È ancora buio alle 05,30 del mattino. Ma in Avenue de l’Imprimerie, davanti al seggio 10/A del College Municipal di Bwiza, uno dei quartieri più poveri di Bujumbura, capitale del Burundi, la gente è gia in fila nonostante l’apertura dei seggi di voto per il referendum sulla nuova costituzione sia prevista per le 06,30. Donne avvolte nei tradizionali drappi dai colori forti, alcune con i figli in spalla, anziani, ragazzi senza scarpe e chi invece si è messo il vestito buono.
In tanti sono rimasti pazientemente in coda anche fino alle otto per attendere l’inizio delle operazioni di voto. Nella parte vecchia del quartiere, al seggio “Ancienne zone, n. 1”, la fila con lo scorrere delle lancette si è allungata a dismisura. Gli addetti ai lavori stanno ancora sistemando le urne e gli “isoloirs” donati dal governo sudafricano e trasportati in tutto il Burundi con mezzi delle Nazioni unite, presenti dallo scorso giugno nel paese con una missione di peacekeeping.
Questo piccolo Stato africano situato al centro della regione dei Grandi Laghi, tenta a fatica di uscire dall’incubo di undici anni di guerra civile. Il referendum del 28 febbraio costituisce la prima tappa di un processo che dovrebbe portare il paese a dotarsi di nuove istituzioni e rappresentanti eletti dal popolo, ponendo così fine a un processo di transizione post-conflitto caratterizzato da governi di unità nazionale espressione dei diversi gruppi politici e delle fazioni armate che hanno firmato gli accordi di pace grazie alla mediazione del Sudafrica e di altri attori internazionali.
Nonostante i ritardi ed i problemi di natura tecnica relativi alle liste elettorali, alla distribuzione delle tessere di voto e all’inchiostro indelebile, la giornata del voto non ha fatto registrare problemi rilevanti di ordine pubblico. Col passare delle ore la tensione che ha preduto la chiamata alle urne si è sciolta mentre la radio, il mezzo di comunicazione più seguito in questa parte dell’Africa, riferiva del sereno svolgimento del voto nell’intero paese.
Alla vigilia del referendum, l’unico gruppo armato che non ha ancora sottoscritto gli accordi di pace, le Fnl (forze nazionali di liberazione), che controlla buona parte di Bujumbuar Rural, un’ampia regione collinare a ridosso della capitale, aveva dichiarato attraverso il portaparola Paster Habimana che non avrebbe interferito nello svolgimento del voto. I ribelli hanno per la prima volta dichiarato la disponibilità a negoziare con il governo che i burundesi saranno chiamati ad eleggere con le prossime scadenze elettorali, per le quali esistono al momento solo date indicative. Il processo elettorale post-transizione del Burundi avrebbe dovuto essere completato entro l’ottobre dello scorso anno. Ma anche la scadenza elettorale dell’aprile 2005 sembra difficile da rispettare.
Le misure di sicurezza messe a punto per la giornata del voto sono state ingenti. I 5348 caschi blu dell’Onub, l’operazione della Nzioni unite in Burundi hanno pattugliato l’intero paese.
All’esterno dei seggi elettorali i 20.000 poliziotti con indosso le divise blu del nuovo corpo di polizia che comprende oggi gli ex ribellli delle Fdd (foze di difesa della democrazia), braccio armato del Cndd (Consiglio nazionale per la difesa della democrazia), una delle principali componenti hutu dell’attuale governo di transizione, imbracciavano il kalasnikov. Gli uomini armati fanno ormai parte del paesaggio in questo paese e nessuno vi ha prestato attenzione.
L’enorme affluenza dei burundesi alle urne ha dimostrato la determinazione di questo popolo a far sentire la propria voce. Dei tre milioni di burundesi iscritti nelle liste elettorali ha votato infatti oltre il 87 per cento aventi diritto.
“Sono qui perché con questa nuova legge (la Costituzione, n.d.r.) potremo eleggere noi le persone che ci governano”, dice Donatien, 45 anni, che non sembra sapere molto altro del contenuto della nuova carta costituzionale. Donatien è uno del milione e 408.357 burundesi che ha infilato nell’urna la scheda bianca con su scritto ego, “si”.
La nuova costituzione post transizione del Burundi è stata infatti approvata con una maggioranza schiacciante, oltre il 90 percento dei voti validamente espressi. Le schede di colre nero con la scritta oya, “no” sono state solo 144.076.
Un voto che riflette la composizione etnica del paese, di cui fanno parte due etnie prevalenti, gli hutu, 85% della popolazione ed i tutsi, 14. Il restante 1 è rappresentato dat Twa o batwa, i pigmei, meno coinvolti nel processo di transizione che vive il paese e marginalmente coinvolti dal conflitto interetnico della regione.
L’ultima volta che il popolo burundese è stato chiamato alle urne risale al 1993, anno delle uniche libere elezioni nella storia del paese. Il voto assegnò allora la presidenza a Melchior Ndadaye, il primo presidente hutu del Burundi. Quattro mesi dopo la sua elezione Ndadaye fu assassinato da un commando di miltari tutsi durante un tentato colpo di stato. L’ennesimo nella storia di questo bellissimo e tormentato paese che si affaccia sulla riva destr del Lago Tanganika. Fu l’inizio di una sanguinosa guerra civile durata 11 anni in cui hanno perso la vita 300.000 persone, in prevalenza civili.
L’approvazione della nuova costituzione mette fine al dominio politico-istituzionale dell’elite tutsi, la “maggioranza minoritaria” che ha governato il paese dall’indipendenza bel 1962, grazie soprattutto al controllo dell’esercito. Il gruppo di potere oggi maggiormente minacciato dal cambiamento è quello degli ex golpisti provenienti in prevalenza dal distretto di Bururi, a sud del paese. “In tanti hanno paura per il proprio avvenire ora che saranno scalzati dai posti di comando. La vita delle persone non cambierà con le elezioni. Il popolo intravede in questo voto solo la possibilità di venir fuori dalla crisi. La gente qui è stremata, vuole solo normalità e per me che sto meglio di tanti altri la sola cosa che importa è di farla finita con la transizione e questa situazione di caos e d’impunita. Voglio dormire tranquillo la sera”.
Deogratias, quarantenne impiegato in una grande organizzazione internazionale, è andato all’università e dice di conoscere il nuovo testo costituzionale “almeno a grandi linee”. Sa dunque che la nuova legge fondamentale dello Stato frutto degli accordi di pace di Arusha (Tanzania) del 2000, firmati grazie alla mediazione del Sudafrica e di altri attori internazionali, stabilisce quote di rappresentanza etnica nelle maggiori istituzioni del paese. L’Assemblea nazionale (parlamento) sarà composta per il 60% da rappresentanti dei partiti hutu e per il 40% da tutsi, mentre i seggi del Senato saranno spartiti al 50. Anche l’esercito e la gendarmeria saranno divisi a metà tra i rappresentanti delle due etnie. La nuova Costituzione sancisce infine una quota di rappresentaza per le donne fissata al 30.
Nonostante il “partage de pouvoir” garantito dalla nuova legge fondamentale dello Stato favorisca, almeno in termini numerici, i tutsi, all’indomani del referendum l’Uprona, il principale partito espressione di questo gruppo etnico, si è dichiarato “inquieto” e ha denunciato il pericolo della “monopolizzazione del potere da parte di un solo gruppo etnico-politico”.
Ma in un paese in cui l’analfabetismo supera la soglia del 50% percento è difficile immaginare che gli oltre tre milioni di aventi diritto al voto siano ferrati sul contenuto della nuova carta costituzionale.
Al di là del nuovo assetto politico istituzionale, tappa fondamentale per dare avvio alla normalizzazione di un paese precipitato nel caos, qualunque governo sia chiamato a guidare il Burundi alla fine della transizione, dovrà affrontare i problemi di uomini e donne la cui aspettativa di vita non arriva a cinquent’anni. E non solo a causa delle conseguenza della guerra. Nonostante sia uno dei paese più poveri del mondo, grazie a una politica di «recupero costi» nel settore sanitario attuata con il sostegno della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, in Burundi l’assistenza sanitaria è a pagamento. Ogni giorno dunque uomini, donne o bambini, muoiono per malattie curabili con un banale antibiotico. Anche il test per la malaria, il cui costo oscilla intorno ai due dollari, è proibitivo considerato che il reddito procapite in questo paese si aggira intorno ai 100 dollari l’anno.
Nel 2005, come in passato, il budget dello stato sarà completamente eroso dalla spesa per il debito estero e la difesa, mentre per far fronte ai bisogni socio-sanitari dei burundesi resteranno le briciole.
Una dinamica che costringe il paese a dipendere dalla cosiddetta economia dell’emergenza. Organizzazioni internazionali ed Ong sono infatti numerossissime nel paese. Ma la presenza del Pam (programma alimentare mondiale) e dei tanti cooperanti non ha impedito lo scorso dicembre l’insorgere di una gravissima crisi alimenare nel nord-ovest del paese che ha portato, in seguito alle denunce da parte degli amministratori locali di un elevato numero di decessi per mancanza di cibo, all’introduzione di una “tassa sulla fame” a cui sono stati chiamati a contribuire anche i lavoratori che guadagnao dieci dollari al mese.
Omicidi, violenze (in particolare sulle donne) e violazione dei diritti umani continuano, infine, in una ormai consolidata cultura dell’impunità.
È la risposta a questo tipo di questioni che le persone che hanno fatto la fila per votare il referendum sulla nuova Costituzione sperano venga fuori dall’urna elettorale.






