Oggi i bambini soldato nel mondo sono più di mezzo milione, reclutati nelle forze armate governative, nelle milizie civili, nei gruppi paramilitari e nei gruppi armati non governativi. Il “Global Report on Child Soldiers” è lo studio più completo e dettagliato sulla loro condizione e distribuzione geografica. Poco sorprende scoprire che la loro presenza è particolarmente significativa nei paesi del sud del mondo, ma i paesi industrializzati sono compresi nella lista.
Secondo il rapporto, in quasi tutta l’Africa combattono bambini-soldato, arrivando a situazioni estremamente critiche in Uganda (dove undici anni di guerra civile hanno costretto alle armi più di 7 mila bambini) e in Sudan; in Asia l’elenco prosegue con Myanmar (ex Birmania, uno dei paesi con il più alto numero di bambini-soldato), Afghanistan, Sri Lanka, Nepal, Filippine, Cambogia e Indonesia; in Medio Oriente i bambini combattono in Iraq, Iran, Turchia, Algeria, Yemen, Israele e nei Territori occupati palestinesi, in America latina in Colombia, Perù, Paraguay, Messico.
In Europa, il rapporto segnala bambini soldato in Bosnia-Herzegovina, in Kosovo, Macedonia, Turchia, Cecenia, Gran Bretagna: attualmente, militano nelle forze armate inglesi più di 5mila reclute con meno di diciotto anni. Nella guerra delle Falklands-Malvinas, nella prima guerra del Golfo e nel Kosovo hanno combattuto militari minorenni. Oltre la metà di tutti gli stati membri dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) accettano minori di 18 anni nelle proprie forze armate.
Negli Stati uniti d’America hanno combattuto ragazzi minorenni nella prima guerra del Golfo, in Somalia e in Bosnia. In quasi ogni stato americano si organizzano i campi dei giovani marines (Young Marines): seguono il programma ufficiale del “Dipartimento della difesa per la riduzione della droga nel Corpo della Marina”, e la loro missione è “sforzarsi di inculcare i valori di coraggio, onore, integrità, impegno e disciplina; per promuovere un clima mentale e morale in cui vengono applicate istruzioni militari”. In questi “Boot Camp”, maschi e femmine dagli otto anni in su, possono “formarsi” studiando storia, auto-disciplina, igiene personale, gradi e struttura militare; e allenarsi facendo vere e proprie esercitazioni da campo: con uniformi, scarponi e bottiglie d’acqua, i giovani marines imparano a marciare, a cantare l’inno e a sparare. Nel manuale ufficiale d’addestramento, conclamato il fascino che i ragazzi hanno per le armi da fuoco, si sottolinea l’importanza di insegnargliene un uso appropriato. La materia del tiro al bersaglio è particolarmente consigliata, e non ci sono restrizioni di età per iniziare: si può imparare a sparare a otto anni, basta che ci sia il permesso dei genitori.
La Convenzione sui diritti dell’infanzia (del 1989) pur definendo “bambino” ogni essere umano sino ai 18 anni, si limita a impegnare gli stati a non arruolare minori di 15 anni nelle azioni di guerra.
Stati Uniti e Somalia sono gli unici due stati a non aver ratificato la Convenzione, e applicano, unitamente ad Australia, Regno unito e molti altri paesi, la pratica di accettare volontari di sedici anni negli eserciti regolari e nei gruppi armati.
È curioso pensare che ad un ragazzo di sedici anni sia riconosciuta l’idoneità e la libertà di combattere, sparare e partire per la guerra, ma non quella di bere alcolici e di votare.
Nel 2000, il Protocollo addizionale alla Convenzione sui diritti dell’infanzia stabilisce che il reclutamento obbligatorio può avvenire a 18 anni, mentre per quello volontario è sufficiente aver superato i 15 anni. La ferma opposizione statunitense (ma non solo) ha impedito che nel Protocollo si estendesse l’obbligo dei 18 anni anche per il reclutamento volontario in eserciti regolari. Ciò vuol dire che ragazzi di 16 anni possono decidere di arruolarsi come volontari.
La causa dell’esistenza dei bambini soldato è la guerra. Di religione o territorio, per il petrolio e le risorse, i diamanti o l’acqua, ciò che la rende possibile è una bomba, un fucile, un aereo, un’arma da fuoco pronta ad eliminare il nemico.
Il fiorente mercato delle armi volge all’estero il suo sguardo e il suo business: la maggior parte degli acquisti sono effettuati dai paesi poveri, tormentati zoppi sulla via dello sviluppo.
Lo dice il rapporto “Conventional arms transfers to developing nations 1995-2002” redatto dal centro studi e ricerche del Congresso americano. Si tratta di una delle pubblicazioni più autorevoli sul commercio mondiale di armi. Secondo lo studio, gli Usa non esportano in maniera significativa in Africa (dove hanno venduto soprattutto Germania e Russia) ma piuttosto in Medio Oriente. Altre armi vengono regalate dagli Usa a Israele attraverso il programma Excess Defence Articles: dal 1994 al 2001 sono giunti in Terra santa 64.744 fucili, 2.469 lanciagranate e 1.500 mitragliatrici, oltre a proiettili e obici di vario tipo.
Da dieci anni i principali esportatori di armi nel mondo sono gli Stati uniti (che coprono il 47 per cento dell’offerta) seguiti da Russia, Francia, Regno unito e Italia.
Anche questo settore commerciale è orientato dalle esigenze dei clienti e, se fucili e mitragliatrici devono essere imbracciati da ragazzi e bambini, l’evoluzione tecnologica traduce la necessità in prodotto: armi leggere, semplici e maneggevoli, ma soprattutto a prezzi accessibili. In Uganda una mitragliatrice automatica si può comprare con 10 dollari o, in mancanza di verdoni, barattare con un pollo.
In testa a queste nuove produzioni, della e per la new generation, troviamo Usa, Regno Unito e Italia.
Costretti dai rapimenti o dalla fame, dalla disperazione della necessità, dal non avere altre alternative per sopravvivere, la vita dei bambini-soldato è segnata da profondi solchi di terrore. Per insegnargli come usare violenza, vengono costretti ad assistere, o prendere parte, a torture ed esecuzioni di genitori, familiari e conoscenti. Per fargli passare la voglia di scappare si insegna loro a punire, mutilare e uccidere i compagni “disobbedienti”. Stanchezza, dolore e sofferenza vengono combattuti a suon di alcol e droghe (soprattutto anfetamine). Narcotizzati, spenti e denudati della loro ingenuità, sono pronti a diventare imbattibili, violenti signorsì.






