Anche a Pietermaritzburg, in Sud Africa, per una settimana, le associazioni, le Organizzazioni non governative e le chiese, sono diventati un pezzo del movimento globale di resistenza al libero mercato. La ‘Global Week of action” è stata davvero, soprattutto nel sud del mondo, una settimana grandiosa, fatta di speranze, colori e canti che rimarranno a lungo dentro le persone di Pietermaritzburg.
L’idea della Global Week parte da lontano, precisamente da Dehli quando, nel novembre del 2003, attivisti da tutto il mondo hanno lanciato l’idea di una mobilitazione globale contro il mito del libero mercato. Questo richiamo alla mobilitazione per un mercato che sia di tutti, ha coinvolto tante persone. Non solo i soliti volti noti, ma anche le donne che vendono la frutta per la strada, i tantissimi disoccupati e la gente degli slums. E, a fianco e in mezzo a queste persone, il ‘Landless people movement’. Soprattutto quest’ultima è stata una presenza importante, significativa e provocante. Anche loro erano li a domandare Terra dove vivere una vita dignitosa. Le loro bandiere dicevano che la lotta va globalizzata, che la terra è di tutti e che loro non fermeranno le occupazioni.
Nel Kwa Zulu Natal la lotta si è focalizzata soprattutto sulla disoccupazione e sui salari dei lavoratori. A Pietermaritzburg negli anni ’90 c’era una fiorente industria della produzione di scarpe che garantiva lavoro e salari a tante persone. Dal 1995 però, quando sono cominciate le importazioni dalla Cina, le industrie hanno iniziato a chiudere.Da quella data, il 58 per cento dei lavoratori ha perso il posto di lavoro e, a tutt’oggi, rimangono aperte appena la metà delle industrie delle scarpe. Nel 2001 in Sud Africa, sono state vendute circa 80 – 90 milioni di scarpe di cui solo circa 23 milioni sono state prodotte qui. Il mercato Sud Africano non può competere con i bassissimi prezzi di scarpe, prodotte chissà come, in Cina, Indonesia e India e così in tanti hanno perso il lavoro e sono finiti in strada a vendere frutta.
Un momento molto significativo di questa Global Week sudafricana, è stato quando sono state simbolicamente restituite al mittente alcune paia di scarpe importate. Il rappresentante del ministro dell’economia del Kwa Zulu Natal se ne è ritornato nel suo ufficio con una ventina di scarpe nuove, Nike, Adidas Rebook, marche di qualità che vanno di moda, quasi come le scape che Thembela e Vusi ‘producono’ nella loro baracca per dieci Rands a paia e che vengono rivendute, da altri, per 300.
La società civile sudafricana chiede con forza un rilancio delle produzioni locali, investimenti sostenibili capaci di creare occupazione. Mentre ascoltavamo le loro richieste ci tornava alla mente, e lo sentivamo come un pugno nello stomaco, il fatto che in Europa una mucca riceve ogni giorno 2,5 dollari in sovvenzioni: questo è il loro liberismo.
Il culmine della Global Week è stata la marcia conclusiva di venerdì. Centinaia di persone si sono ritrovate insieme nella piazza del mercato, dove era stato allestito il punto di ritrovo. La cosa incredibile è che questa giornata è stata aperta con una preghiera guidata da diversi leader religiosi di differenti confessioni. Hanno scelto le parole che il profeta Amos utilizzava per denunciare il culto esteriore dei capi del popolo di Israele: “Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni… lontano da me il frastuono dei tuoi canti. Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un fume perenne”. E per me, piccolo missionario comboniano, è stata una cosa grande, una lezione nella quale ho realizzato che questo grande movimento possiede una vera e propria spiritualità, una spiritualità ‘nuova’, capace di dare speranza e forza a tutte quella persone che si compromettono ‘per’ e ‘con’ i poveri.
E poi tutti in strada a marciare e a cantare forte che “non abbiamo bisogno del programma dei capitalisti”. E’ stato memorabile. Abbiamo visto persone fiere marciare, ballare e cantare per le caotiche strade di questo nuovo Sud Africa. Donne del ‘Landless People Movement’, con le loro maglie e bandiere rosse, i cartelli che aveveano in mano dicevano che la “lotta va globalizzata”, mentre loro vivono in qualche baracca su qualche terra occupata di qualche ricco bianco.
Allora ho sentito una grande speranza nascere in me. Ho visto che è possibile smettere di creare il capitalismo. Io voglio provarci e continuare a camminare con Thembela, con Mnini, con Vusi e le loro scarpe costruite per qualche padrone nella loro baracca.
Voglio sperare contro ogni speranza.
Filippo Mondini, missionario comboniano






