Per un nuovo Sud

Costruire scenari di sostenibilità locale e di partecipazione radicati in una appartenenza riflessiva, aperta e conviviale al territorio ed all’ambiente del Mezzogiorno. Collegare in una struttura stabile le iniziative puntiformi in atto per conferire loro una valenza propositiva volta alla partecipazione attiva al governo del territorio ed in particolare alla costituzione della sovranità degli enti locali e municipali. Rivalutare il Sud delle differenze nella sua unità e guardare a Sud in una prospettiva mediterranea di pace, autonoma e sganciata dal feudo atlantico-americano. Sono questi alcuni tra gli obiettivi che qualificano l’assemblea indetta all’Università della Calabria dalla Rete del Nuovo Municipio e dal corso di laurea in Discipline Economiche e sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace. Ma cosa vuol dire partecipazione?
Il prerequisito per la partecipazione è il riconoscimento di un “mondo vitale” comune, dei suoi contenuti etici e tacitamente normativi, di un sapere quotidiano condiviso, di uno sguardo di cura al proprio ambiente, alla scena storica e naturale del vissuto individuale e collettivo. Partecipazione è abitare in comune un luogo, non semplicemente uno spazio fisico, ma un territorio denso di significati in cui la diversa soggettività di ciascuno incontra quella degli altri nella condivisione di senso. Partecipazione è abitare un luogo come parte di un mondo, del mondo che contiene ogni luogo e i beni comuni all’umanità. Partecipazione dunque è attività continua, esercizio di appartenenza “a”, non proprietà o possesso “di”. Partecipare non vuol dire spartirsi i beni, delegando a chi ha più potere il compito di assegnarne a chi ne ha meno. Partecipare è allora, innanzitutto, condividere. E prender parte discende dall’essere parte. Ciò significa esserci, ovvero riconoscere ed essere riconosciuti. L’interazione, la conversazione, lo spazio pubblico libero sono le forme essenziali della partecipazione.
Se dunque queste sono le basi della partecipazione, che nel nostro caso si proietta nella dimensione del governo del territorio, nel progetto del “Nuovo Municipio”, il lavoro da fare – l’attività nel senso politico di Hannah Arendt – consiste in primo luogo in una opera di ricostruzione collettiva della nostra scena di vita, nella sue dimensioni locali (e non localistiche), municipali (e non campanilistiche) e mediterranee. Il Mezzogiorno, ed in particolare la Calabria, sono ancora oggi sedi di un degrado secolare, di una cancellazione costante della memoria e dei luoghi, sedi di fuga da una condizione a volte socialmente insostenibile. Sul disastro ambientale e sociale è cresciuto e si è sedimentato un potere che ha fatto della dipendenza il suo strumento di forza, di ricatto clientelare, di dominio anche criminale. I fallimenti dell’intervento pubblico, le azioni istituzionali ordinarie e straordinarie hanno prodotto cumuli di macerie, cattedrali nel deserto prima e cimiteri di elefanti poi, squilibri sociali, abusivismi, prostituzione del territorio. Se si pensa che investimenti, impresa e quindi occupazione costituiscano una risposta ai problemi del Mezzogiorno si cade ancora in una maledetta illusione. Lo “sviluppo” – se vogliamo usare questo termine così ambiguo – non è questione economica. Al contrario lo sviluppo, in primo luogo della società, è presa di coscienza, conoscenza e opera che concerne la salvaguardia e la sostenibilità dell’insieme dei beni collettivi senza i quali non si dà vita buona (oltre la sussistenza ed il consumo alienante).
E allora il Mezzogiorno non è soltanto sfasciume. Ha ragione Alberto Ziparo quando scrive che le attuali istanze di sostenibilità significano reinterpretare il patrimonio ambientale e territoriale, riprendere i temi dell’etica pubblica, della attenzione e della fruizione sociale rispettosa degli stupendi paesaggi, dei luoghi densi di significato. E su questo terreno ben prima dell’agire istituzionale sono le grandi lotte come quella di Scanzano, quella tutt’ora in corso contro il Ponte sullo Stretto, i conflitti e le ribellioni attorno alla localizzazione di impianti nocivi e deturpanti, centrali termoelettriche, inceneritori, discariche, contro mafie ed ecomafie che segnano la ripresa di una appartenenza che precede la partecipazione. Sono le lotte, anche piccole e talvolta brevi, contro l’abusivismo, le infrastrutture inutili, le inique occupazioni e privatizzazioni del territorio, il proliferare di non-luoghi, la riqualificazione dei quartieri, il diritto alla cultura.
E’ la protesta affinché l’acqua torni ad essere bene comune, distribuita in modo equo ed efficiente e sia gestita pubblicamente. E sono anche comportamenti quotidiani, sempre più spesso organizzati da piccoli gruppi, che ci richiamano al consumo locale di beni sani e puliti prodotti localmente. E’ la solidarietà nei confronti dei migranti e l’accoglienza alla loro iniziativa, affinché trovi spazio pubblico e sia fonte di ricchezza culturale. Non si tratta solo di proteste, bensì di azioni affermative; non si tratta solo di resistenza, ma di piccole, progressive acquisizioni di potere per tutti. Decine e decine di studenti delle nostre università esprimono motivazioni fortissime e lavorano per formarsi in una simile prospettiva di “opera”, di riconquista di una identità attiva, consapevole e solidale.
E sul terreno economico il significato di quella “economia delle carezze” – come la chiama Mimmo Cersosimo – fatta di valorizzazione delle tradizioni e dei saperi antichi non degenerati, delle produzioni locali e di prossimità, il significato è in primo luogo etico e culturale. Da qui la partecipazione ed il suo riferimento alle istituzioni locali, la richiesta di apertura e di presenza decisionale dei cittadini (i bilanci partecipativi, i nuovi statuti municipali, i forum..) possono prendere piede e svilupparsi. La recente vittoria del centro-sinistra in Calabria (ma ancora di più in Puglia, ad esempio) deve significare una svolta nelle istituzioni e nel governo del territorio e dei beni comuni verso una vera sostenibilità ambientale e sociale, ma affinché ciò sia possibile è necessario che lo “scenario” della partecipazione sia patrimonio comune. E’ questo il compito che intendono assumersi i Laboratori Territoriali ed i “nodi” della rete meridionale del Nuovo Municipio. Le molte adesioni alla iniziativa di venerdì da parte di gruppi e coordinamenti di azione locale di diverse regioni meridionali, di importanti istituzioni (come l’assessorato all’Urbanistica e al Territorio della Regione Calabria, quello all’ambiente della Provincia di Cosenza, all’Urbanistica del comune di Rende, del Comune di Cosenza e di piccoli comuni quali quelli della Locride e dell’Aspromonte, della Comunità Montana Capo Sud), di intellettuali e studiosi possono essere l’inizio di una attiva ed aperta conversazione volta a superare le “chiacchiere”, i lamenti o i pomposi programmi mai attuati.

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