Bellanira Areiza Guzman, 17anni. Deiner Andres Guerra, 11 anni. Alejandro Perez, 30 anni. Alfonso Bolivar Tuberquia Graciano (leader del Consiglio di Pace della Zona Umanitaria nella frazione di Mulatos), 30 anni. La sua compagna Sandra Milena Muñoz Pozo, 24 anni. I suoi due figli Natalia Andrea Tuberquia Muñoz di 6 anni e Santiago Tuberquia Muñoz, 18 mesi. E poi, naturalmente, Luis Edoardo Guerra, 35 anni, il portavoce della Comunità.
Ogni volta che questa mesta lista scorre sotto gli occhi, stupore, brivido, nausea. Non ci si abitua. E’ la cosiddetta “strage di San Josè de Apartado”, il 21 febbraio scorso. Che ferocia silente – i poveri corpi trovati in fosse comuni, mutilati, torturati, lontani, abbandonati e nascosti in una zona che si chiama La Resbalos – quasi troppo amara anche per la Locombia, la bella Colombia dove tutti combattono con tutti.
Poi c’è Gildardo Tuberquia Usuga, i suoi nemmeno trent’anni, il suo bel sorriso chiaro mentre si sporge dalla terrazza del Campidoglio. Guarda un foglio che è volato via dal muretto, lo segue con lo sguardo fare le sue evoluzioni di farfalla e andare ad incastrarsi fra i mattoni giù di sotto, si gira, allarga gli occhi e ride di nuovo.
Noi con la nausea, lui col sorriso – che si assottiglia mano a mano che parla – nell’ufficio di Monica Cirinnà, vicepresidente del consiglio comunale di Roma, lo scorso 14 luglio. E’ lì per raccontare il dopo strage della Comunità di Pace di San José de Apartadò. “E’ stato un colpo molto duro”, racconta Gildardo. “Quattro bambini, uno dei quali molto piccolo. E non è finita lì: desplazamientos – allontanamenti forzati–di molte famiglie, incursioni continue della polizia, che si è installata permanentemente nella zona impedendo il processo della Comunità di Pace. Gli agenti obbligano alcuni di noi ad indossare le divise dei guerriglieri e farci diventare così bersagli. La preoccupazione è molta”.
Il Comune di Roma, insieme ad altri comuni italiani – fra cui il Comune di Narni, Città della Pace che presiede la Rete di Solidarietà – offre il suo appoggio e la visibilità internazionale di cui la comunità di San Josè ha bisogno. E’ l’unica garanzia di sopravvivenza quotidiana di una comunità di pace che rifiuta ogni forma di militarizzazione e di violenza e che ha nei suoi principi fondamentali–così si legge nel documento di fondazione–1) partecipare nei lavori comunitari; 2) lottare contro l’ingiustizia e l’impunitá; 3) non partecipare direttamente o indirettamente nel conflitto, non portare armi; 4) non manipolare o apportare informazioni a nessuna delle parti in conflitto; 5) non bere alcolici. E’ anche un tentativo per studiare nuove strategie di difesa pacifica.
A Roma il giovane Gildardo è arrivato dopo aver toccato le capitali di Lussemburgo, Belgio, Germania, Spagna. Dopo, ancora Narni e Parigi. Un lungo viaggio iniziato il 24 giugno fatto di incontri con rappresentanti politici, dei movimenti, delle associazioni e colloqui con parlamentari europei, anche in vista del grande forum del 20 settembre contro l’impunità, a cui parteciperà la rete di Comunità della Resistenza di cui San Josè è capofila.
E’ probabile che ad ogni incontro, Gildardo abbia fatto lo stesso discorso semplice che ha tenuto nel comune di Roma, dove c’erano anche quelli di Amnesty International e gli amici dell’associazione Asud, che da tempo porta avanti campagne e progetti di cooperazione con le comunità contadine e indigene colombiane: “Il presidente Uribe non si è pronunciato contro il massacro, bensì contro la Comunità. In aprile le forze di polizia si sono installate nella zona. Molte famiglie si sono dovute trasferire nei paesi vicini. Noi non possiamo convivere nello stesso posto con una forza militare che ci ha torturato. San Josejito es territorio de paz”.
Ora, due sono le grandi paure della sua gente: “Che ci sia un’ulteriore ritorsione violenta. E la messa sotto processo dei rappresentanti della comunità. Uribe li ha già segnalati come collaboratori della guerriglia”. Il presidente colombiano ha infatti affermato che San José de Apartadó “continua ad essere un corridoio per le FARC” ed ha consigliato le autorità di pubblica sicurezza “di procedere all’arresto, e se necessario alla detenzione, del personale internazionale che nel sostenere la Comunità di Pace dovesse ostacolare la giustizia”. Praticamente, ha dato dei terroristi alle Ong, non dopo aver accolto in Parlamento rappresentanti di gruppi paramilitari. Discreta ironia, non c’è che dire.
San Josè appartiene al Municipio di Apartadò, nel dipartimento di Antioquia, nel nord ovest della Colombia. E’ il territorio più grande di Apartadò ed è composto da 32 frazioni. E’ una zona di alto valore strategico nel panorama del complicato conflitto armato che contrappone i paras delle Autodefensas Unidas alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, perché le sue montagne costituiscono il passaggio obbligato verso i dipartimenti di Córdoba, Chocó e Antioquia. Le sue terre sono inoltre ricchissime di carbone.
Dopo l’ennesima serie di attacchi ed esecuzioni da parte dei paramilitari, senza che l’esercito sia mai intervenuto per proteggere gli abitanti di San José de Apartadò, la domenica delle Palme del 1997, per iniziativa di un migliaio di persone, la comunità si dichiara neutrale ed esige che le formazioni armate non entrino nel suo territorio e che rispettino la vita e l’ integrità dei suoi membri, così come sancito dal Diritto Umanitario Internazionale. Da allora, inizia una delle battaglie più radicali per il rispetto della popolazione civile. E nasce una delle più fastidiose spine nel fianco del conflitto colombiano. Scelta coraggiosa e pagata acaro prezzo: da allora, si sono contati oltre 165 omicidi fra gli abitanti della zona. Fra i quali, gli otto di febbraio.
San José non ha avuto mai alcun dubbio: subito dopo la strage, ha indicato nell’esercito colombiano l’autore del massacro. "Dal giovedí 17 di febbraio l’esercito aveva dispiegato un operativo in tutta la zona. Da questo giorno, l’esercito mantiene presenza di truppe in tutte le frazioni di San José (…) … menzioniamo la strategia dell’esercito-paramilitare per sfollare le frazioni e prendere il controllo delle terre (…) I militari, che mantengono una forte presenza in tutte le frazioni, hanno detto a varie famiglie della zona che era un peccato che la cosa si era diffusa rapidamente, perché se no, i morti sarebbero stati di piú (…)”. Così, nel Comunicato della Comunitá di Pace di San José del 27 febbraio scorso.
Secondo i membri della comunità stessa e di varie organizzazioni colombiane, i responsabili sembrano essere i membri del “battaglione 33 di contraguerriglia della brigata XVII dell’esercito”. Dunque, l’ennesimo coinvolgimento diretto dei militari colombiani nella strategia di spopolamento delle campagne che da anni viene portata avanti. Esattamente quello che Luis Eduardo Guerra denunciava pubblicamente nel suo discorso al Forum Sociale delle Americhe , a Quito nel luglio del 2004. Nel quale diceva, anche «Che senso hanno, signori, tante riunioni e tanti eventi mentre ci stanno ammazzando? Che senso hanno gli hotel di lusso, gli esperti delle Ong e tanti intellettuali, che senso ha tutto ciò per noi che abbiamo così bisogno che ci aiutiate a non morire» .
A San Josè de Apartado però, come Gildardo ci racconta sulla bella terrazza delle sale comunali, la vita continua. “Abbiamo appena costruito un nuovo asilo nido. La nostra Universidàd della Resistencia è molto frequentata. Tra noi, ci aiutiamo sempre, anche se ogni giorno è una lotta”. Poi parla dei suoi due bambini. Non pare avere paura del futuro.
Francesca Caprini
www.asud.net






