Sono tornato dal mio ultimo viaggio nello stato del Cearà, Nord-Est del Brasile, in quanto responsabile d’una associazione di volontariato trentina. Accompagnavo 13 persone che, a conclusione di un percorso di formazione, dedicavano alcune settimane per conoscere questo straordinario “continente” alle prese con una sfida storica: porre fine alla fame che interessa milioni di famiglie, distribuire la terra ai contadini e collocare il Brasile tra i “grandi” paesi di questo pianeta, dotato com’è di straordinari territori e materie prime di ogni genere.
Avevamo tra l’altro il compito di conoscere da vicino i progetti che l’associazione Tremembè, con il sostegno della PAT, accompagna in questa arida regione nordestina. Il più conosciuto tra questi è sicuramente il progetto di turismo responsabile che prende il via, nel ‘99, sulle infinite spiagge del villaggio di pescatori Tremembè. Questa piccola azienda turistica, da subito data in comodato gratuito all’associazione brasiliana “Caiçara”, registra nel 2004 duemila pernottamenti, di cui il 80% stranieri, crea un significativo indotto (trasporti, artigianato venduto, ecc.) e colloca il villaggio di pescatori Tremembè tra le località significative per numero di arrivi stranieri nello stato del Cearà (dopo Fortalezza, Canoa Quebrada e Jericuacuara). Ciò significa che in media e per ogni giorno dell’anno, sei persone pernottano nella “Pousada Tremembè”, un numero che non scombussola gli equilibri socio-economici di questo villaggio di settanta famiglie ma che nello stesso tempo dà un contributo all’economia locale. Soprattutto perché uno su tre dei nostri viaggiatori mantiene una relazione amicale/solidale di tipo stabile con una o più delle realtà che ha conosciuto.
Come già altre volte, al ritorno da questi viaggi, porto appresso sensazioni e valutazioni contrastanti, a dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, che la realtà è più complessa di quello che immaginiamo/desideriamo e che il cammino verso un “mondo migliore” non è dietro l’angolo.
Abbiamo visitato una piccola fabbrica per la lavorazione della “castanha di cajù” (conosciuta da noi come anacardo) a cui la nostra associazione era molto affezionata; un po’ perché era decollata grazie ad un piccolo prestito concesso da una nostra socia, un po’ perché eravamo abituati a presentarla ai nostri viaggiatori (responsabili) come modello di micro-imprenditorialità locale. Purtroppo era chiusa da alcune settimane per mancanza di materia prima da lavorare; notizia per noi insopportabile dato che la fabbrica è ubicata dentro una vastissima area, di centinaia di ettari, coltivata a cajù e rimanere senza “castanha” significa semplicemente non aver comperato il prodotto quando era il momento opportuno.
Abbiamo conosciuto una interessante esperienza di commercio equo e solidale che coinvolge una ventina di comunità; i loro prodotti agricoli e artigianali vengono convogliati e posti in vendita in un negozio allestito nella città di Aratati, circa 60.000 abitanti. C’è molta attesa attorno a questa esperienza, la prima nello stato del Cearà, che ha saputo creare entusiasmo e fiducia nelle comunità coinvolte dal progetto. Alcune di loro hanno realizzato orti biologici e fanno arrivare frutta e verdura alla “Bodega”. Altre allevano galline e capre con mangimi naturali incontrando grande apprezzamento presso i consumatori. Nel visitarne un paio a conduzione collettiva, restiamo davvero meravigliati nel vedere la terra rossa e arida, trasformata in floridi e ordinati orti per l’apporto di sostanze organiche e per via di un sistema di irrigazione a goccia semplice ed efficace. Il responsabile di comunità Almir ci racconta con orgoglio le difficoltà che hanno superato, le decine di incontri per preparare le persone al duro lavoro di campagna e soprattutto al lavoro collettivo, quasi una mistica alla solidarietà, alla condivisione e alla sfida che spetta al popolo nordestino per chiudere con la povertà endemica. Ma soprattutto sentiamo Almir forte, carismatico, capace di convincere e far crescere queste famiglie, fino a farle diventare modello per tutto l’”assentamento” (terra assegnata ai contadini dalla riforma agraria). Ci racconta che il loro reddito è sensibilmente migliorato e che nell’arco di un anno prevede un’autonomia economica per le famiglie coinvolte. Ci sembra di non essere nel “Sertào nordestino” quando ci parla delle rigide regole che si sono dati per contrastare l’atteggiamento “comodista” (aspettare che qualcuno porti un aiuto) di queste popolazioni, per esempio l’espulsione del capofamiglia dall’assentamento dopo la terza assenza consecutiva dalle attività. Rimaniamo favorevolmente sorpresi da questo atteggiamento che sconfigge alcuni luoghi comuni sulla scarsa propensione dei nordestini all’organizzazione del lavoro. Approfondiamo la questione, quasi con l’indicibile timore che possano sviluppare un modello più efficace della nostra cooperazione trentina. Niente paura, dopo la seconda assenza mandano il figlio minore o la moglie.
Due giorni dopo, all’interno della “Bodega” di Aracatì, incontriamo i responsabili regionali di questa importante rete di commercio equo-solidale Sud-Sud. Ci illustrano il fatturato del primo anno di attività e comprendiamo che siamo davvero agli inizi di un lungo e complesso cammino; le entrate permettono a malapena di pagare l’affitto, la luce, la “gasolina” e un paio di operatori a salario minimo (100 €uro al mese).
Un’altra esperienza di lavoro comunitario ha raccolto il nostro apprezzamento: quattro famiglie hanno aperto una specie di agriturismo dentro il loro “assentamento”; ci sorprende che non siamo solo noi a godere del calore e della accoglienza di queste genti; s’incontrano universitari che studiano questo nuovo sviluppo della riforma agraria, piccoli gruppi della Caritas brasiliana ma soprattutto incrociamo persone attirate dalle qualità culinarie di Donna Zildene, la regista di questa impresa, ormai famosa per il pane alle carote e il capretto in umido; perfino giunte municipali organizzano i loro incontri in questo tranquillo e ospitale ristorante di campagna, a ulteriore testimonianza del successo e della volontà di sostegno a queste famiglie intraprendenti.
Con l’amico Magela, della Caritas locale, abbiamo viaggiato diverse ore per raggiungere il bellissimo “assentamento Umarie”. Il nostro arrivo era stato annunciato (la poesia del non avere un telefono!) da una radio locale e verso le 6 del mattino alcune donne iniziavano a spargere la voce ed annunciare il nostro arrivo. “Umarie” è un appezzamento di 1.350 ettari distribuito ad una cinquantina di famiglie tre anni fa, con tre bellissimi laghetti, che garantiscono l’approvvigionamento idrico a uomini e bestie per l’intero anno (quando la pioggia non scarseggia) e con una bellissima casa padronale (in rovina) utilizzata per incontri come il nostro. Un folto gruppo di donne, bambini e uomini erano radunati per accoglierci; quattro mesi prima Magela aveva distribuito ad ognuna di queste famiglie due galline, acquistate con il denaro lasciato da uno dei tanti viaggiatori solidali, e quel giorno si trattava di tirare le somme e capire se le donne (sono sempre loro che trainano l’economia domestica) avevano saputo far fruttare il capitale ricevuto in consegna. Era bellissimo ascoltare con quanto orgoglio venivano pronunciati i numeri, quasi sempre oltre la decina, che testimoniavano l’impegno nel raggiungere gli obiettivi prefissati; solo una donna ha ammesso il proprio fallimento. Dopo aver assaporato la famosa “galinha caipira”(ruspante) abbiamo ricevuto l’incaricato di segnalare a David (l’amico italiano a cui si dovevano questi risultati) gli ottimi esiti della sua azione.
Abbiamo fatto visita ad un paio di “assentamenti” occupati dai Sem Terra il movimento sociale più importante del nostro pianeta, che interessa qualcosa come 5.000.000 di famiglie solo in Brasile e che ha per leader Joao Pedro Stedile, nato nel sud del Brasile e figlio di agricoltori trentini. Nel primo abbiamo dormito in condizioni limite (sentivamo i topolini sulle corde delle amache) ma siamo stati accolti come raramente accade; ragazzi e ragazze con le bandiere rosse e al canto dell’ “internazionale” ci hanno accompagnato alla scuola del Movimento dove abbiamo assistito allo spettacolo della capoeira, una danza afro-brasiliana che “fortifica il corpo e lo spirito dei futuri contadini combattenti”. La leader, Marçia, ci ha raccontato delle imprese del Movimento, di quante invasioni di terre si stanno occupando e di quanto è importante il contributo dei turisti italiani nel sostenere le loro battaglie, sia economicamente, sia facendo sapere quello che hanno visto e capito, una volta rientrati in Italia. Ci ha accompagnato e fatto vedere dove tengono le vacche e il vecchio trattore, sopravvissuto a innumerevoli raccolti. La mistica rivoluzionaria che questo gruppo esprimeva era davvero straordinaria. Organizzare un movimento composto da milioni di persone analfabete e senza professionalità non è cosa da poco e di fronte al loro entusiasmo veniva spontaneo approvare le semplici ed efficaci tecniche di indottrinamento rivoluzionario. Per quei ragazzi, Cuba e il suo leader Fidel Castro, rappresentavano davvero la perfezione a cui ogni paese, veramente democratico, può e deve aspirare.
Totalmente diverso l’incontro con i contadini dell’altro “assentamento”; non eravamo aspettati e nessun leader era presente. Lo studente più sveglio del gruppo dava risposte vaghe e i presenti esprimevano precisi segnali di disagio. Nessuno ci ha chiesto se volevamo visitare il loro “assentamento” e noi, lasciati alcuni pacchi di materiale didattico ce ne siamo andati con una immagine più realistica del glorioso Movimento dei Senza Terra brasiliano.
E’ d’obbligo conoscere “Prainha” e “Ponta grossa”, due comunità di pescatori brasiliani divenute famose per le meravigliose dune di sabbia dorata ma soprattutto per i loro combattivi abitanti, che hanno saputo dire No alla vendita della terra. Questione non di poco conto se si pensa che un’importante ricerca afferma che circa l’87% delle 160 comunità del litorale Cearense hanno ceduto completamente (o in percentuale significativa) la proprietà delle terre native con il risultato di peggiorare sensibilmente la qualità di vita. Succede che i nativi vendono la terra nei momenti difficili (malattie, pesca insufficiente, decesso di persona importante, ecc.) e non sapendo far fruttare il denaro, pochi mesi dopo, sono poveri come prima e senza quegli strumenti materiali e culturali che hanno consentito a intere generazioni di sopravvivere. A “Prainha”, complice un efficiente svizzero di nome Renè (divenuto presto leader di comunità oltreché della più importante Ong regionale) incontriamo interessanti esperienze di sviluppo locale come ad esempio il progetto di turismo comunitario, la cooperativa di pescatori e quella di più recente costituzione, con l’obiettivo di rendere fertili queste terre sabbiose quasi prive di elementi organici.
In particolare ci sorprende l’apertura di un piccolo cantiere navale dove costruiscono il maneggevole “catamarano“, l’imbarcazione di moderna concezione che ha l’importante compito di sostituire la “jangada”, la storica barca del pescatore nordestino. Costruire imbarcazioni veloci, sicure e facilmente governabili significa assicurare al piccolo equipaggio il riposo notturno e il veloce rientro a pesca conclusa.
A sera incontriamo il famoso Renè. Con l’ausilio di un moderno pc portatile ci racconta le lotte di comunità quando 12 anni prima scoprirono casualmente presso un “cartorio” (nostro ufficio fondiario) che tutta la loro terra era intestata a uno straniero. Innumerevoli anni di lotte giudiziarie senza ancora arrivare a una sentenza definitiva hanno di fatto generato una singolare presa di coscienza attorno ai temi della terra e “Prainha” è oggi (probabilmente) l’unica comunità di pescatori dove non c’è un solo straniero proprietario di terra (a parte Renè che ha sposato una nativa!). Ci racconta poi della rete di turismo comunitario, ormai conosciuta e sostenuta dal governo Lula e di come molti studenti universitari decidono di fermarsi a studiare queste singolari esperienze di sviluppo. Anche in questo caso i numeri ci aiutano a dare una giusta dimensione alle esperienze in cui siamo immersi; la scheda del portatile c’informa che negli ultimi tre anni i pernottamenti medi annui presso la comunità di “Prainha” sono stati circa settecento, di cui il 15% straniero. Ce ne torniamo a Tremembè consapevoli di far parte di un’importante rete di turismo responsabile internazionale. Il nostro “onibus”da 50 posti, l’unico mezzo economico a disposizione quel giorno, ha qualche problema di accensione e un intero gruppo di turisti “fai da te” si ritrova a spingerlo sotto un cielo stellato mozzafiato.
Infine, abbiamo incontrato più volte e in luoghi diversi le persone che fanno parte delle organizzazioni non governative con cui condividiamo le strategie di intervento e per mezzo delle quali individuiamo le risorse umane per realizzare i progetti in Brasile. Abbiamo conosciuto persone carismatiche, grandi signori della vita, umanamente capaci di regalare una parola di conforto e professionalmente in grado di dirigere una azienda. Ma abbiamo anche assistito a convocazioni importanti andate deserte e più volte avuto il sospetto di avere male impostato scelte strategiche. E’ stato insomma un viaggio dai forti chiaroscuri, che rispecchia puntualmente questo paese dai forti contrasti, e da cui non puoi tornare come sei partito.






