Non c’è macchina che non abbia un nastro. Attaccato al finestrino, agli specchietti retrovisori, all’antenna, alle maniglie. A Gerusalemme domina l’arancio. A Tel Aviv l’azzurro. C’era da aspettarselo. Alla tivù si vedono folle di persone, tutte arance, radunate contro il disengagement da Gaza. Uomini, donne, vecchi, bambini da giorni protestano, resistono. Rabbiosi per dover lasciare la Striscia, da 38 anni occupata, dove vivono in ottomila, circondati da quasi un milione e mezzo di palestinesi.
Sono settlers e ultraortodossi. Ma anche chi è d’accordo con il ritiro ed è laico e impegnato per il dialogo, come Rina, che a Rishon Lezion si occupa di progetti internazionali, ci pensa su e dice: «eppure, nei loro insediamenti, hanno trasformato quel deserto inabitabile in un’oasi con serre e servizi sociali, scuole e parchi. Cosa succederà quando se ne saranno andati? Non resterà niente».
Esti, che a Tel Aviv ha uno studio-galleria dove progetta eventi culturali, non ha dubbi: «Azzurro: è ora che se ne vadano. Enormi spese vengono investite per tutelare i fanatici in questo Paese». Lei ha una figlia che ha cominciato da qualche mese il servizio militare. Le aspettano due lunghi anni. Ma soprattutto mesi di tensione alle stelle. E’ di base proprio a Gaza e il suo training prevede come affrontare i coloni e farli evacuare.
Galit insegna arte ad Holon e lavora strettamente con associazioni culturali palestinesi: «Questo è un momento cruciale, proprio per il ruolo dell’esercito, che ora sceglie da che parte stare nel futuro di Israele. E’ un momento delicato e tragico». «Chissà perché arancio, poi – si chiede Nir, un giovane curatore d’arte che incontriamo a Gerusalemme – forse perché richiama la rivoluzione ucraina. Ma è ridicolo». Nella centralissima Ben Yehuda Street c’è la sede dell’Open House, la più famosa organizzazione gay e lesbica, che accoglie israeliani e palestinesi. Hagai ci racconta del Pride di quest’anno, boicottato dal Comune ultraortodosso e attaccato fisicamente dai dimostranti ultrareligiosi: «la nostra battaglia per i diritti di cittadinanza riguarda tutti, perché è contro il fanatismo e il razzismo, per il riconoscimento e per la convivenza delle diversità, anche tra israeliani e palestinesi e all’interno di entrambe le società».
A Jaffa si alternano edifici fatiscenti e piazzette splendidamente restaurate. Da qui nel ’48 sono fuggiti in tanti. E’ il cuore della nostalgia palestinese, dopo Gerusalemme. Ora è un quartiere di Tel Aviv, che ha inglobato tutto, nei suoi cerchi concentrici di modernità urbana e architettonica. Tra negozi di antiquari e rigattieri, d’improvviso compare un magazzino pieno di psichedeliche poltroncine vintage, colori e design fine anni sessanta. Altrove giovani coppie di sposi, arabi e cristiani, si mettono in posa per le foto di rito, sfidando l’afa e l’umidità. La vecchia Al-Saraya – la sede del governatore ottomano – è abbandonata e piena di pipistrelli che gridano tutto il giorno e fanno un rumore assordante.
Vicoli ciechi
«E se fosse tutta una farsa, questa storia del conflitto dentro Israele – si chiede a voce alta il tassista che ci porta tra le due zone di Gerusalemme – per alzare il prezzo e chiedere maggiori aiuti finanziari agli Stati Uniti?».
Come sempre le versioni tra le due parti confliggono irrimediabilmente. Persino quando si danno le indicazioni stradali non si capiscono mai. Ahmed guida il furgone verso Rishon LeZion. Deve raggiungere l’antica sala municipale, costruita dalle 17 famiglie russe fondatrici della città a metà Ottocento, ora restaurata e diventata un teatro. Nissim, che si occupa di politiche giovanili per il comune, lo guida via telefono. Niente. Ahmed sbaglia strada una decina di volte. Parla al telefono con Nissim in ebraico. Sbuffa, impreca, scende e chiede anche ai passanti. Niente. Finché non ci si trova davanti per caso. E’ sempre così. Non riescono proprio a capirsi.
A Nablus, alle 9.00 il check-point è quasi deserto. Perché è venerdì, giorno di festa. «Benvenuti nel peggiore check-point della West Bank» dice un funzionario palestinese dell’Oms, mentre ci passano vicini gruppi di donne, eleganti nei loro abiti neri. Ci sorpassa anche un’ambulanza della Mezzaluna Rossa e un asino con due bambini che ci guardano come alieni.
Majzara ha 25 anni. Si occupa di progetti per i giovani a Nablus. «Per tutta la notte milizie palestinesi ed esercito si sono affrontati. Alle sette è tornata la calma. Ho dormito un’ora. Siamo arrivati ad un punto per cui ci è tutto insopportabile». La situazione sembra precipitata anche dentro la società palestinese: «Hamas è sempre più forte agli occhi di una popolazione stanca, povera e umiliata – continua sempre il tassista – Al Fatah non ha più credibilità. Un disastro. E lo scontro è diventato anche armato».
«Basta pensare a Gerusalemme – ci aveva raccontato il giorno prima una cooperante italiana – E’ abbandonata al suo destino, i palestinesi non hanno alcuna strategia, i ministeri latitano, le Ong li sostituiscono come possono ma sprecano risorse ed energie, la cooperazione internazionale disperde progetti o ne promuove di inutili, non è coordinata. Eppure Gerusalemme è davvero il banco di prova per i prossimi anni». «La Gerusalemme palestinese rischia di scomparire – sottolinea ora Majzara – ma come possiamo rinunciarvi?».
Nella Città Santa, gli stranieri e la borghesia palestinese si ritrovano all’Ambassador Hotel. Vi si festeggiano matrimoni con spose vestite di bianco e signore in lungo. Ma è un altro mondo rispetto al cuore della città che corre fin dentro la Porta di Damasco, coi suoi mercati pieni di profumi, di colori, di grida, dove si fatica a camminare tanta è la folla. Qui è sempre più difficile trovare una ragazza senza velo, magari sgargiante, ma coperta. Le identità religiose si impongono e le tensioni si moltiplicano. Un intero paese vive di dissociazioni, di vuoti e di pieni esagerati. Un mondo fatto a strati, a spigoli, a incastri, che stridono quando si toccano.
Un hidjab rosa shocking
Al Ben Gurion, in fila con dieci ragazzi di Nablus e dieci di Rishon LeZion. E’ la terza volta che si incontrano e vivono assieme. E’ successo a Venezia l’anno scorso, a Gerusalemme a febbraio e ora ritornano nella città lagunare. Un progetto promosso dall’Assessorato veneziano alle politiche giovanili e alla pace, che cerca di aprire spazi di libertà nel cuore di questo conflitto. Con questi adolescenti nemici, interagiscono anche gli studenti di due licei veneziani, il “Marco Polo” e il “Giordano Bruno”. Assieme hanno realizzato workshop di scrittura, di teatro, di video: hanno inventato un modo per stare assieme, di ascoltare e di percepire l’altro fuori dagli stereotipi.
Nessuno vuole far fare la pace tra loro. Ma solo dimostrare che è possibile. Ogni volta si studiano e si sfidano, chiacchierano e si cercano. Dicono che non c’è niente da fare per rovesciare il destino che li vede occupanti e occupati. Poi chiedono di rivedersi. Piangono a rottadicollo per le loro tragedie. Poi ballano attorno ai dj di Burano, loro coetanei, con cui stanno costruendo un web-site per dire al mondo cosa stanno facendo. Anche questa volta, l’ultima settimana di luglio.
La security dell’aeroporto è di nuovo sorpresa quando scopre chi sono questi venti diciassettenni in fila per volare via. E’ di solito praticamente impossibile per i palestinesi usare l’aerostazione di Tel Aviv, che ora è nuova e high tech. Ma loro, per la seconda volta, ce la fanno. Grazie anche ad una fitta trama di relazioni e ad una credibilità inusuale, costruita dal Comune di Venezia, tra ambasciate e amministrazioni cittadine, il Peres Peace Center e le autorità militari, centri culturali e network internazionali.
Gli israeliani passano dritti al check-in. I palestinesi sono tutti fermi alle perquisizioni lentissime e minuziose dei bagagli, indumento per indumento, borsa dopo borsa e poi ognuno di loro. E ognuno è accompagnato personalmente al check-in. Nuove trattative. Con ogni agente. Qualcuno finisce al desk della Royan Jordanian e bisogna trattare per portarli a quello dell’Alitalia. Qui alcuni non risultano. Bisogna rivedere i files, i documenti, i pass. E poi il controllo passaporti. E di nuovo i bagagli. Majzara è fermato. Perché: non si sa. Forse non parte. Poi lo ritroviamo al gate.
I ragazzi e le ragazze di Nablus in aereo ci guardano sfiniti, umiliati, felici di assaporare la libertà. I ragazzi e le ragazze di Rishon LeZion sgranano gli occhi, fingono che sia tutto normale, cercano risposte. Sono tutti in silenzio. Succede sempre così. Ed ogni volta è diverso. Perché le tracce del conflitto si depositano anche sui loro corpi. Razan è una ragazza bellissima. L’unica con l’hidjab. Rosa shocking. Anche l’anno scorso era uscita da Nablus velata. Poi in autobus verso Rishon LeZion aveva tolto il foulard e lasciati liberi i capelli lunghi e bruni. Questa volta fa tutto il viaggio coperta. In valigia ne ha tanti di tutti i colori, uno per ogni giorno passato a Venezia.






