Ieri il premio Nobel per pace Rigoberta Menchù ha fatto visita al municipio “No Coke” Roma XI per presentare il “Caffè della Pace”, progetto equo-solidale frutto della collaborazione tra la realtà guatemalteca e la cooperazione italiana.
Il caffè è una bevanda che siamo soliti consumare dopo un pasto, possibilmente lauto. Ma il caffè può anche sfamare…a spiegarci come è stata un’ospite d’eccezione: Rigoberta Menchù.
Rigoberta Menchù Tum ha ricevuto il premio Nobel per la Pace, per il suo impegno in difesa delle popolazioni indigene di tutto il mondo, nel 1992. Anno non privo di significato visto che era il cinquecentesimo anniversario della “scoperta dell’America” o, dipende dai punti di vista, di 500 anni di lotta degli indigeni contro i conquistadores di ogni provenienza: spagnoli, inglesi, americani o “multinazionali”. 500 anni in cui si sono consumati anche diversi genocidi. Rigoberta è stata testimone di uno dei più recenti, quello degli indigeni maya guatemaltechi, morti in 200 mila durante i regimi militari susseguitisi dal golpe contro il governo progressista di Arbenz nel 1954 al ritorno di un governo civile nel 1986. Oggi uno dei compiti principali della Fondazione Rigoberta Menchù, nata in occasione del Nobel, è proprio quello di documentare il genocidio perché, afferma la Menchù, “il nostro passato non è finito e perché se scordiamo il nostro passato ciò che è stato può accadere di nuovo. Non possiamo dimenticare i villaggi bruciati, i paesi interi che sono stati abbandonati”. Ma oggi una delle attività maggiori della Fondazione riguarda anche l’istruzione: “il nostro sogno è quello di costruire un’università maya per i nostri giovani, che hanno diritto alla conoscenza, alla tecnologia, alla scienza. Solo così si può garantire ai popoli indigeni una partecipazione reale. Ma già ora la Fondazione si sta impegnando per attivare borse di studio per permettere ai giovani maya di studiare nelle migliori università. 180 di loro si stanno laureando in medicina all’Avana, a Cuba”.
Lunedì 6 giugno Rigoberta Menchù Tum sedeva dietro ai banchi dell’aula consiliare del Municipio Roma XI, municipio che boicotta la Coca Cola e che è “gemello” di un municipio autonomo zapatista, per presentare il Caffè della Pace, un progetto di commercio equo e solidale frutto della collaborazione tra realtà coopeative guatemalteche e la cooperazione italiana. Alla realizzazione del Caffè della Pace hanno contribuito Union y Fuerza, un cooperativa di piccoli produttori di caffè biologico del Guatemala, il collettivo Guatemala-Moie, la cooperativa agricola marchigiana La terra e il cielo e la stessa Fondazione Rigoberta Menchù. A spiegare il senso del progetto è stata la stessa attivista guatemalteca che ha sottolineato come questo sia la realizzazione di un sogno nato tanti anni fa. Un sogno che però aveva trovato sulla sua strada molte difficoltà, fino a quando, nel 2000, Rigoberta incontra Bruno Sebastianelli, presidente della cooperativa La terra e il cielo con cui, dal 2001 ha iniziato a lavorare per certificare il caffè prodotto dalla cooperativa Union y Fuerza. Un incontro, ricorda lo stesso Sebastianelli, quasi casuale. Nel 2000 infatti Rigoberta si reca a visitare la cooperativa marchigiana e, quando scopre che nella stessa era stato costruito da poco un impianto di torrefazione del caffè, propone subito a Bruno di collaborare insieme per commercializzare il caffè qualità oro prodotto da piccoli produttori maya in Guatemala. Da lì sono passati quattro anni, durante i quali è stato necessario certificare la qualità del caffè biologico. Ma questo, si augura l’attivista indigena, è solo l’inizio: sono molti i piccoli produttori, e non solo di caffè, che vorrebbero realizzare progetti simili. “Il commercio equo – spiega la Menchù–consente una relazione diretta tra produttori e consumatori”, senza passare per quegli intermediari che traggono profitti enormi a scapito dei soggetti che si trovano alle estremità della filiera produttiva. Inoltre “il commercio equo dà anche l’opportunità alle comunità di non disgregarsi e di riscoprire, attraverso l’agricoltura biologica, quell’amore per la natura e per la terra che si rischia di perdere”. Ma può essere anche “un nuovo inizio per un’esperienza di organizzazione cooperativista dal momento in cui le cooperative hanno sofferto molto durante il conflitto armato mentre oggi stanno tornando a ricostituirsi. Durante la guerra civile i contadini producevano per sopravvivere, oggi possono produrre per progetti di qualità”.
Ma il commercio equo è anche una forma di resisenza all’invasività delle multinazionali agroalimentari che, grazie anche ai trattati di libero commercio, offrono prodotti molto più competitivi e ricevono sussidi dai governi occidentali. Ad esempio il Canada, spiega Rigoberta, “investe circa 500 milioni di dollari per promuovere i propri prodotti agricoli, spesso geneticamente modificati, invadendo il mercato guatemalteco. Ciò determina una situazione di concorrenza sleale. Ecco che, in questo contesto, consumare il Caffè della Pace, ha anche un grande valore etico”. Significa insomma sostenere una forma di resistenza al neoliberismo.
In questa resistenza possono però giocare un ruolo molto importante anche gli enti locali, come regioni, comuni e municipi. Non è un caso che Rigoberta sia venuta a visitare proprio il Municipio Roma XI. Governare un Municipio, per il presidente municipale Massimiliano Smeriglio, “non consiste solo nel fare ordinaria amministrazione, come in un condominio, ma anche nel costruire un’anima. Per questo abbiamo incontrato, pochi giorni fa, rappresentanti dei movimenti argentini di occupazione delle fabbriche, per questo abbiamo deciso, lo scorso novembre, di boicottare la multinazionale americana Coca-Cola, accusata di non rispettare i diritti umani e sindacali in Colombia”. Per questo l’XI è gemellato con il municipio autonomo zapatista Vicente Guerrero, in Chiapas. Gemellaggio che, per la premio Nobel maya, rappresenta “una relazione reciproca in cui si prende coscienza che i problemi che ci sono da una parte ci sono anche qui. E’ una lotta comune”. “Gli enti locali–afferma l’assessore al bilancio della regione Lazio, Luigi Nieri –possono fare anche molte altre cose interessanti. Nel 2006 sarà inaugurata a Roma una Città dell’altra economia, interamente progettata insieme a cooperative e associazioni impegnate da anni alla costruzione di un’economia alternativa, rivolta alla promozione dell’agricoltura biologica, del commercio equo, della finanza etica e del turismo responsabile. Come regione ci prendiamo l’impegno a favorire il commercio equo e solidale che rappresenta, per noi, un settore su cui investire".
“Per sostenere progetti come quello del Caffè della Pace–sostiene Rigoberta Menchù–basterebbe che lo si consumasse negli uffici pubblici”. Compresi quelli dei municipi e delle regioni.






