“La guerra al terrore portata avanti da governi e gruppi armati ha prodotto un mondo dominato dalla violenza, dalla paura e dall’insicurezza. Siamo di fronte a una profonda e lacerante ferita del sistema internazionale di protezione dei diritti umani che vide la luce quasi sessant’anni fa con la redazione della Dichiarazione universale dei diritti umani, che avrebbe dovuto garantire a tutti gli abitanti del pianeta la piena applicazione di tali diritti. Oggi, in nome della sicurezza e della lotta contro il terrorismo, i valori che ispirarono quel percorso–già compromessi negli ultimi anni–sono oggi ampiamente traditi da chi, governi e istituzioni internazionali, dovrebbe avere il dovere morale di portarlo avanti, e invece sta promuovendo una nuova agenda in cui il linguaggio della libertà e della giustizia viene usato per portare avanti politiche di paura e di insicurezza”.
Esordisce così Paolo Pobbiati, presidente della Sezione italiana di Amnesty international [Ai], alla presentazione del Rapporto annuale 2005, dedicato a Enzo Baldoni.
Secondo Amnesty la responsabilità è dei governi che, sottraendosi ai loro obblighi di rispetto del diritto, alimentano l’indifferenza, l’erosione progressiva dei diritti e l’impunità di chi li viola. Lo scarto tra la retorica e l’azione è abissale. Con uno strano quanto deprecabile paradosso, parole come democrazia, libertà, diritti vengono sbandierate in modo strumentale per giustificare azioni che in realtà tradiscono quegli stessi principi. Abu Ghraib e Guantánamo esemplificano perfettamente questa contraddizione. Il linguaggio poi si sta modificando per scolorire il significato di alcuni termini, e così la tortura diventa un semplice abuso come suggerisce Donald Rumsfeld, e in Italia si propone di considerarla tale solo se reiterata. La strada imboccata porta evidentemente in una direzione opposta alla salvaguardia dei diritti umani.
La comunità internazionale è stata colpevolmente incapace, dicono quelli di Amnesty, di affrontare crisi umanitarie e di intervenire in conflitti armati tempestivamente, con gravi conseguenze per centinaia di migliaia di persone. In Darfur sono avvenute migliaia di uccisioni, esecuzioni extra-giudiziali, torture, detenzioni in condizioni crudeli, inumane e degradanti; nei campi del Darfur e in altre regioni del Sudan a fine anno si contano un milione e 800 mila sfollati, oltre 200 mila profughi si trovano in Ciad. Nella Repubblica democratica del Congo gruppi armati e forze armate hanno ucciso illegalmente numerosi civili, hanno attuato lo stupro sistematico di donne e bambine, hanno effettuato arresti arbitrari, due milioni e 300 mila sono gli sfollati alla fine del 2004.
Gli Stati uniti vengono spesso chiamati in causa da Amnesty, come superpotenza politica, economica e militare hanno infatti la responsabilità di dettare le linee di comportamento per i governi, e la loro mancanza di rispetto per la legge e per i diritti umani unita all’uso strumentale del diritto internazionale legittima di fatto altri paesi a compiere abusi impunemente.
Il modello della guerra al terrore è stato così adottato in Cina, Colombia, Uzbekistan, dove “l’etichetta di terrorista si rivela un utile passpartout per portare avanti politiche repressive”, continua Pobbiati.
Con le guerre in Afghanistan e in Iraq, il sequestro nella scuola di Beslan, l’attentato di Madrid, gli stati che hanno attuato la lotta al terrore non ne hanno ammesso il fallimento, hanno anzi continuato a sfruttarne la convenienza.
Dopo una breve ma ragionata carrellata su Cuba, Nepal [che detiene il primato delle sparizioni, 400 in un anno], Siria, Iran, Corea del nord, Haiti, Bielorussia, Zimbabwe, Pobbiati sottolinea infine la necessità dell’adozione di un trattato internazionale sul commercio delle armi, al fine di regolamentarlo per garantire il rispetto dei diritti umani. L’Italia figura tra i maggiori produttori di armamenti che esporta anche in paesi in conflitto e nei quali si violano i diritti umani con la pratica della tortura, il mantenimento della pena di morte, la repressione della libertà di espressione e associazione.
Lo scenario è piuttosto desolante, ma Amnesty international rinnova la fiducia in un cambiamento di rotta riponendola nella pressione che la società civile può esercitare sui governi, nelle riforme dell’Onu volte a rafforzarne il ruolo e i poteri, nell’affermazione del diritto sulla politica con la promozione e protezione dei diritti umani.
L’Italia
Gabriele Eminente, direttore della Sezione italiana di Ai, fornisce un profilo del nostro paese in tema di diritti umani, sottolineandone l’inadeguatezza legislativa in due ambiti cruciali: tortura e diritto di asilo.
Per quanto riguarda la tortura, l’Italia non ha ancora presentato il disegno di legge per la ratifica del Protocollo opzionale alla Convenzione della Nazioni unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, che ha come obiettivo l’introduzione di meccanismi nazionali e internazionali di prevenzione. Per di più il 22 aprile del 2004 la Camera dei deputati, dibattendo sull’introduzione del reato di tortura nel codice penale – atteso da 17 anni, ovvero dalla ratifica della Convenzione dell’Onu avvenuta nel 1988–ha approvato un emendamento che ridefinisce il reato introducendo l’elemento della reiterazione.
Altra enorme lacuna legislativa riguarda il diritto di asilo. Emblematico è stato il caso della Cap Anamur, agosto 2004, che ha richiamato anche l’attenzione dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati [Acnur] per le questioni legate alla tutela legale, all’identificazione, al trattenimento e alle procedure d’asilo. L’Italia infatti, come ricordiamo, ha respinto 36 dei 37 cittadini stranieri. Le cronache degli ultimi mesi ribadiscono l’azione illegale dell’Italia, che viola l’articolo 10 della Costituzione e la Convenzione di Ginevra. Nei mesi di ottobre e dicembre 2004, marzo e maggio 2005, sono stati effettuati respingimenti collettivi in barba alle convenzioni in materia di rifugiati, destinazione Libia, paese con cui l’Italia ha avviato accordi di cooperazione internazionale già dal 2000, mai resi noti nel contenuto e nella natura giuridica.
I centri di permanenza temporanea poi si sono rivelati altro da centri di accoglienza e assistenza. L’accesso consentito ad osservatori indipendenti è sancito da norme internazionali. Ciononostante il capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’interno ha respinto la richiesta di Amnesty di accedere ai centri, e il ministro Pisanu ha finora ignorato una lettera della segreteria generale di Amnesty che conteneva la richiesta di accesso per i ricercatori dell’organizzazione, datata 15 marzo 2005.
La Cina
Paola De Pirro, coordinatrice Estremo Oriente per Amnesty, presenta il briefing “Da Tian An Men a oggi. Violazioni dei diritti umani in Cina”.
A 16 anni dalla repressione della manifestazione per la democrazia costata la vita a 182 persone, il governo non ha mai espresso la volontà di condurre un’indagine imparziale e indipendente respingendo dunque qualsiasi responsabilità. Ciononostante il movimento delle Madri di Tian An Men – circa 130 attivisti–non demorde, e continua ad inviare petizioni e lettere aperte al Congresso nazionale del popolo perché istituisca una commissione di inchiesta che renda pubblica la verità sui fatti del 4 giugno 1989 e garantisca giustizia alle vittime come previsto dalla legge. Intanto alle Madri viene pure negato il diritto di ricordare pacificamente e pubblicamente i figli e i parenti uccisi, anzi talvolta vengono preventivamente arrestate in prossimità degli anniversari.
Il numero delle esecuzioni capitali in Cina è definito segreto di stato. Per questo motivo è difficile fare una stima esatta delle condanne a morte eseguite per i 64 reati che prevedono la pena capitale, e che comprendono persino la corruzione, la produzione e la commercializzazione di materiale pornografico, reati di droga e hooliganismo. Tuttavia le stime ufficiose parlano di circa 10 mila esecuzioni all’anno.
Recentemente le autorità cinesi hanno pure cominciato a convertire veicoli commerciali – come i camion della nostra Iveco– in camere della morte mobili dove viene fatta l’iniezione fatale, per ridurre i tempi tra verdetto ed esecuzione.
Per quel che riguarda la tortura, teoria e pratica sono divise da un baratro: da un lato ci sono infatti il codice penale e il regolamento dei centri di detenzione che vietano severamente le percosse, l’abuso verbale, le punizioni corporali e i maltrattamenti; dall’altro c’è la realtà delle stazioni di polizia e delle carceri che praticano la tortura molto diffusamente, talvolta portando tali pratiche a esiti fatali.
Per la libertà religiosa, ovviamente negata, emblematico è il caso del movimento dei Falun Gong che conta moltissime donne, sottoposte a maltrattamenti e violenze sessuali se non rinunciano al loro credo. Si contano mille morti conseguenti a torture. Con musulmani e tibetani il governo è ancora più intransigente in quanto la religione è commista ad attività politiche o tendenze separatiste: i musulmani di etnia uigura sembrano proprio incarnare “le tre forze diaboliche”, come le definisce il governo, cioè separatismo, terrorismo ed estremismo religioso. E questo giustifica azioni violente e letali nei loro confronti. In fatto di terrorismo, c’è una sorta di patto tacito tra Cina e Stati uniti che pertanto sono reciprocamente reticenti. “Agli amici si perdona tutto”.
Per quanto riguarda i tibetani, uno slogan o una canzone bastano a legittimare pene detentive molto lunghe. Paola De Pirro non manca di ricordare la recente liberazione di una monaca tibetana avvenuta dopo 11 anni di reclusione, condannata a 27 per aver gridato “Tibet libero!”. Non è l’unica, per fortuna: ci sono tra gli altri anche il monaco Palden Gyatso, libero dopo 33 anni, Choeying Kunsang e Passang Lhamo, monache libere dopo 4 e 5 anni di carcere.
Anche i cyberdissidenti sono nel mirino del governo: basti pensare che questo impiega ben 30 mila persone per il monitoraggio e la censura di temi politici e pornografici sulla rete. Conniventi quelle società occidentali – compreso il motore di ricerca Google – che vendono software per l’oscuramento di siti e altri scopi simili.
Alla domanda “Secondo lei come si pone la Cina rispetto all’apertura al mercato mondiale?”, De Pirro risponde: “Bene, sicuramente! Dovrebbero essere gli investitori ad avere senso di responsabilità e porsi il problema della tutela dei diritti, senza sacrificar tutto per commercializzare col colosso cinese a qualunque costo”.
In chiusura, Riccardo Noury, portavoce della Sezione italiana di Amnesty international, ricorda un appuntamento importante di Ai: il 10 luglio ricorrerà il decimo anniversario del genocidio che ebbe luogo a Srebrenica, in Bosnia. Risultano ancora impuniti i due principali responsabili: Amnesty organizzerà delle azioni di pressione affinché l’uccisione di 8 mila persone non venga dimenticata.
[Rapporto Annuale 2005, EGA Editore, 20 euro. È disponibile on line su www.amnesty.it, www.amnesty.org]






