È antipatico, citare se stessi. Ma il nostro titolo della scorsa settimana, «La guerra è finita», suona quasi profetico, dopo l’annuncio di Berlusconi: da settembre comincia il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq. Del resto, era chiaro: dopo che il «fuoco amico» statunitense aveva ferito l’ostaggio appena liberato, Giuliana Sgrena, e ucciso il suo liberatore, Nicola Calipari, non solo la guerra si era finalmente mostrata per quel che è, una macelleria senza senso, ai milioni di italiani che in vario modo avevano manifestato negli ultimi due anni opposizione, disagio e perplessità; ma, in più, il tabù della politica nazionale, l’alleanza con gli Stati uniti, si era più che incrinato. È quel che ha scritto, sulla Repubblica di domenica scorsa, Ilvo Diamanti, citando un sondaggio secondo cui oltre un italiano su tre giudica nocivo e pericoloso il legame con Washington. Inoltre, la domanda su Calipari resta angosciosamente sospesa: entro qualche settimana, la famosa commissione mista italo-statunitense qualcosa dovrà dire, e tutti – Berlusconi compreso – sappiamo che Bush non derogherà dalla regola di sempre, per cui i militari nordamericani non sono processabili da altri se non dalle corti marziali statunitensi.
La vicenda di Giuliana ha funzionato da catalizzatore: la composizione chimica complessa che si era creata, nella coscienza diffusa, attorno alla guerra, è precipitata, dando per esito finale un’avversione generalizzata alla guerra sotto comando Usa. Tutto questo è stato reso possibile da due anni e oltre di mobilitazioni gigantesche e di attività microscopiche e incredibilmente diffuse, dal più piccolo comune alla piazza San Giovanni colma dei tre milioni di persone del 15 febbraio 2003. Così, coloro che hanno giudicato, con troppa fretta, fallito un movimento che «non ha fermato la guerra», hanno sbagliato. Perché immaginavano un scontro tra «potenze» da risolversi in una battaglia campale, come quelle che si vedono nello «Spartacus» di Stanley Kubrik: un esercito di schiavi contro le legioni romane.
Non è per caso che Spartaco e i suoi furono sconfitti. L’opposizione alla guerra, in Italia, ha seguito altre strade: l’accumulo progressivo, molecolare, più culturale che immediatamente politico, delle condizioni – nell’informazione e nell’opinione, nella stabilità della politica – che avrebbero infine costretto a cedere il più fedele alleato di Bush, colui che ha montato una macchina di propaganda tanto potente, da trasformare in «missione di pace» la partecipazione all’occupazione illegale e violenta di un altro paese; in «eroi» i poveri morti di Nassiriya; in inizio della democrazia irachena elezioni monche, e in cui, in ogni caso, chiunque ha votato lo ha fatto per mandar via gli americani; in quasi-colpevole della morte di Calipari, infine, Giuliana Sgrena.
Ma il trucco non reggeva più. E le elezioni si avvicinano. Così Berlusconi, la cui unica morale politica, diciamo così, è l’occupazione del potere, ha dovuto adeguarsi, cancellando d’un colpo tutta la narrazione virtuale di un Iraq “liberato”, “pacificato” e “democratico”. E aprendo ancor più lo strappo con Bush, tanto da indurre la signora Rice, colta di sorpresa, a dichiarare: «Confido che il ritiro italiano sia totalmente coordinato con le forze multinazionali». «Confido», ha detto.
Non era un gran merito, dire in anticipo «la guerra è finita».
Solo qualcuno ignaro del sentimento popolare, o indifferente, e assorbito in altri calcoli o smarrito in linguaggi bizantini poteva non capire quel che stava succedendo nella società e perfino negli apparati armati dello stato, offesi dall’omicidio di Calipari e stanchi di fare da bersagli, in Iraq, senza ragione. Quel qualcuno esiste: è il grosso del centrosinistra, i «riformisti», i quali, drogati di conformismo e convinti che il modo migliore per prendere voti sia mimetizzarsi, hanno perso, nel voto sulla spedizione in Iraq, una enorme occasione di interpretare l’opinione del loro elettorato e oltre.
Ora si dirà che il ritiro avverrà lentamente, e il manifesto ha scritto che si tratta di una «mezza ritirata». È vero. Ma quel che conta, dal punto di vista di Berlusconi, è l’«effetto annuncio», come sempre. E l’annuncio dice: ritiro. Comunque la si guardi, è una resa, e se fossimo bellicisti dovremmo dire «abbiamo vinto noi, ha vinto la pace». Almeno, per quel che riguarda l’impegno militare del nostro paese. Resta la guerra in Iraq, che gli americani stanno perdendo [come ha scritto Walden Bello su Liberazione] e che precipita sempre più in uno scontro confuso che colpisce la gente, la società, le città. Ma quel che si può dire è che se noi, come i pacifisti spagnoli, abbiamo indotto i governi a ritirare le truppe, il movimento globale per la pace potrà, in futuro, ottenere lo stesso con le truppe inglesi e statunitensi. Ci vuole tempo, e pazienza.






