Quattro capi d'abbigliamento

A poco più di quattro mesi dalla fine dell’accordo Ata (l’Accordo sul Tessile e l’Abbigliamento) il sistema moda appare in subbuglio. Lo scontro Cina contro resto del mondo appare in pieno svolgimento e certamente i dati, anche se incompleti e frammentati, evidenziano un aumento esponenziale delle esportazioni di Pechino.

Va detto che il mondo della moda è molto particolare perché è un mondo in cui 160 paesi producono, chi più chi meno, ma i mercati d’esportazione, ovvero i paesi che consumano sono solo 30. Prima della fine del sistema delle quote si guardava ai mercati già liberalizzati di Australia e Giappone, dove la Cina occupa l’80 per cento del mercato seguita dall’Italia al 5 per cento, e si temeva che a livello mondiale si arrivasse a una situazione simile.

È ancora presto per dire se andrà a finire così, probabilmente no, anche per effetto delle misure che i due maggiori mercati stanno attuando e perché si stanno intensificando accordi regionali (vedi area Euro-mediterranea, e Cafta) e sistemi di preferenza. Ma certamente la quota mondiale di mercato cinese nel giro di un anno salirà verso il 50 per cento.

Del resto questo paese ha speso enormi capitali negli ultimi 15 anni per fare del tessile e abbigliamento “uno dei pilastri della nazione”, investendo nei soli ultimi tre anni 21 miliardi di dollari cosicché oggi è in grado di produrre in un anno 20 miliardi di capi di abbigliamento, quasi
quattro per ogni essere umano del pianeta. Di fronte a tutto questo, il mondo politico e imprenditoriale occidentale si è mosso in ritardo, basti dire che fino a due mesi fa la commissione europea non aveva neppure stabilito le linee guida, indispensabili all’applicazione
delle clausole di salvaguardia incluse nel protocollo di adesione della Cina alla Wto nel 2001.
Nessuno dei discorsi sui diritti dei lavoratori e dell’ambiente è stato sostenuto in modo convincente nei dieci anni di transizione dal Multifibre ad oggi; i relativi appelli del mondo imprenditoriale risultano poco credibili oggi, soprattutto alla luce delle strategie di outsourcing e
delocalizzazione applicate anche dagli imprenditori italiani.

A livello governativo la prima reazione è stata quella della Turchia che il 7 gennaio ha comunicato la sua decisione di applicare la limitazione del 7,5 per cento stabilita dalle clausole di salvaguardia su 42 categorie di prodotti. Anche gli Usa hanno reagito allo stesso modo, mentre l’Europa è stata a lungo restia e solo in aprile si è a orientata all’applicazione delle misure
di salvaguardia, ma mentre gli Usa preferiscono agire direttamente ed hanno già iniziato a reintrodurre limiti quantitativi d’importazione su alcune categorie, la Commissione spera ancora che sia la Cina a limitare le proprie esportazioni.

Come si è visto la Wto non ha preso alcuna decisione e in questo senso è stato perfettamente coerente con la filosofia neoliberista che lo costituisce: sarà il mercato a decretare fallimenti e successi.In realtà un fronte che riguarda direttamente tessile e l’abbigliamento esiste a Ginevra, quello del negoziato relativo ai prodotti industriali [Nama] regolato dall’accordo Gatt, ambito in cui tessile e abbigliamento sono finiti dal 1 gennaio 2005.

Sindacati e imprenditori chiedono un atteggiamento aggressivo al commissario Mandelson per eliminare alcune asimmetrie esistenti. L’Ue ha mediamente dazi del 6,9 per cento nel tessile e del 12 per cento nell’abbigliamento; la media dei paesi Ocse è rispettivamente del 9,4 e 16,1 per cento. La media dei paesi del sud del mondo è del 18,1 per cento e del 23 per cento. Ma il negoziato Nama è complesso e così com’è impostato ha come obiettivi l’apertura dei mercati a favore delle imprese più grandi (non certo le Pmi italiane) e lo smantellamento proprio di quelle leggi e regolamenti che si occupano di salute e di etichettatura di cui si parla tanto. Il Doha Round si sta svolgendo in una cornice in cui i temi del rispetto dell’ambiente, dei diritti dei lavoratori, e dei diritti umani in generale, sono assenti, quasi che il commercio e il mondo reale fossero su pianeti diversi.

Riportare i negoziati commerciali a confrontarsi col “real world” è la prima priorità da perseguire.
Anche se nel dibattito italiano se ne è parlato poco o nulla, uno dei timori della fine dell’Ata era relativo alla sorte dei molti paesi del sud del mondo.

L’indicazione che emerge è che i paesi più deboli sono quelli che stanno già pagando. Da Lesotho, Kenya, Sud Africa, Swaziland, Namibia, Mauritius, Cambogia, Sri Lanka e Filippine giungono in effetti segnali negativi, fabbriche che chiudono e imprese estere che spostano altrove i loro impianti. Il problema è che non solo cresce la disoccupazione ma peggiorano le
condizioni di lavoro esistenti. Nelle Filippine questo settore è stato esentato dal rispetto del salario minimo e il 9 maggio i lavoratori hanno manifestato pubblicamente il loro disagio al grido: “basta con salari uguali al prezzo di un reggiseno!”. La Repubblica Dominicana e il Salvador hanno cancellato il legame fra i salari e l’aumento del costo della vita (sempre nel tessile ed
abbigliamento); in Bangladesh l’orario settimanale di lavoro (legale) è divenuto di 72 ore.

Neil Kearney, segretario generale della Confederazione internazionale dei sindacati del settore tessile, abbigliamento e calzaturiero (Itglwf), parlando a Brescia il 28 aprile, ricordava che secondo l’Ilo ogni anno muoiono 2,2 milioni di persone per il lavoro, 350 mila in incidenti sul
lavoro e il resto per malattie dipendenti dalle cattive o malsane condizioni di lavoro. Nel settore dei tessili e dell’abbigliamento milioni di persone lavorano in condizioni di sfruttamento e perdono la vita mentre imprenditori e investitori internazionali continuano la loro battaglia nella ricerca di
luoghi di produzione a basso prezzo.

L’ultima tragedia è dell’11 aprile quando una fabbrica a Savar in Bangladesh è crollata seppellendo i suoi lavoratori (al momento si segnalano 74 morti). La Savar era ospitata in un palazzo di nove piani costruito tre anni fa senza permessi su un terreno paludoso. Non era un mistero che la struttura fosse pericolosa ma nessuno ha fatto nulla. Né Zara (marchio spagnolo), né la tedesca Karstadt Quelle, né la francese Carrefour, né il Cotton Group belga, che in questa fabbrica facevano fare alcuni loro prodotti.

Una volta i mercanti si consideravano portatori di pace, oggi il libero mercato ha reso il commercio e i suoi retailers dei mercanti di morte. La crisi di quello che chiamiamo sistema moda dovrebbe far riflettere tutti i suoi attori evitando soluzioni superficiali, poiché mostra che il libero mercato è un dogma a cui si può aderire solo per fede. Nella realtà non esiste simmetria di rapporti, di conoscenza, di informazioni, di diritti, di leggi e di regole. Il mercato non si autoregola, si governa, e se la collettività non riesce o non vuole farlo, continuerà a valere la legge del più forte. La crisi attuale deve stimolarci a ripensare, a dieci anni dalla nascita della Wto,
nuovi sistemi per regolare il commercio e l’economia.

Purtroppo in dieci anni la legge del più forte è diventata la legge della Wto perciò se ad Hong-Kong c’è qualcosa di urgente da discutere, non è di liberalizzazioni e deregolamentazioni, come purtroppo ha chiesto il parlamento europeo pochi giorni fa, ma di come vivere dignitosamente su questo pianeta e di come il commercio va governato per questo obiettivo.
Continuare a testa bassa pensando che non ci sono alternative è la risposta più semplice ma non ci sembra quella giusta.

Questa analisi è stata pubblicata su www.tradewatch.it e www.beati.org/wto

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