Stavolta torniamo a Genova con una grossa novità all’attivo: oltre settanta agenti delle forze dell’ordine sono sotto processo. I fatti della Diaz e di Bolzaneto sono dunque arrivati in tribunale. Non è cosa da poco, tanto che i vertici dello Stato hanno pensato bene di mandare messaggi molto espliciti alla magistratura, con una raffica di promozioni a beneficio di alcuni imputati eccellenti. Nell’arco di poche settimane abbiamo visto Vincenzo Canterini, il capo del reparto mobile che si scatenò alla Diaz, superare diversi candidati teoricamente meglio piazzati e fregiarsi del titolo di dirigente superiore; Alessandro Perugini, quello di Bolzaneto e del calcio al ragazzino già pestato, ottenere il grado di primo dirigente; Giovanni Luperi salire al rango di dirigente generale di pubblica sicurezza con l’incarico di consigliere ministeriale e infine Francesco Gratteri, il dirigente di grado più alto presente alla Diaz, ottenere un ruolo di grande impegno e visibilità come questore di Bari. Per i giudici il segnale è fin troppo eloquente: i “papaveri” più vistosi, fra gli imputati che dal prossimo autunno saranno costretti a frequentare le aule del tribunale genovese, sono stati premiati con promozioni e incarichi prestigiosi, con tanti saluti alla collaborazione fra i poteri dello stato, al rispetto per le vittime delle violenze, in definitiva alla Costituzione, visto che la separazione dei poteri e la preminenza della giustizia sugli interessi di parte (e sulle carriere dei singoli) sarebbero dei requisiti essenziali per una sana e robusta democrazia. La pressione sui giudici è tanto evidente quanto scandalosa. Amnesty International, alla vigilia della prima udienza del processo per la Diaz, indicò la necessità di sospendere dagli incarichi gli imputati, per evitare che si diffonda all’interno delle forze di polizia una richiesta e un’attesa di impunità. Sono arrivati addirittura dei premi.
Una cinquantina di senatori del centrosinistra, quando è uscita la notizia delle promozioni di Canterini e Perugini, due funzionari di medio livello, hanno giustamente protestato con il ministro per la provocazione, ma Pisanu ha addirittura alzato il tiro, affidando nuovi importanti incarichi a Gratteri e Luperi, senza suscitare contestazioni e anzi ottenendo gli appalusi di un potente dirigente dei Ds (l’onorevole Caldarola). Questi episodi fanno capire che c’è un cruciale braccio di ferro in corso: la politica, proteggendo gli alti dirigenti imputati, sta stringendo un patto d’acciaio con i vertici delle forze dell’ordine, che in quest’abbraccio rinunciano a ogni ipotesi di autonomia e accettano d’essere uno strumento al servizio del potere politico. Questo assetto–in larga parte già esistente ma che in questo modo diventa blindato–probabilmente non dispiace a parti cospicue dell’opposizione, quei settori del centrosinistra che in questi anni non hanno trovato niente di scandaloso nella gestione del “dopo G8” e nell’involuzione militarista delle nostre forze dell’ordine. I processi di Genova, insomma, stanno diventando l’occasione per imprimere un’ulteriore spinta autoritaria ai legami fra potere politico e organismi di polizia. Trasparenza, autonomia, apertura alla società civile, democratizzazione sono concetti destinati ad uscire dal lessico delle forze dell’ordine italiane.
Letti in questa chiave, i processi di Genova diventano un banco di prova per la democrazia italiana dei prossimi anni, già sottoposta a tensioni fortissime per la cosiddetta lotta al terrorismo, che sta offrendo ulteriori occasioni per la limitazione delle libertà civili e della piena possibilità di esprimere dissenso dal “partito unico” della democrazia-fortezza che si sta formando sotto i nostri occhi.
Il 12 ottobre partirà il processo per Bolzaneto e due giorni dopo si entrerà finalmente nel vivo del processo Diaz: i giudici da un lato, le parti civili dall’altro si sentiranno assediati. Dobbiamo prepararci–nella società, all’interno dei partiti, nel cuore dei movimenti–a spezzare questo cordone autoritario che viene steso con tanta arroganza.






