La rivolta popolare contro l’ONU in Congo ha costituito la base per il tentativo di golpe abortito nei giorni scorsi. E’ questo il dato politico più significativo visto che è la prima volta che un generale golpista sfrutta il clima di profonda insoddisfazione contro le Nazioni unite per tentare un ennesimo capovolgimento di fronte nel paese-continente africano. Nei giorni passati infatti il movimento degli studenti aveva a più riprese manifestato contro l’impotenza dei Caschi blu nei confronti dei massacri ad est del paese ove migliaia di persone, la maggioranza donne e bambini, sono stati torturati ed uccisi da forze ribelli che poi si sono tranquillamente ritirate nella foresta “chiedendo scusa” ( sic!) per le atrocità commesse. Quanti di noi hanno vissuto da vicino il tentativo di golpe a Kinshasa possono testimoniare di questa nuova saldatura tra rivolta popolare e settori militari, oggi entrambi frustrati da un ONU di facciata che, da una parte ostenta mezzi e spese decisamente scandalosi e, dall’altra, mostra sul campo una impotenza totale. Offuscata dal “rientro” in Iraq la vexata questio della reale capacità delle Nazioni unite attuali di assicurare la benché minima praticabilità per una ricostruzione che non sia solo speculazione privata abilmente camuffata o, ancora più difficile, per garantire un processo di pace “dal basso”, torna a manifestarsi attraverso le vicende congolesi in tutta la sua portata. La superficialità dei media che hanno considerato gli avvenimenti di questi giorni come imputabili a vecchie logiche tribali, mostra che si vuole ignorare la gravità che invece queste dinamiche rappresentano, scordando volutamente che l’Africa è stata per lunghi anni, ed ancora lo è, una terra d’avanguardia per tutto quello che poi viene sperimentato altrove in termini di violazione dei più fondamentali Diritti ad essere umani. Se l’Africa si ribella alle Nazioni unite oggi possiamo stare certi che molti altri continenti lo faranno domani. L’Onu che c’è dunque, in Congo ma anche il Liberia ed in Burundi, in Sudan come in Eritrea, contro l’Onu che ancora non c’è, come in Iraq. Non crediamo quindi, avendo assistito alle vicende congolesi, che lanciare un allarme preventivo e forte sui “termini d’ingaggio” cui verranno sottoposte le truppe Onu in Iraq sia da considerarsi disfattismo o pericoloso estremismo. Le rivolte popolari nel cuore dell’africa mostrano che se non si corre subito ai ripari con una riforma profonda del sistema multilaterale il rischio è che s’impegni il Palazzo di vetro in una nuova missioni impossibile, tale da travolgerlo irrimediabilmente.
Raffaele K. Salinari, Terre des hommes






