva storica, le vicende di don Vitaliano non rappresentano solo un fatto personale, legato magari a una fobia anticomunista del vescovo (che credo non mancare), bensì un episodio di un conflitto decisivo e generale interno non già alla chiesa cattolica o a una delle confessioni cristiane, bensì allo stesso cristianesimo inteso nella prospettiva della tradizione (il passato) e del suo sviluppo (il futuro). Cioè una tessera di un puzzle la cui delineazione è ben lontana dal nostro sguardo, vuoi di studiosi, vuoi di operatori del sacro (il clero), vuoi come opinione pubblica.
Partiamo dalla vicenda in sé. Don Vitaliano incrocia i primi segmenti di quello che poi sarà il microcosmo del “movimento dei movimenti”, in particolare viene a interessarsi in epoca precoce all’esperienza zapatista in Chiapas, partecipando all’entusiasmante Marcha del Color della Tierra fino a Città del Messico del 2001, incontrando il subcomandante Marcos e costruendo un memorabile presepe con un Gesù Bambino dal viso coperto da un passamontagna. Pertanto appare puro truismo, una sorta di banalità maligna, evocare per don Vitaliano il canone 1371, comma 2, come fa il vescovo. “Sia punito con giusta pena” (ma con ampio margine di discrezionalità) chi “in inoboedentia persistit” (“persiste nella sua disobbedienza”).
Negli stessi anni (anni Ottanta e Novanta), il dissenso cattolico si è ormai ridotto a sparute minoranze; nei palazzi ufficiali della chiesa cattolica regna incontrastato il conformismo, di una religione che nella crisi della politica dei partiti e delle istituzioni può permettersi di vivere senza un partito confessionale di riferimento, con un forte presenza sul piano mediatico, della produzione culturale (si pensi alle molteplici frequenze di Radio Maria) e della formazione giovanile. A corollario, non sempre docile, di tale rinnovato ruolo pubblico della chiesa si muovono alcuni movimenti caratterizzati da una notevole commistione di religioso, politico e finanziario, come le discusse “Comunione e Liberazione” e “Opus Dei”. Alcune voci dissonanti si trovano isolate, marginalizzate e finanche oggetto di precisi interventi censori: emblematico è il caso di padre Alex Zanotelli, che, dopo gli attacchi ricevuti per aver rivelato (su Nigrizia, rivista legata alle missioni comboniane) il ruolo del governo italiano nel traffico internazionale di armi, preferisce il soggiorno missionario in una discarica di Nairobi, Korogocho, destinata a divenire famosa come luogo simbolo dei dannati della terra. Ma non meno significativo sarà il tentativo, di fatto coronato da successo, di neutralizzare la memoria di un vescovo come don Tonino Bello, divenuto soltanto l’autore di rosari e testi mariani, senza alcuna menzione dei suoi “auguri scomodi” o dei suoi interventi su il manifesto da pacifista senza se e senza ma.
Questa fase è quindi stata segnata dal riflusso della dissidenza intracattolica e dell’affermazione di un modello di chiesa accentratore, gerarchico, dalla pastorale invasiva, fortemente interconnessa con le istituzioni civili (da cui il tratto neopatriottico anziché pacifista di parte del clero) e con la cultura borghese, incentrata sul carattere naturale della proprietà privata, sulla competività sociale (sia pure in parte limitata da pratiche solidaristiche) e su un modello di famiglia rigidamente tradizionale. Lasciando da parte le icone di questa fase, invero perdurante, va sottolineato che tale tendenza, ufficiale si badi bane, si salderà ben presto con la linea culturale occidentale dello “scontro di civiltà”, declinata nella sua variante religiosa: la richiesta insistita dell’inserimento di radici cristiane nel Preambolo di una Costituzione europea, destinata peraltro a santificare una ben altra divinità, il Mercato, la Mammona di evangelica memoria.
Sappiamo credo tutti bene che attualmente la chiesa cattolica, le chiese cristiane, come tutte le religioni dell’umanità non sono blocchi monolitici né completamente uniformi: lo stesso episcopato italiano lo testimonia, come anche la galassia di movimenti ecclesiali. Non è più possibile, se mai lo è stato davvero, un controllo totalitario delle singole personalità: l’evoluzione dei costumi, lo sviluppo di una opinione pubblica non lo consentirebbero. Allora, variante non da poco, si colpiscono alcune posizioni. Sembra quasi che la chiesa voglia dire, mediante la condanna di Vitaliano, alle restanti dissidenze o alternative interne: “Guardate, non esagerate in radicalità con le vostre prese di posizioni”. Chi dissente non verrà colpito fintantoché resta nei limiti prestabiliti. Il commercio equo e solidale, la coscienza ecologica, la bandiera della pace a casa vanno bene o sono tollerati, come diversificazione del proprio marketing sul mercato religioso giovanile attuale; la disobbedienza, il confronto con i fermenti radicali riemersi negli ultimi quattro anni (dal 2001 in poi) sono deprecati e condannati. Nasce un nuovo reato nel codice canonico: la partecipazione ai social forum. Ovvero l’incompatibilità fra amministrazione del sacro e attivismo altermondialista. Una Pascendi, la nota enciclica che “scomunicava” i comunisti (e mai formalmente abrogata), non più solo antimarxista, ma contro i movimenti per un altro mondo è forse nell’aria? Si tratta forse di una novità nella storia bimillenaria del cristianesimo? Apparente, solo formale però, poiché il principio di tale attitudine esclusiva la ritroviamo già in un concilio pare svoltosi a Elvira, cittadina iberica, agli inizi del IV secolo: “eo quod nulla possit esse societas fideli cum infedeli”, cioè “non vi può essere alcuna relazione fra un fedele e un non fedele”. Giova menzionare che tale concetto segue, per rafforzarlo, il divieto di matrimonio fra cristiani ed eretici o giudei.
Forse sarebbe opportuno iniziare a discutere pubblicamente una volta per tutte del destino del cristianesimo in una società complessa e disegualitaria e su di un pianeta che non reggerà ancora a lungo l’impatto dell’attuale sistema economico. Non è questa la sede, né tantomeno chi scrive la persona adatta a farlo. Tuttavia le vicende di don Vitaliano – lo ribadisco – vanno oltre il fatto personale, ci parlano di una chiesa ufficiale inadeguata di fronte alle sfide della pace e dell’accoglienza, di quella valorizzazione delle differenze, della sobrietà come unico stile di vita accettabile e sostenibile. Incapace di capire – ce lo continua a profetizzare dalla sua Catalogna il teologo Panikkar – che ormai il cristianesimo come attardato epigono della cristianità ancien régime non ha futuro, perché i dannati della terra prevarranno e non daranno alcun peso alla religione del concilio di Nicea, e anzi avranno legittima rabbia contro quella dei colonialisti di ieri e di oggi e dei centri di permanenza temporanea, come il caso scandaloso della diocesi di Lecce.
Questa è roba che può durare ancora per poco. L’unica prospettiva è – in chiave teologica – ritornare al Kerugma (annuncio del Cristo, annuncio che è Cristo), come ricorda Cettina Militello. In chiave storica, farla finita con l’autorappresentazione come religione dell’Occidente, di una classe sociale, la borghesia, priva di innocenza, di una casta di operatori del sacro come unici (o comunque privilegiati) mediatori fra l’uomo e il divino. Passare, forse, dal cristianesimo alla cristiania (ancora Panikkar). Non una religione politica o un moralismo religioso. Ma neppure una chiesa come freno delle proprie potenzialità umane migliori, una religione come ostacolo alla convivenza pacifica.
Le vicende di don Vitaliano, in tale ottica, possono essere, al di là delle sofferenze arrecate al nostro caro amico sacerdote, quasi un’opportunità. Personalmente una definitiva scelta aconfessionale. Collettivamente, ricominciare a pensare un’appartenenza religiosa non strutturata, non prestabilita, aconfessionale. Dopo la fine del dio-tappabuchi, la fine delle chiese-gabbie identitarie. Andiamocene altrove.
Gaetano Colantuono
Dottorando di ricerca (Univ. di Bari)
gaecolant@libero.it






