“Ma cosa abbiamo vinto con la guerra dell’acqua, compagno?”, mi domandava una donna alla fine delle battaglie del 2000 a Cochabamba, mentre continuava a bloccare una strada insieme al marito disoccupato e ai figli che non potevano accedere alla tutela della salute né all’istruzione. “Ci daranno l’acqua gratis. Ma in cosa migliorerà la nostra situazione? Noi vogliamo che se ne vadano il presidente e i politici boliviani. Vogliamo giustizia sociale”.
Non dimenticherò quella compagna della Pampa Grande, una zona dove l’acqua si compra dalle cisterne o si prende dai canali. La maggior parte delle persone che hanno combattuto a Cochabamba non avevano accesso all’acqua dell’impresa [Aguas de Tunari, controllata dalla multinazionale Bechtel, ndt], che poi è stata ri-publicizzata proprio grazie allo sforzo della popolazione.
Quella domanda, quella posizione, quell’attitudine a non voler smantellare il blocco facevano capire a noi portavoce della Coordinadora del Agua che dietro alla lotta per una risorsa vitale e collettiva c’era anche la lotta politica di migliaia di persone, di famiglie che non ne potevano più della loro qualità della vita e della politica che gli era stata imposta per molti anni.
A partire da quel gigantesco sforzo per riconoscere la dignità della gente semplice, la gente che lavora, la Bolivia è cambiata. Gli abitanti, i settori sociali, le comunità, i sindacati e le associazioni hanno potuto verificare che perdere la paura era una cosa possibile. Che si poteva vincere e si potevano recuperare i beni comunitari (risorse naturali) e la dignità. Che non c’è un destino già scritto. A partire dall’aprile del 2000, il popolo di Cochabamba e dell’altipiano di La Paz ha fatto irruzione nello scenario politico boliviano con un obiettivo concreto: “L’acqua è nostra. E le decisioni anche”. La nostra legittimità nel conflitto non si basava sulla disputa per la “proprietà” ma sul fatto che tutto appartiene a tutti e che quello che la Pachamama [Madre Terra] ci ha dato, non si può trasformare in merce.
Da allora, in Bolivia, sono emersi nuovi movimenti sociali, che, in maniera autonoma–cioè senza alcuna intermediazione dei partiti politici, con una leadership collettiva e una pratica assembleare nelle decisioni–hanno rotto l’egemonia del modello politico ed economico.
Il perché dei conflitti sociali
I conflitti sociali nascono perchè le forme di partecipazione che offre il sistema politico sono insufficienti, oppure perché, come abbiamo capito dalle persone più semplici, il sistema politico di una classe che si autodefinisce “politica” e che fino al 2000 ha avuto il monopolio della parola delle decisioni, è soprattutto escludente ed esclusivo.
Dalla cosiddetta “guerra dell’acqua”, quella gente ha cominciato a percepire che la situazione che stavamo vivendo non era solo un problema di saccheggio e alienazione dei nostri beni comuni, come l’acqua. In gioco c’era un elementare principio di democrazia: chi decide, cosa comportano le decisioni e chi le subisce.
A partire dalla nota parola d’ordine “El agua es nuestra, carajo!”, dopo 15 anni di silenzio e di sconfitte, nasce una risposta che rompe con le scelte fatte dai governanti e dagli imprenditori, scelte che colpiscono in maniera diretta la nostra economia, la vita di ogni giorno, i nostri usi e costumi, cioè la dignità. E’ un’azione collettiva di bambini, donne, giovani, anziani e uomini. E non ottiene soltanto una vittoria contro il modello economico e politico ma afferma la possibilità che la gente possa partecipare alle questioni pubbliche e determinarle.
Gli scioperi, le marce, i blocchi stradali che in questi giorni in Bolivia tornano ancora una volta a preoccupare tutti, sono soltanto l’espressione di un malessere collettivo, del dramma sociale di milioni di indigeni e contadini, di migliaia e migliaia di artigiani, operai e perfino professionisti, che non hanno un futuro per vivere decentemente e un lavoro stabile per mantenere le famiglie. Che non hanno terra da coltivare e che, a causa del loro cognome o della loro cultura, sono condannate a essere cittadini di quarta o quinta categoria.
La separazione tra quelli che stanno sopra e quelli che stanno sotto, fra indigeni e meticci, fra oriente e occidente del paese, e, naturalmente, fra ricchi e poveri non si risolverà con i carri armati e le pallottole, e nemmeno con le minacce e le “tangenti”. Quella separazione mostra la necessità di costruire una nuova Bolivia in cui tutti abbiano gli stessi diritti senza discriminazioni basate sulla lingua, il colore della pelle, il cognome o il luogo di nascita. Mostra il bisogno di una nuova economia in cui tutti possano sviluppare con dignità le proprie capacità e nessuno possa monopolizzare la ricchezza prodotta con lo sforzo altrui; e quello di una nuova politica in cui gli individui e la collettività siano riconosciuti come soggetti politici in grado di influire nelle decisioni pubbliche. C’è bisogno, infine, di un governo che sappia esprimere tutti gli interessi della società e che non sia nemico della gente come quello di oggi.
La costruzione di nuove istituzioni dal basso
E’ per questo che dall’aprile del 2000 continuiamo a tenere sotto assedio l’azione dello Stato e del modello imperante. Insieme a questo assedio, tuttavia, continuiamo a costruire nostre forme di partecipazione e cerchiamo di risolvere i problemi con percorsi diversi da quelli delle cosiddette istituzioni. Istituzioni che non rispondono alle necessità del popolo, come nel caso della legge sugli idrocarburi: lo stato non ci ha dato alcuno spazio sul giudizio delle responsabilità o della cacciata della multinazionale dell’acqua Suez.
Stiamo dunque scegliendo di costruire in maniera autonoma una soluzione ai nostri problemi di ogni giorno e a quelli di fondo, per esempio con l’approvvigionamento e la distribuzione dell’acqua, con la “giustizia comunitaria” e l’occupazione delle terre. Stiamo creando spazi non soltanto di resistenza e accerchiamento, dove pur si delibera e decide, ma soprattutto spazi di incontro fra uguali. Spazi per costruire e recuperare il nostro sapere e la nostra memoria, per creare un nuovo pensiero, un nuovo linguaggio, un nuovo modo di fare.
Stiamo assistendo, dunque, alla costruzione di una nuova “istituzionalità” (fondata e sostenuta sulla necessità di una Assemblea Costituente) che non sia un maquillage dell’ordine statale esistente ma un vero spazio per la costruzione di una nuova volontà collettiva per lo meno per i prossimi cinquanta anni. Questa costruzione autonoma della società, dal nostro punto di vista, deve basarsi su due principi. Il primo è che qualsiasi governo deve “comandare obbedendo” (come dicono gli zapatisti), cioè che siamo disposti a accettare le decisioni di quelli che governano solo e quando questi comandino obbedendo al sentimento popolare. Il secondo è che i governanti non possono decidere cosa fare della nostra ricchezza in maniera arbitraria, e spesso cinica.
Ancora una volta, stiamo parlando della legge sugli idrocarburi e del fatto che non è possibile ammettere che nella distribuzione di questa ricchezza, nella gestione e nello sfruttamento, solo pochi facciano la parte del leone mentre per gli altri, i veri proprietari della ricchezza, restano sempre e solo le briciole.
Le lotte di oggi sono cornici e costruzioni. Nascono dalla vita di ogni giorno e la gente le unisce con i temi della politica e del potere. Si tratta della stessa gente che in passato accettava di andare a lavorare senza conoscere il destino della propria fatica e che oggi invece si domanda dove finisca il prodotto di quel lavoro, che reclama il diritto di controllarlo affinché ne possano trarre beneficio tutti. Quella gente in passato sopportava l’inganno dei politici e dei governanti, adesso vuole farsi carico del destino politico del paese. Un tempo accettava in silenzio il suo triste destino, ora ha recuperato la parola ed esige di essere ascoltata.
Sono indigeni aymara e quechua, lavoratori e giovani, contadini e casalinghe che hanno deciso di rompere l’abusivo monopolio del potere, della ricchezza e del denaro concentrati nelle mani di una casta di imprenditori e politici. Reclamano il diritto ad accedere alla ricchezza, a partecipare alle scelte del potere, a decidere sull’amministrazione dei beni comuni.
Una nazione nuova, uno Stato nuovo, una cittadinanza nuova, un futuro nuovo. Ecco quello che in Bolivia gli uomini e le donne che lavorano nelle città e nei campi hanno cominciato a sognare, desiderare e costruire. Siamo all’inizio di una nuova epoca di lotte per la riconquista dei diritti sociali, la decolonizzazione, il recupero del patrimonio collettivo, l’allargamento della democrazia e la formazione dell’autogoverno della gente semplice che lavora.
* Portavoce della Coordinadora per la difesa delle risorse naturali di Cochabamba, Bolivia
Traduzione a cura dell’Associazione A Sud.






