In una Gerusalemme invasa e assediata dai coloni e dagli integralisti israeliani che manifestavano contro l’evacuazione di Gaza, 750 donne provenienti da 44 paesi si sono riunite per l’incontro internazionale delle Donne in nero dal 12 al 16 agosto, che si è tenuto all’Hotel Seven Arches, proprio sopra il Monte degli Ulivi.
Era la prima volta che partecipavo a un evento internazionale, con donne israeliane, palestinesi, nigeriane, indiane, spagnole, americane, italiane, australiane e di tanti altri paesi ancora. Una coalizione forte, energica, che non ha patrie, né partiti. Donne che sorridono, cantano, alzano la voce per chiedere un mondo più giusto.
C’è qualcosa di diverso nella politica delle donne: le donne “si preoccupano”, si battono per un’etica della solidarietà. Non parlano di progresso, ma di sviluppo, un cattivo sviluppo che bisogna respingere, contravvenendo agli ordini, senza paura di avere un pensiero diverso, alternativo. Un processo di pace può partire solo dal disarmo che prima ancora di essere militare è del pensiero. Un cambiamento che può venire solo dalle donne che agiscono in nome di un istinto, quello della conservazione, del generare, del dare vita e non morte. I pochi uomini ci guardavano sbalorditi, rapiti, i loro sguardi erano pieni di gratitudine; sì, erano grati a noi per questo spettacolo e ci incitavano a fare di più.
Yana Ziferblat israeliana racconta un aneddoto: ci sono donne israeliane che controllano i militari ai check point. Un giorno un militare le ha urlato “tu non capisci niente di guerra togliti di mezzo” e lei “lo so, io capisco la pace, non la guerra”. Le giornate sono trascorse veloci nonostante il ritmo serrato e denso di incontri: donne che sono stanche di essere madri di figli morti, mogli indifese dinanzi all’aggressore, donne violate nella loro dignità, che gridano “not in my name“. È vero le donne non vogliono la guerra, e soprattutto non vogliono esserne vittime. Stasa, donna in nero di Belgrado, dice che l’’essere vittima è una condizione temporanea: “Se rimanete passive sappiate che le prossime sarete voi”. La donna deve trasformarsi in soggetto attivo, politico e deve farlo a suo modo, cioè attraverso l’educazione. Demilitarizzare il mondo è possibile se si inizia a demilitarizzare il pensiero e la nostra cultura impregnata di odio e paura del diverso.
È sorprendente accorgersi che in una società che i media ci presentano come omologata e piena di stereotipi ci siano tante voci dissidenti, è in atto un processo che fa sperare. Sandy Butler (Usa) è un’attivista politica da 45 anni, e all’età di 67 anni, ormai in pensione, si dedica a tempo pieno alle attività pacifiste e con la sua organizzazione si è unita in una lotta comune di tutte le donne. Maria Teresa Arzabaleta (Colombia) dice che la violenza nelle famiglie è aumentata perché questa è il riflesso della violenza mondiale, del mondiale deterioramento dei valori. È venuta a Gerusalemme per “ricaricare le batterie“, per trovare strategie comuni a una lotta comune. Le donne palestinesi sono un esempio di resistenza quotidiana alla guerra. “Abbattere il nemico che è dentro di noi. Rifiutiamo, e il rifiuto l’abbiamo appreso dalle israeliane, che durante la prima intifada scesero in piazza a mostrare il dissenso verso ciò che stava accadendo. Un rifiuto che rende solidali la rete di donne che, non senza difficoltà, riesce a superare le differenze di credo, di appartenenza, per disarmare il pensiero militare”, tuonano forti le parole di Luisa Morgantini.
L’occupazione è l’essenza del conflitto arabo-israeliano, reso ancora più disperante dall’innalzamento del muro, che sta rendendo ora Gerusalemme, ma tra breve tutta la Palestina una terribile prigione dis-umana. Chi non lo vede, non può capire cosa sta accadendo; gli israeliani stanno trasformando il territorio, e quello dei palestinesi si sta riducendo di giorno in giorno.
L’evacuazione di Gaza è solo una mossa strategica di Sharon, perché il muro verrà alzato anche lì. Famiglie smembrate, studentesse che non possono più raggiungere le scuole, uomini a cui non è più permesso andare al lavoro. I check-point si sono trasformati in vere e proprie zone di confino. Gli arabi accettano ciò con la fermezza di chi resisterà, hanno imparato a non rispondere alle provocazioni e sperano che noi, che abbiamo visto, una volta tornate nelle nostre case, continuiamo a testimoniare. Per
A Gerusalemme Est e nella West Bank l’acqua nei periodi estivi arriva una o tre volte alla settimana; ho conosciuto madri che hanno perso i propri figli perché in ambulanza al check point i militari hanno impedito di raggiungere l’ospedale. Fa impressione camminare per Gerusalemme Est, tutta tappezzata di bandiere israeliane, con gli ortodossi che neanche ti guardano. C’è odio come non avevo mai visto, proprio nella città del dialogo religioso, di una vita comunitaria senza precedenti. Ma Israele è il luogo dei contrasti e può capitare di conoscere la vicenda di Tali Fahima, incontrata alla Corte di giustizia di Gerusalemme, l’israeliana di 27 anni che dopo essere stata una militante del Likud, il partito di destra, è andata a Jenin ed è diventata amica dei palestinesi. Tali Fahima ha subito una condanna, ed è in prigione da circa un anno perché individuo pericoloso per lo Stato d?Israele.
L’articolo di Michael Warschawski comparso sul manifesto del 21 agosto spiega nei dettagli la sua storia. Ho incontrato l’avvocato difensore, una donna di Tel Aviv; dice che la situazione è difficile e che è indispensabile che questa storia si conosca. La sola speranza è sensibilizzare l’opinione pubblica. Così colpisce la vicenda di circa 150 ragazzi israeliani che dinanzi alla caserma militare hanno manifestato per dire no a un servizio militare in cui non credono più, non condividendone la causa. Un ragazzo dice “prima eravamo in pochi, e avevamo paura di farci vedere ed esprimere la nostra opinione, ma dopo tre anni guarda quanti siamo diventati”. Scopro un volto inedito della società israeliana.






