In Bolivia i mesi di maggio e giugno sono stati tanto pieni di avvenimenti da rendere evidente che il periodo «rivoluzionario» iniziato nel 2000 con le lotte per recuperare l’acqua a Cochabamba è lungi dall’essersi concluso. Un quadro generale dei fatti recenti può aiutare a riflettere su alcuni degli interrogativi più ardui che il movimento stesso, le sue capacità e i suoi limiti stanno ponendo all’ordine del giorno. Si tratta, credo, della complessa questione del potere, della possibilità di effettuare il passaggio dalla resistenza generalizzata, intrapresa da uomini e donne attraverso molteplici azioni di mobilitazione e protesta, alla scelta di autogovernarsi. Di passare dalla dimostrazione di una forte capacità di veto–che in questo caso è riuscita ad arrestare il progetto di sottomissione della società da parte della destra, un progetto sostenuto dallo stesso Dipartimento di stato nordamericano–alla lenta e graduale costruzione di una forma altra di convivenza e ordine sociale.
E’ opportuno farlo, visto che la seconda battaglia della «guerra del gas» che ha avuto luogo in Bolivia è uno specchio che riflette tanto le difficoltà nel superare il (dis)ordine neoliberista, quanto le potenzialità di una lotta indigena e popolare autonoma che non si rassegna al destino di miseria e morte impostole dall’esterno.
Gli antefatti necessari a spiegare
Dopo l’ottobre 2003 i governanti e le élites boliviane hanno sviluppato una strategia di logoramento contro il movimento indigeno e popolare fondata essenzialmente su due aspetti.
In primo luogo, avendo preso atto della capacità di controllo del territorio dimostrata con il blocco delle vie di comunicazione–da parte delle comunità aymara e quechua dell’altipiano e delle valli interandine, degli abitanti della città di El Alto, dei minatori e degli appartenenti alle cooperative di Oruro e Potosí, ecc–i governanti e i partiti tradizionali si sono sforzati di mantenere e rafforzare il proprio controllo del tempo, cioè di scandire il ritmo degli eventi politici in modo da stemperare la spinta indigena e popolare dell’insurrezione di ottobre. I due obiettivi decisivi stabiliti dai movimenti sociali nel 2003, recupero degli idrocarburi oggi in mano alle compagnie transnazionali e realizzazione di un’Assemblea costituente sovrana con una rappresentanza minoritaria dei partiti, sono andati molto a rilento durante il 2004.
Il secondo aspetto della strategia di smantellamento e logoramento consisteva nel tentativo di subordinare tutta l’energia popolare e gli accordi raggiunti a caldo con le mobilitazioni a ristretti comitati di presunti esperti che non fanno che introdurre le trasformazioni volute dalla popolazione e dai lavoratori nell’incomprensibile mondo di una legalità viscosa e di un labirinto burocratico. Il “referendum trappola” – tramparéndum – per la nazionalizzazione degli idrocarburi realizzato nel luglio scorso e la formazione di una “commissione” statale per preparare l’assemblea costituente che ha scelto i partiti politici tradizionali e gli intellettuali come interlocutori privilegiati esemplificano bene questa maniera di procedere. Malgrado ciò, le due richieste fondamentali della popolazione boliviana che lavora e dei popoli indigeni occidentali ed orientali sono rimaste esplicitamente presenti nell’insieme delle azioni e lotte popolari durante il 2004.
Nel novembre scorso, ad esempio, quando la popolazione di El Alto ha deciso di cacciare la multinazionale Suez Lyonesse des Eaux, ponendo fine alla privatizzazione della distribuzione d’acqua potabile attraverso uno sciopero a tempo indeterminato con blocco delle strade e paralisi totale della città, si parlava anche della necessità di nazionalizzare gli idrocarburi “una volta per tutte”.
E poi, in seguito–quando i dirigenti delle assemblee di quartiere di El Alto sono rimasti intrappolati negli interminabili negoziati con i rappresentanti governativi per decidere come “porre fine” al contratto con la Suez (soprattutto nel tentativo di “far capire” ai funzionari statali che gli alteños vogliono costruire un’impresa “pubblico-sociale”, che non è esattamente un’impresa statale né privata e pertanto “non rientra” nella regolamentazione ufficiale boliviana)–la necessità di un’Assemblea costituente per rifondare la nazione, cioè che ne ridefinisca le leggi e ne reinventi le istituzioni, è tornata attuale per la popolazione in rivolta.
I due meccanismi di logoramento sono stati utilizzati ampiamente durante i quasi 20 mesi del governo di Carlos Mesa, un governo che cercava di “amministrare” il confronto sociale mantenendo il conflitto all’interno di soglie controllabili. Ma la destra boliviana, i settori imprenditoriali più favoriti dalle politiche neoliberiste, gli esportatori agricoli di Santa Cruz, le élites importatrici legate agli investimenti transnazionali e le mafie dei partiti politici tradizionali hanno recuperato l’iniziativa politica a partire dal gennaio 2005 e si sono lanciati in un’aspra offensiva volta a neutralizzare tanto l’esigenza di nazionalizzazione degli idrocarburi quanto la minaccia di un’Assemblea costituente sovrana e non controllata dagli stessi partiti politici.
Lo “sciopero cittadino” di Santa Cruz del gennaio scorso ha sfruttato il malcontento generale prodotto dall’aumento del prezzo del diesel incoraggiando la partecipazione popolare e ha messo a confronto le “proposte di ottobre” con la richiesta di “autonomie dipartimentali” sancite dal referendum. Il progetto del settore imprenditoriale e della destra di Santa Cruz è molto semplice: trasformazione dello stato non tramite un’Assemblea costituente bensì con un referendum che consulti la popolazione sulle prerogative che devono avere i governi dipartimentali, in particolare sull’insieme di norme che regolano la concessione delle risorse naturali disponibili nelle regioni: gas e petrolio, tra le altre. Il problema di chi debba governare i dipartimenti non è in discussione: le élites dei partiti e dell’imprenditoria. Per questo vogliono imporre il fatto che i prefetti non siano più nominati dal governo centrale ma scelti mediante “elezioni prefettizie” in cui concorrano i partiti tradizionali .
Così, tra febbraio e maggio, ha preso forma una generalizzata polarizzazione della società boliviana in due grandi blocchi. Da una parte la destra più reazionaria, indignata per l’insolenza de “los de abajo”, la gente comune che mette a rischio il suo diritto a comandare e che, proprio per questo, vede minacciata la sopravvivenza dei propri affari. Dall’altra, il mosaico conflittuale di organizzazioni sociali popolari e indigene di tutto il paese, con le sue enormi contraddizioni ma, nonostante tutto, con la sua profonda identità.
Questa volta, però, a differenza che nelle precedenti mobilitazioni nazionali, il settore indigeno e popolare non si è presentato al confronto con un’idea più o meno comune del cammino da seguire. Sul come sviluppare il “recupero” del gas e del petrolio saccheggiati, si sono delineate due posizioni da quando, all’inizio di maggio, finalmente è stata promulgata la legge sugli idrocarburi: un aborto dopo 15 mesi di gestazione del quale nessuno vuole riconoscere la paternità. Evo Morales, il suo partito MAS (Movimiento al Socialismo) e numerosi contingenti di cocaleros e campesinos proponevano la rettifica di alcuni articoli della legge per garantire il pagamento da parte delle imprese del 50 per cento delle imposte sul totale dei combustibili sfruttati, il che significa dirsi implicitamente favorevoli a dividere il “reddito petrolifero”. Le Juntas vecinales (assemblee di quartiere, ndt) di El Alto, le federazioni contadine dell’Altiplano, cioè gli aymara rurali, la Coordinadora de Defensa del Agua y del Gas di Cochabamba, la COB e diverse associazioni di categoria ad essa associate proponevano invece la ri-nazionalizzazione immediata degli idrocarburi consegnati alle compagnie straniere, la rescissione immediata di tutti i contratti che lo Stato ha firmato con tali imprese e la rifondazione della YPFB allo scopo di “industrializzare” il gas (YPFB è l’impresa statale del petrolio “consegnata” a capitali stranieri a partire dal 1995 attraverso uno meccanismo di privatizzazione truccata noto come “capitalizzazione”).
I giorni dello scontro aperto
In quel contesto instabile del conflitto, dal 23 maggio al 9 giugno la città di La Paz è stata posta sotto assedio dalla gente di El Alto tramite i blocchi stradali che, dall’Altiplano aymara, si sono via via etesi a tutto il paese. La sede del potere politico boliviano, La Paz, è stata occupata giorno dopo giorno da diverse migliaia di uomini e donne in rivolta, che per tutti quei giorni sono scesi nelle strade principali, si sono seduti nelle piazze per prendere decisioni e realizzare “cabildos” – assemblee – e hanno costruito fossati e barricate in diversi incroci per affrontare la polizia antisommossa. Più volte hanno minacciato di chiudere il Congreso nacional e, anche se non sono riusciti ad occupare l’edificio, hanno fatto esplodere con la dinamite una delle sue fiancate.
Nel bel mezzo di questi avvenimenti riportati puntualmente dai media internazionali, i settori vicini al MAS si sono man mano radicalizzati arrivando a esigere “nazionalizzazione”. Con loro ha necessariamente dovuto orientarsi a sinistra, almeno temporaneamente, anche la posizione di Evo Morales che non poteva permettersi di perdere completamente la capacità di influenza sull’insieme degli eventi. Il cambio di orientamento ha consentito a Morales di sostenere fermamente nel movimento un altro aspetto della sua proposta personale: il rispetto per le istituzioni statali, la fiducia in una soluzione dei problemi sociali attraverso le vie disegnate a livello statale (i meccanismi elettorali e, soprattutto, la prerogativa di comandare per pochi e l’obbligo per gli altri di obbedire). Sarà utile precisare che, almeno a partire dalla penultima settimana di maggio, per le strade di El Alto e La Paz si sentiva parlare di “chiusura del parlamento", in certi giorni l’assemblea di El Alto e il movimento aymara avevano perfino stabilito insieme di portare avanti questa chiusura.
Sono moltissime le ragioni che spingerebbero a una scelta di questo tipo: più del 60 per cento dei senatori e deputati boliviani eletti nel 2002 appartengono ai partiti politici tradizionali che hanno visto diminuire la loro influenza e legittimità a livelli infinitesimali. Questi “parlamentari” non hanno mai dato conto del loro operato agli elettori, ma adesso non lo fanno neanche con i loro partiti, perché ognuno sta tentando di salvarsi in proprio dal naufragio di un sistema politico formale boliviano sempre più inutile e impotente di fronte alla mobilitazione popolare. Quei senatori e deputati, i reali promotori della legge sugli idrocarburi che non ha soddisfatto nessuno, naturalmente non apriranno mai il minimo spiraglio alle esigenze del movimento sociale. Di questo si discuteva per le strade di El Alto già in maggio.
Così, in termini tattici immediati, la posizione dei manifestanti ha oscillato con una certa frequenza per tutto il conflitto: passava dallo scontro diretto con la polizia per cercare di occupare l’edificio del Congresso ed imporre la chiusura del parlamento (e non c’era grande chiarezza sul cosa fare in seguito), a un aumento della pressione, nel tentativo di obbligare i parlamentari a compiere il mandato di “esprimere la volontà del popolo”.
La rappresentanza eccessiva dei partiti tradizionali e delle élites imprenditoriali nel Congresso ha così contribuito a far crescere il malcontento sociale, espandendolo fino a raggiungere le classi medie durante la seconda settimana del «levantamiento». I manifestanti sono in grado di occupare e paralizzare due terzi del territorio nazionale (il terzo “non occupato” è l’Amazzonia boliviana, quasi disabitata), ma non arriva certo al 30 per cento la percentuale di deputati disposti a difendere istituzionalmente la posizione espressa dalla gente nelle strade. È molto difficile sapere quanti boliviani si siano mobilitati in queste settimane; sappiamo che a La Paz ci sono state almeno tre manifestazioni con oltre centomila persone, una è arrivata a quasi mezzo milione. Le fonti ufficiali hanno informato di almeno 70 punti di blocco, ma i blocchi sono sviluppati secondo una logica comune di turni e rotazioni, per cui gli uomini e le donne mobilitati sono più di quanti fisicamente occupano uno spazio in un determinato momento. Ciò significa che una percentuale gigantesca della popolazione boliviana ha partecipato attivamente alla mobilitazione per la nazionalizzazione e l’assemblea costituente.
In questo margine di sfasamento tra la potenza di mobilitazione dei movimenti sociali, tra la forza con cui sono riusciti a paralizzare il paese ed opporsi ai raggiri della destra (che non ha potuto imporre la legge sull’aborto e non ha ottenuto la sostituzione di Mesa con Vaca Díez così come voleva) e la loro impossibilità di concretizzare le decisioni prese in centinaia di assemblee, emerge un nodo sul quale bisogna riflettere: il nodo del potere.
Il movimento sociale indigeno e popolare boliviano ha dimostrato, soprattutto dal 2003, come lo Stato non abbia modo di garantirsi l’obbedienza della popolazione. Si è ormai spezzata la tradizionale relazione di potere all’interno della società, che si esercita attraverso strumenti materiali e simbolici. Per oltre due anni la costante della società boliviana è stata l’insubordinazione sociale generalizzata, che limita o impedisce ai governanti di eseguire i propri propositi. Tuttavia, nemmeno la gente comune ha ottenuto che “los de arriba” portassero a compimento la volontà della società in rivolta. In tal senso, giustamente, la strategia indigena e popolare dell’assedio e del veto ai raggiri dei potenti richiede una contropartita: la costruzione di una capacità materiale e simbolica concreta per attuare le proprie risoluzioni a livello generale. Questo significa costruire il proprio autogoverno, una necessità si estende a diversi livelli: dal locale–dove è nato in questi anni e dove, pian piano, si è esteso a vaste regioni della campagna andina – fino al regionale e nazionale, laddove può davvero iniziare ad insorgere, vista la forza dell’irruzione popolare.
In questo caso, a differenza delle precedenti ondate di rivolta, sono stati compiuti per la prima volta passi decisi verso la realizzazione pratica delle istanze indigene e popolari. Rappresentano una rottura significativa rispetto alla tendenza a sperare che i parlamentari decidano di rispettare il mandato popolare diversi fatti: l’occupazione di almeno sette pozzi di gas a Santa Cruz e nella regione di El Chaco, a Tarija, la chiusura delle valvole in vari oleodotti e gasdotti, la presa delle stazioni di pompaggio e il controllo del trasporto di petrolio e gas in zone rurali lontane o piccoli villaggi indigeni, così come l’occupazione simbolica della raffineria Gualberto Villarroel a Cochabamba durante la prima settimana del conflitto e l’assedio – che ha compreso lo scavo di un fossato tutt’intorno – all’impianto di raccolta di idrocarburi di Senkata nella periferia di El Alto.
La Coordinadora de Defensa del Agua y del Gas ha dichiarato dall’inizio di maggio la necessità di preparare l’occupazione degli impianti petroliferi nel caso in cui venisse approvata la legge sugli idrocarburi, che eludeva la questione del recupero delle risorse. Persino la presa simbolica della raffineria di Cochabamba è iniziata durante la prima settimana del conflitto, per poi generalizzarsi. E la stessa Coordinadora ha detto in uno dei suoi comunicati che la prossima volta non saranno solo occupati i pozzi e gli impianti, ma che fin d’ora si comincerà a preparare le risorse necessarie per poter utilizzare tale infrastruttura a beneficio del popolo. E questo percorso sbocca direttamente nella questione del potere e della forza. Lo sanno tutti in Bolivia.
Il popolo boliviano insorto si è confrontato direttamente in questa occasione con il problema del potere, dell’esercizio del comando a livello generale all’interno della società. L’assemblea cittadina di El Alto del 3 giugno–poco prima che le élites ed i parlamentari di destra decidessero di andarsene nella città di Sucre, tradizionalmente dormiente e aristocratica, per tenere lì le sedute parlamentari e prima che ottenessero direttamente il controllo del governo grazie alla dimissione di Mesa e all’elezione di Hormando Vaca Díez–ha cominciato ad essere considerata non solo come luogo di organizzazione della protesta e della lotta, ma anche come un organo di risoluzione dei problemi più urgenti della città, al pari di un organo di potere. L’esperienza non è riuscita a consolidarsi–dato che non si è arrivati a dare una risposta autonoma e coordinata neanche al problema del rifornimento di cibo e combustibile–però sicuramente sono rimasti il germe, l’embrione di una volontà di autogoverno al livello di una città con più di mezzo milione di persone, lo slancio a costituirsi collettivamente come titolari della sovranità sociale, con la legittima potestà di organizzare le cose come meglio si crede, senza aspettare nessuna sanzione che non risponda alle proprie decisioni.
A fronte di tutte queste azioni, in un crescente processo di radicalizzazione, la destra ha dovuto giocare le sue ultime carte “istituzionali”: destituzione di Mesa, rinuncia dei due candidati ad occupare la presidenza – il presidente del Senato e quello della Camera – ed elezione a nuovo presidente del titolare della Corte Suprema de Justicia in modo da convocare le elezioni generali al massimo entro sei mesi. Questo terremoto istituzionale non è roba da poco, soprattutto se consideriamo l’esplicito appoggio degli Stati uniti alla figura di Vaca Díez, presidente che rappresenta direttamente i loro interessi e quelli dell’oligarchia cruceña. Effettivamente, la destituzione di Carlos Mesa non è stata reclamata dal movimento indigeno e popolare; è stata piuttosto un maneggio organizzato dalla destra, principalmente attraverso le sue entità corporative–la Federación de Empresarios de Santa Cruz, la Cámara Agropecuaria de Oriente, ecc. É stato un raggiro disperato che, sebbene sia riuscito a bloccare momentaneamente la mobilitazione, non ha modificato affatto le parole d’ordine, nazionalizzazione degli idrocarburi e convocazione di un’Assemblea costituente, parole che compaiono in tutti i comunicati delle organizzazioni sociali nello stabilire un momento di tregua, in un conflitto indigeno e popolare che, al concludersi della sua seconda battaglia, ha conservato ed incrementato le proprie forze. Ancora una volta il popolo boliviano non ha ottenuto ciò che si era proposto, ancora una volta ha mosso dei passi nella giusta direzione, ha accumulato esperienza, incrementato la propria forza e chiarito le proprie strategie future. Insomma, nella lotta generale contro il neoliberismo, segnamo una vittoria.
Alcune considerazioni sul potere e alcuni interrogativi sul pensiero classico
Per concludere questa riflessione sulla “rivoluzione” boliviana in corso, vale la pena di aprire una parentesi sulle possibili strategie del movimento indigeno e popolare in relazione alla difficile questione del potere e dello Stato. Ormai si sente dire in giro che per affrontare il problema del potere il movimento sociale non ha che due strade: o consolida ed amplia una rappresentanza politica di parte intorno al MAS, o al suo esterno per partecipare alle prossime elezioni generali, o prepara un’insurrezione che, stavolta davvero, sblocchi il “pareggio catastrofico” in cui si trovano il conflitto sociale e la lotta di classe in Bolivia. Vale a dire, si ripresenta l’antica disgiunzione tra il modo più accessibile per “occupare o condurre gli affari di Stato”, la via elettorale, e la via insurrezionale o armata, perchè soltanto tramite la gestione dello Stato si può intendere la costruzione del potere.
È un discorso che tanti vecchi militanti come me hanno fatto mille volte in altre circostanze e, per fortuna, ormai buona parte dei ragionamenti in merito non si occupa più della scelta tra via elettorale o via armata come percorso migliore per l’avanzamento della rivoluzione. Le riflessioni più lucide, a mio parere, dibattono se l’obiettivo generale di un movimento sociale rivoluzionario in attività possa essere l’occupazione o la presa dello Stato per poi promuovere la trasformazione di tale apparato, mentre in contemporanea si diffonde la rivoluzione all’interno delle relazioni sociali.
Tra questi ragionamenti, uno dei più utili per capire la situazione attuale è l’idea di pensare il potere come una categoria relazionale che vincola, attraversa e dà una collocazione ai diversi settori di una società. Qualcuno esercita il potere perchè c’è chi è disposto ad accettare il potere dell’altro. In Bolivia il potere del governo e del parlamento, durante le ultime due settimane, si è basato principalmente sulla conflittuale accettazione della sua esistenza da parte di una fetta ancora ampia della società boliviana; al di là di questo restava solo l’impotenza dei governanti, soprattutto perchè in questo caso le forze armate hanno svolto essenzialmente il ruolo di forza di contenimento non attiva all’interno del conflitto .
Quindi, nell’ambito della relazione sociale del potere, si delinea chi sta in alto e chi in basso; e nelle rivoluzioni pure questo entra in gioco. Qualcuno comanda perchè qualcun’altro obbedisce: chi fa cosa? È su questo che ci si confronta. In tal senso, e parafrasando Foucault, il potere, in quanto “capacità di influenzare la condotta altrui”, deve necessariamente intendersi la possibilità per un settore sociale di influire sulla vita e il destino di altri, e sulla predisposizione di altri settori a rispettare le decisioni dei primi.
Per questa ragione, il potere non è un luogo né una cosa che i subalterni possano occupare o prendersi. Il potere di quelli che stanno in basso si costruisce gradualmente, sollevando nuove certezze riguardo tutto ciò che la gente, grazie alle sue forme di democrazia diretta, è stata ed è capace di fare. Il potere di chi sta in basso si costruisce gradualmente, rafforzando la rete delle molteplici volontà collettive che vogliono regolare la propria convivenza con norme “altre” e sintonizzando le richieste e azioni dei diversi gruppi umani autonomi, che si sono mobilitati a partire dal 2000 a proprio rischio e pericolo. Il potere indigeno e popolare si costruisce, nel caso concreto della Bolivia, organizzando e dando corpo all’idea di autogoverno e, come ha iniziato a delinearsi in questa occasione, realizzando le risoluzioni prese collettivamente per via di atti concreti. “La prossima volta, non solo andiamo ad occupare i pozzi”–dice la Coordinadora del Gas–“andiamo ad utilizzarli a beneficio collettivo, di tutti noi e dei nostri figli”. Fare ciò in relazione al gas, al petrolio, ma anche alla terra, all’acqua, alla ricchezza in generale, ecc., comporta numerose azioni di lotta, drastiche rotture simboliche per la popolazione sottomessa che mettano in discussione il diritto di comandare di quelli “de arriba”, esige riflessioni profonde sui passi da compiere e solidi legami tra i movimenti popolari e indigeni delle svariate regioni e settori del paese. E, naturalmente, richiede parallelamente la costruzione di una capacità d’autodifesa, per proteggere tutto quanto si decida di costruire.
Se la natura del potere è dualistica, in quanto contiene al contempo la condensazione del “potere-su” che limita il “poter-fare” specificamente umano, nonostante la seconda accezione sfidi sempre la prima e la modifichi, in Bolivia è ormai all’ordine del giorno il dibattito sulle maniere per sviluppare il poter-fare dei settori più saggi del paese: gli indigeni e i settori popolari dei lavoratori. In Bolivia si sta compiendo il passaggio dalla resistenza generalizzata all’autogoverno e lì, insisto, la questione di risolvere ciò che riguarda l’autodifesa di quanto collettivamente si va costruendo rimane irrisolta anche e soprattutto al livello delle città.
Sono molte le sfide che la popolazione povera delle città boliviane sta affrontando in questo momento, le comunità e i popoli aymara e quechua dell’altipiano e delle valli, così come i popoli indigeni e meticci dell’oriente. È molto anche quello che hanno imparato e che nel loro percorso ci stanno insegnando. Insieme alla minaccia di un intervento statunitense che iniziò a diffondersi durante la rivolta, nella riunione della OEA in Florida e accanto all’offensiva della destra cruceña e ai suoi desideri secessionisti, anche la confusione rispetto all’"occupazione dello stato" come sintesi apparente degli obiettivi profondi di trasformazione radicale delle relazioni sociali, che fosse per via elettorale o insurrezionale, è un pericolo che incombe, in questi giorni, sugli uomini e le donne della terra dei condor. Speriamo che la loro profonda intuizione su cosa è meglio per tutti sia capace di superare tutti questi ostacoli.
- Questo saggio è stato pubblicato sulla rivista messicana “Rebeldia”. La traduzione, revisionata da Marco Calabria, è di Marzia Pafumi






