La presenza di Romero

Sono passati venticinque anni dalla sera in cui un colpo di fucile fermò l’impegno di monsignor Oscar Romero per la causa dei poveri in El Salvador; molto tempo per un piccolo paese che da quel momento ha vissuto una sanguinosa guerra e il duro lavoro di ricostruzione sociale dopo gli accordi di pace. Sulle tracce di Romero, cinque anni fa è nata in Italia l’Associazione Sal [Solidarietà con l’America latina] che si propone di costruire un ponte di conoscenza e di collaborazione tra gruppi italiani e comunità del continente latinoamericano. In queste occasioni abbiamo incontrato Fredis Sandoval che è impegnato in El Salvador nella costruzione di una nuova esperienza di coordinamento delle comunità di base, che andò perduto dopo l’assassinio di monsignor Oscar Romero.

La figura di Romero è ancora presente in El Salvador?

“In questo momento sentiamo che la sua memoria è sempre più diffusa e forte nel popolo salvadoregno, a diversi livelli. Ad esempio, fa piacere scoprire che i giovani lo percepiscono come la persona che si è battuta e impegnata per la difesa dei poveri, dei diritti umani, della giustizia sociale, per il bene del suo popolo, e ha agito con verità e fermezza davanti ad un sistema oppressore. Questa figura è entrata nella coscienza sociale. Vi sono poi gruppi di parrocchia, associazioni, movimenti che hanno organizzato incontri di riflessione su problematiche specifiche, hanno approfondito la vita di Romero, anche attraverso il confronto con la realtà attuale, per vedere se viviamo le stesse problematiche e speranze oppure se abbiamo compiuto passi in avanti. La domanda principale è: cosa ci ha insegnato Romero e a cosa ci impegna nel nostro tempo?”.

Seguendo il messaggio di Romero, su cosa si può lavorare per affrontare i problemi attuali?

“Innanzi tutto sull’analisi della realtà: chiedersi cosa succede veramente, quali sono i problemi, i fatti che vanno contro la vita dei poveri, delle persone, del bene comune e del popolo. Vuol dire scoprire le cause, le conseguenze, i responsabili, le vittime di questi fatti. Da qui scaturisce la denuncia, quando la vita e la giustizia sono calpestate.
In secondo luogo sulla formazione, coscientizzazione. Abbiamo bisogno di svolgere un servizio alle generazioni presenti per trasmettere il pensiero, la parola, l’insegnamento di Romero, nel contesto della Parola di Dio, della fede cristiana, dei principi umani, di giustizia.
In terzo luogo sull’organizzazione sociale, popolare, di base. Perché il sistema cerca in tutti i modi di creare divisione, di offrire solo prodotti e servizi, senza ascoltare i bisogni delle persone, che sono nella maggioranza povere. Sono i problemi della salute, dell’acqua, della scuola, della casa, del lavoro. Se la gente non si organizza non sarà più ascoltata né soddisfatta nelle necessità fondamentali.
Un ultimo terreno è quello della creazioni di processi di sviluppo sociale.
Queste credo che siano le tappe fondamentali su cui si dovrebbe lavorare. In El Salvador non siamo a zero su questo versante. Dopo gli accordi di pace le comunità si sono in un certo modo organizzate meglio. Un esempio: con il terremoto del 2001 le comunità più organizzate hanno gestito gli aiuti in maniera migliore. Invece le altre hanno stentato a far partire programmi di assistenza all’emergenza, e stenteranno ancora di più ad andare contro le cause delle cattive condizioni di vita. Questo vuol dire che bisogna lavorare sul piano organizzativo e avviare processi di risposta ai problemi concreti”.

Sicuramente l’organizzazione delle comunità di base ha contribuito a mantenere vivo il messaggio di Romero. Ma spesso è mancato il coordinamento di queste azioni verso obiettivi comuni, anche insieme ad altri tipi di esperienze non necessariamente cattoliche. È questa la nuova sfida?

“Sì, al tempo di Romero le comunità di base hanno vissuto assieme un percorso di coordinamento delle azioni a favore della giustizia sociale in El Salvador, ma con la guerra e la persecuzione questa esperienza venne ridotta drasticamente, perché le comunità venivano minacciate e distrutte. Tuttavia al livello centroamericano nacque nei primi anni ‘80 il Coordinamento Oscar Romero del Centro America [Corca], che raccoglieva le comunità di base di Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica, ecc. Poi questo strumento di coordinamento non è scomparso ma è rimasto quasi solo a livello nazione. L’anno scorso abbiamo riunito diverse realtà di El Salvador, comunità di base, gruppi, gente che lavora nel campo dei diritti umani e ambientali, per ravvivare dentro El Salvador il coordinamento delle comunità, per creare una rete di sostegno, di impegno verso nuove prospettive. Anche per invitare le comunità di base del Centro Amenrica a rinnovare l’identità e l’azione del Corca e, sul piano internazionale, del Segretariato Internazionale di Cooperazione e Solidarietà con l’America Latina [Sicsal]. Con questi obiettivi è nato il Coordinamento ecumenico della Chiesa dei poveri di El Salvador [Ceipes]”.

Quali sono le prospettive di azione di questo nuovo coordinamento?

“Intendiamo stimolare impegni e lavori come prassi dei membri del coordinamento, ma anche costituire reti e alleanze di azione sociale, rispettando l’identità di ogni singola realtà e creando possibilità di nuove forme di collaborazione.
La prospettiva è ecumenica e ciò vuol dire che accettiamo e rispettiamo le esperienze di fede secondo la prospettiva di Romero, cioè una fede incarnata nella realtà, una fede che viene anche domandata dalla realtà e che la illumina. Ciò vuol dire anche che ci identifichiamo con quello che si chiama il movimento di Gesù, con gli obiettivi di costruzione del Regno di Dio, della sua giustizia.
Pensiamo che le strutture gerarchico-istituzionali debbano essere al servizio di questa missione e non al contrario come a volte succede. E ci impegnamo per questo ad una evangelizzazione liberatrice, che parta dai poveri, con i poveri e per i poveri. E in questo ci ispiriamo sempre alla testimonianza e alla parola di Oscar Romero”.

Perché viene chiamata Chiesa dei Poveri?

“Perché è espressione della base della società e della chiesa, e vuole mantenere fede all’opzione dei poveri che hanno fatto i vescovi latinoamericani e che ha cercato di vivere e sviluppare Oscar Romero. In questo senso decisamente vogliamo agire a favore della vita, difendere la vita e promuovere la vita, che da noi vuol dire anche lottare contro le guerre e i sistemi economici sociali che impoveriscono la società. Cerchiamo di accompagnare e seguire iniziative di trasformazione della realtà, delle strutture sociali e politiche. Siamo sensibili anche alla promozione del ruolo delle donne nella società. Infine, condividiamo gli obiettivi del movimento sociale mondiale secondo cui “un altro mondo è possibile” e cerchiamo di esprimere questo ad esempio nel sostegno alla lotta contro i trattati di libero commercio e cercando di appoggiare alternative di vita sociale ed economica possibili.
Contestualizziamo tutto nel Salvador, per cominciare, perché apparteniamo a questo popolo, che attraversa un momento particolare della sua storia e così come al tempo di Romero vogliamo restare sempre al servizio della maggioranza della popolazione, non per un motivo politico-ideologico ma per un motivo di fede e di storia del nostro popolo, anche come identità. E questo vuol dire mantenere viva la memoria storica in El Salvador, della resistenza e anche del martirio nella nostra vita di popolo e di chiesa”.

Chi fa parte del Ceipes?

Siamo in rete con i coordinamenti di comunità di base [Cebes, Segundo Montes, Sercoba, ecc.], con alcuni Comité Oscar Romero, ma anche con comunità delle chiese luterane e metodiste, con i Biblistas Populares, con gruppi di difesa dei diritti umani e ambientali. Queste sono le realtà che per prime hanno risposto al nostro invito, ma tutte hanno collaborato a definire ed elaborare l’identità del coordinamento e gli obiettivi di questa nuova tappa della Chiesa dei Poveri".

Questa nuova sfida è iniziata da poco più di un anno, ma secondo te nel tempo può porsi come interlocutore politico – in un senso ampio – con le istituzioni per favorirne il cambiamento?

“Sì, noi ce lo auguriamo. Finora il tempo maggiore è stato speso per costruire la rete, i rapporti, identificare i bisogni, definire gli obiettivi e la progettualità. Gettiamo le basi per poter incidere a livello sociale, sui centri di decisione, anche al livello religioso. In particolare, cioè vuol dire chiedere ai vescovi e alle istituzioni di servizio pastorale un’impostazione più vicina al Regno di Dio, alla Chiesa dei Poveri, come l’abbiamo già vissuta al tempo di Romero.
Abbiamo fatto dei passi in questa direzione. Dal 21 al 24 marzo dell’anno scorso abbiamo organizzato l’incontro Corca a livello centro americano che è stato un buon punto di partenza. Poi abbiamo pubblicato una lettera aperta indirizzata ai credenti e a tutto il popolo di fronte all’insediamento del nuovo presidente eletto l’anno scorso, per cercare di dare un punto di vista critico, sociale, profetico in qualche modo, dal momento che dopo 15 anni di governo di destra affrontare un nuovo quinquennio senza cambiamenti rappresenta una grossa sfida. Abbiamo partecipato al Quinto Forum Mesoamericano che si è svolto dal 19 al 21 luglio dell’anno scorso a San Salvador. Un foro che cercava di rendere più forti i processi di resistenza sociale di fronte al modello neoliberale economico e promuovere iniziative di base. Quest’anno il 23 e 24 marzo abbiamo realizzato l’incontro ecumenico centroamericano di comunità di base, per condividere l’impegno verso la difesa della vita, per la promozione della dignità e dei diritti umani nei nostri popoli. L’incontro è stato anche celebrativo della memoria di Romero, per scoprire come il suo messaggio può sostenere la nostra fede, vita e prassi di impegno sociale. Cerchiamo così di recuperare e promuovere un coordinamento efficace di tutte le esperienze popolari, che mancava ormai da venticinque anni”.

Per chi desidera avere più informazioni su questa nuova esperienza è possibile contattare il Ceipes: ceipes@terra.com, Fredis Sandoval: jf.sandoval80@navegante.com.sv.
Per informazioni sull’Associazione Sal: info@saldelatierra.org.

Mail_long
20 ottobre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abdul abiti puliti aborigeni acqua Afganistan Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids alitalia altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina Americhe 2004 animalisti Annapolis antifascismo antimafia antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api Argentina Armenia armi Atene 2006 atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Bamako banca Banca mondiale Bangladesh banlieues basi militari Basilicata bene comune beni comuni Bergamo bilanci partecipativo biocarburanti biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein bollywood Bologna borse Brasile brimania Britel Bulgaria bussolengo Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Campania cantautore cantieri cantieri sociali Caracas Caracas 24/29 gennaio carbone carcere carovita Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiaiano chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro città cittadinanza clandestini clandestino clima Colombia comboniani commercio commercio equo commercio equo. decrescita comunicazione Congo conoscenza consumi consumo critico contadini controvertice cooperazione cornelio cornelio bizzarro cosa rossa cpt crisi crisi alimentare crisi finanziaria critical mass Cuba curdi dal molin De Gennaro Deavos