[Intervista a Tamek Ali Salem]
Risuonano le parole “territori occupati”, coloni, muro, violazione dei diritti umani, diritto alla Resistenza e inevitabilmente si pensa alla Palestina. Invece con Tamek Ali Salem si sta parlando del Sahara occidentale che, dal 1975 è sotto il dominio del Marocco.
Quei pochi che in Italia conoscono le vicende del popolo sahrawi hanno probabilmente letto – o ascoltato– i racconti di esponenti della Rasd (la Repubblica araba sahrawi democratica), del fronte Polisario o di persone che vivono nei campi profughi nelle vicinanze di Tindouf, in Algeria, e che arrivano di frequente in Italia per iniziative di solidarietà. Quasi tutti ignorano però la situazione della popolazione che vive nei “territori occupati” e che alla quotidiana repressione sta opponendo – ed è una novità–una crescente resistenza, in forme nonviolente. Per rompere la censura che circonda queste vicende è importante ascoltare Tamek Ali Salem.
Di lui la stampa marocchina parla spesso. Il 29 marzo sul quotidiano “Aujourd’hui le Maroc” il titolo principale della prima pagina (nonostante quel giorno vi fosse il caso di 50 gravi intossicazioni) era “Bisogna espellere Tamek a Tindouf”? con tanto di foto: al solito, Tamek Ali Salem viene erroneamente indicato come un “agente del Polisario” per screditarlo in partenza. Sempre in marzo, il settimanale “Le Journal” rilancia, in modo solo apparentemente neutrale, la campagna contro di lui. Del resto sulla questione sahrawi c’è ben poco pluralismo nei massmedia marocchini come dimostra, fra l’altro, la recente vicenda di Ali Lamrabet condannato a 10 anni di interdizione dal giornalismo, per aver scritto che nei campi profughi di Tindouf non esitevano “fratelli marocchini sequestrati” (come fa credere il governo del Marocco) ma cittadini sahrawi che chiedono di poter votare per il referendum di auto-determinazione.
Se oggi il trentaduenne Tamek Ali Salem può parlare lo deve al suo coraggio e ai continui scioperi della fame (che purtroppo ne hanno minato la salute) ma anche ad Amnesty International e alla grande mobilitazione internazionale che, il 7 gennaio 2004, ne ha consentito la scarcerazione. Oggi ha una bimba di 4 anni, che all’anagrafe hanno rifiutato di registrare con il nome da lui scelto, cioè Thawria (vuol dire rivoluzione) il che significa non ricevere l’assegno familiare previsto dalla legge marocchina.
Tamek Ali Salem è nato nel dicembre ’73 ad Assa. Fu espulso dal liceo e “deportato” in un territorio del Marocco perché aveva organizzato un comitato nel quale si discuteva del Sahara occidentale, tema assolutamente tabù.
Nel settembre ’93 finisce in carcere e viene condannato a 5 anni in un processo-farsa (non gli viene neppure dato un avvocato). Viene graziato dopo 1 anno di carcere.
Torna in galera nel ’97 e di nuovo nell’agosto del 2002: stavolta è rinchiuso con detenuti “comuni” e sfugge a un tentativo di omicidio, quasi certamente orchestrato.
Occorrono ben 17 duri scioperi della fame – l’ultimo dura 21 giorni e lo riduce su una sedia a rotelle–perché gli venga riconosciuto lo status di “prigioniero politico”. Grazie alla mobilitazione internazionale lanciata da Birdhso (Ufficio internazionale per il rispetto dei diritti umani nel Sahara occidentale) il 7 gennaio 2004 Tamek è liberato con altri 12 “detenuti d’opinione” sahrawi. Su torture e maltrattamenti da lui subiti in carcere esiste un libretto (“Dal carcere di Inezgane” in italiano che si può richiedere a Jacqueline Philippe, via G. Z. Alvisi 8, 40138 Bologna).
Dopo una nuova campagna del Birdhso e la mobilitazione degli attivisti sahrawi nei “territori occupati”, Tamek riece a riavere il passaporto e può venire in Europa a curarsi. Qui ha la possibilità di parlare liberamente pur sapendo che questo può esporre a rischi anche la sua famiglia. “Abbiamo deciso collettivamente, cioè con chi condivide la mia lotta, che avrei dovuto approfittare di questa occasione per rompere il muro del silenzio sui territori occupati” spiega.
Ci tiene subito a sottolineare che non è un esponente del Polisario ma che si definisce “cittadino sahrawi” e difende la causa dell’auto-determinazione attraverso il referendum”. Ricorda la sua lunga lotta come difensore dei diritti umani, come sindacalista (era un funzionario dell’amministrazione statale prima che gli togliessero il lavoro) e come cittadino di una città nel sud del Marocco dove vive una maggioranza di sahrawi.
Quando è uscito di galera, Tamek Ali Salem ha avuto contatti con giornalisti stranieri (soprattutto spagnoli) ma anche qualcuno fra i marocchini non disposti a farsi imbavagliare. Subito si è però scatenata una grossa campagna mediatica contro di lui; prima per farlo espellere dal sindacato, poi per mandar via dal Marocco lui e la sua famiglia. Addirittura si raccolgono firme contro di lui e alcuni sahrawi sono stati “convinti” (si può immaginare come) a sottoscrivere questo appello; i più coraggiosi hanno però lanciato una contro-campagna in sua difesa…
“Se testimonio la mia personale sofferenza” sottolinea, con molta forza, Tamek Ali Salem “è per spiegare subito che tutto ciò è nulla rispetto a quella di un intero popolo. Io ho la possibilità di parlare ma voglio che si pensi sempre al mio popolo, a tutti quelli costretti nel silenzio”.
Non ha ancora due anni Tamek Ali Salem quando inizia il calvario del Sahara occidentale. “L’invasione, i bombardamenti al napalm con l’aviazione francese che aiuta quella marocchina, poi i tanti desaparecidos gettati in mare dagli aerei (come si faceva in Argentina) o seppelliti in segreto nelle fosse comuni. In totale almeno 800, forse molti di più. Difficile dirlo con esattezza perché non esiste un’anagrafe certa dove fare controlli. Sembrano pochi rispetto ad altre tragedie ma bisogna sempre tenere presente che quando parliamo dei sahrawi stiamo parlando di circa 800mila persone, comprese quelle nei campi profughi”.
Racconta che la repressione contro gli attivisti e più in generale contro tutti i sahrawi non si è mai interrotta. “Il governo marocchino cerca di impedire ai giornalisti stranieri di venire qui e di recente ha espulso anche tre norvegesi che erano venuti per intervistare Mohamed Daddach (è un altro “prigioniero d’opinione”, condannato a morte e rilasciato dopo 22 anni che nel 2002 ha ricevuto in Norvegia il premio Rafto per i diritti umani). Gli stessi sahrawi non possono circolare liberamente in casa loro; spesso non hanno alcun documento d’identità.
Quando è stato deciso che Tamek Ali Salem venisse in Europa, le associazioni solidali e gli organismi internazionali che si battono per la difesa dei diritti umani hanno organizzato una serie di incontri perché potesse testimoniare. In Svizzera è stato ricevuto dall’Alto commissariato per i rifugiati e ascoltato nella sessione Onu diritti umani dove ha consegnato migliaia di firme per Hina Jilani, “rappresentante speciale del Segretario generle dell’Onu per i difensori dei Diritti umani”. Poi, a inizio maggio, Tamek Ali Salem ha incontrato parlamentari europei dell’inter-gruppo “Pace per il popolo sahrawi”. E a metà maggio Salem, su richiesta della sezione italiana del Birdhso, è stato invitato in Italia dal “Coordinamento delle associazioni di solidarietà con il popolo sahrawi dell’Emilia Romagna” per continuare il suo impegno di “testimone” ma anche per incontrare alcune realtà dell’associazionismo solidale (impegnato nei campi profughi o nell’organizzare “vacanze” di bambini sahrawi in Italia), realtà che lui neppure immaginava… “Per dire quanto è forte la censura” è il suo commento. “Mi sono emozionato al museo dei fratelli Cervi e sono stato felice (il 18 maggio) di poter essere ascoltato dai membri della Commissione permanente per i diritti umani del Parlamento italiano…Sono stato ricevuto dal presidente Gennaro Maglieri ma erano presenti anche i parlamentari Giovanni Bellini, Carmen Motte e Carlo Leone (dei Ds), Laura Cima (dei Verdi) e Claudio Azzolini (di Forza Italia). Persone informate “eppure anche loro conoscevano soprattutto la realtà dei campi profughi e poco la situazione nei territori occupati” spiega. Poi il 27 maggio Tamek ha incontrato anche alcuni rappresentanti del Senato.
Gli chiedo se ora è possibile che non lo facciano rientrare in Marocco: “Questa campagna contro di me è pesantissima, quasi ogni giorno i media mi nominano ma come un agente infiltrato del Polisario, pagato per diffamare il suo Paese” risponde. Chi lo accompagna in questo giro si preoccupa molto di più: “Se lo fanno rientrare il vero rischio è l’incidente: si trova sempre un ubriaco alla guida di un’auto….”. Tamek Ali Salem di questo non vuole parlare. Ha decido di esporsi e andrà sino in fondo.
“Oggi sono un po’ più ottimista perché nei territori vi sono sit-in e proteste contro l’occupazione: questo è il fatto nuovo che ancora fuori dal Marocco non si conosce ma che può cambiare tutto. Ora qualcosa dovrà succedere, certo potrebbe partire una repressione sanguinosa nei territori occupati e per questo occorre che gli occhi del mondo siano puntati su di noi… Dal cessate-il-fuoco nel ’91 è calato il silenzio sul Sahara occidentale ma adesso c’è questa novità importante”.
Tamek Ali Salem è un po’ più pessimista sul referendum e sul nuovo piano di pacificazione che è stato accettato a malincuore perché prevede addirittura 4-5 anni sotto la tutela marocchina: solamente dopo si potrà andare al referendum ma voteranno sia i sahrawi rientrati dei campi profughi che i duecentomila coloni marocchini. Malgrado questa variante del piano Baker non sia certo a favore dei sahrawi, “il governo marocchino ha ancora paura di perdere e continua a trovare scuse per evitare di andare al referendum” rintanandosi dietro il “muro della vergogna” che taglia il paese in due.
Già il muro del deserto o, come dicono i sahrawi, “il muro della vergogna”: oggi è lungo circa 2mila chilometri. Una storia per molti versi differenti da quella fra Israele e Palestina. “All’inizio doveva ostacolare la guerriglia, con tutte le mine intorno; poi è diventato anche uno strumento di controllo interno”. Quanto alla guerriglia, è ben noto che il Polisario ha sempre rispettato la tregua mentre il Marocco l’ha spesso violata apertamente. Per attirare l’attenzione sul muro “dimenticato” si sono organizzate marce internazionali: la prima, nel 2003, con una delegazione solidale della Toscana e altri stranieri. “Proprio il 20 maggio, cioè nell’anniversario dell’inizio della lotta armata nel Sahara Occidentale, migliaia di persone hanno manifestato al muro, compresi molti spagnoli e fra loro alcuni deputati”.
Domanda d’obbligo: qualcosa sta cambiando nel panorama politico marocchino oppure sul tema Sahara occidentale tutti ancora appoggiano il re? “E’ tale il controllo sui mass media che veramente in Marocco non si conosce la questione. L’unica novità è che il partito Naj (il nome significa “Via democratica”) all’ultimo congresso, semi-clandestino nel luglio 2004 a Casablanca, ha sostenuto apertamente il diritto sahrawi all’auto-determinazione ma ci sono altri segnali interessanti”. Uno è di sicuro lo scarso successo della campagna governativa “per i sequestrati marocchini a Tindouf”: nonostante la grancassa dei media, il 6 marzo a Rabat, alla manifestazione organizzata dal governo, erano solo in 10 mila. Ben poche se si pensa che per la Palestina o per l’Iraq in piazza c’era un milione di persone…
Ultima questione: dopo il lungo stallo diplomatico c’è qualche segnale di ottimismo a livello internazionale? Tamek Ali Salem sembra perplesso. Quel che si sa è che, dopo la delusione del piano Baker, il segretario dell’Onu Kofi Annan aveva nominato il peruviano De Soto come suo inviato speciale ma il Polisario ha detto “non si può ricominciare da capo, sulla questione sahrawi esistono già molte risoluzioni, vogliamo un rappresentante speciale”. Dunque la prossima mossa tocca alle Nazioni Unite e questo forse spiega il “no comment” di Tamek Ali Salem che aggiunge che gli sembra “positiva” la posizione dell’Unione europea (pur se la Francia continua a imporre veti, visti i suoi rapporti privilegiati con il Marocco).
Un’altra novità confortante arriva dall’Europa: il 10 maggio, il governo norvegese ha praticamente sconfessato il suo ambasciatore in Marocco che aveva lanciato la proposta di investimenti nei “territori occupati” del Sahara Occidentale invitando in Norvegia Mohamed Sidati, rappresentante della Rasd in Europa, per chiedergli scusa. E qualche piccola buona notizia arriva persino dal Senato degli Usa dove, un mese fa durante una seduta, il senatore Zulith (che è anche sotto-segretario di Stato al commercio estero) a proposito del patto di libero scambio con il Marocco ha ricordato che questo accordo non può valere per i “territori occupati”.
Prima di ripartire, Tamek Ali Salem aggiunge: “Chiedo agli italiani di aiutarci ad abbattere il muro del silenzio. Un muro che è più resistente dei mattoni che spezzano il nostro Paese e più crudele delle torture che subiamo”.






