“Palestina non è terra, signori giudici. Palestina è diventata mille corpi che si muovono arando le strade del mondo, cantando il canto della morte, perché il nuovo Cristo, sceso dalla croce, prese il bastone e uscì dalla Palestina”. Mahmud Darwish
Il potere evocativo del nome Palestina è rimasto inalterato nel tempo. È cambiata però l’immagine evocata, la suggestione creata dal nome tocca altre corde e la santità di quella terra senza pace sembra scomparire sotto le macerie di un conflitto che allontana gli uomini dalla propria umanità. La Terra Santa era il percorso dei Magi sulla scia della cometa, il Golgota e l’orto di Getsemani, l’approdo dei Crociati, una terra di conquista per i suoi invasori, per i suoi abitanti una casa dalle porte sempre aperte dove le lingue e i culti si amalgamavano nel senso comune di appartenenza.
Oggi è uno scenario di guerra, dove nemmeno lo splendore della luce mediterranea riesce a vincere la tristezza degli alberi sradicati, l’oppressione dei muri e dei reticoli di filo spinato, la paura di morire che impregna i piccoli gesti della quotidianità, l’arroganza dei piccoli Rambo istruiti nell’arte dell’umiliazione ai checkpoint.
E così si dimentica la storia, svaniscono nel nulla un intero patrimonio culturale, i suoni, i sapori e i colori trasmessi di generazione in generazione, come se davvero la Palestina un tempo fosse un deserto arido buono solo per il passaggio delle carovane di beduini o dei pellegrini in visita ai luoghi santi, come se le arance di Jaffa non fossero già una delizia per le teste coronate di mezza Europa molto tempo prima che il mito del ritorno alla terra promessa del popolo ebraico si traducesse in un progetto politico concreto.
Si dimentica che la Palestina è soprattutto la terra dei palestinesi, di tutti gli uomini e tutte le donne che da sempre l’hanno abitata. Per i palestinesi, nonostante il tempo accresca la sofferenza e propaghi il germe della rassegnazione, esiste ancora un barlume di futuro, un futuro che necessariamente dovrà rendere reversibili la storia e quel processo che ha trasformato i palestinesi in esuli o in un popolo costretto a vivere schiacciato da un’occupazione senza fine. È un futuro sognato, raccontato nella poesia, nella musica e nelle immagini, che resiste in modo creativo a una realtà che non sembra lasciare scampo e lascia trapelare tra le maglie di un presente disperato la serena bellezza della normalità.
Il futuro attinge al patrimonio del passato, usando parole e forme in grado di evocare significati, produrre associazioni mentali, promuovere idee contro il ribaltamento dei valori che avvolge e soffoca l’esistenza dei palestinesi e fornire la necessaria conoscenza storica, la conoscenza della verità, per dare inizio alla fine della miseria del mondo in cui vivranno le generazioni di domani.
Kufia intende fare questo, esprimere e far conoscere la ricchezza e la cultura dell’occidente e allo stesso tempo dare voce a chi è stato fino ad oggi privato della propria voce, a chi è stato sempre descritto dagli altri secondo le esigenze degli altri. Intendiamo costruire un luogo dove si trasmettano, in entrambi i sensi, sensazioni e conoscenza e si creino esperienze in grado di rianimare e avvicinare le comunità.
Nella casa Palestina i bambini dei campi profughi, da Jenin a Deheishe, torneranno a disegnare immagini suggerite dalla fantasia e non dalla violenza dell’occupazione, faranno volare i loro aquiloni, andranno a scuola anziché rovistare tra i rifiuti alla ricerca di chiodi e ferro arrugginito da vendere. Gli antichi sapori torneranno sulla tavola e le comunità cristiane torneranno a trasformare l’uva in vino. Le generazioni torneranno ad incontrarsi nei diwan per scambiarsi esperienze e conoscenze e per ascoltare i versi dei grandi poeti che, come Mahmud Darwish, cantano il sogno della terra più amata.






