Presentato a Roma il quinto rapporto annuale dello Spi Cgil sulle politiche sociali dei Comuni, insieme a un’indagine del Cer sulla spesa sanitaria. I risultati? Grossi tagli alla spesa sociale e forte divario fra nord e sud del paese nelle politiche di welfare.
Senza spesa sociale
Il problema posto dall’indagine è sempre lo stesso. La spesa sociale dei Comuni diminuisce costantemente negli anni. Quest’anno costituisce il 9,9 per cento della spesa totale. E le amministrazioni più interessate dal calo sono quelle meridionali.
Secondo l’indagine la spesa corrente procapite è scesa dello 0,012 per cento. E i tagli non risparmiano né la spesa sociale in senso stretto (assistenza, servizi all’infanzia), né lo stato sociale allargato (sport, cultura, istruzione), entrambi in diminuzione di anno in anno. Ma mentre i comuni capoluogo riescono a sostenere i servizi diretti alle persone a scapito dei servizi allargati, nei piccoli comuni sono principalmente le prestazioni dirette alle persone a farne le spese.
Secondo lo Spi le cause dei tagli sono diverse: la riduzione del trasferimento di risorse agli enti locali negli ultimi tre anni; i vincoli di spesa posti dal patto di stabilità, che hanno provocato effetti di contrazione nelle politiche di welfare; e poi l’aumento delle competenze amministrative affidate ai governi locali senza adeguati finanziamenti.
L’altro dato importante del rapporto è il forte squilibrio fra nord e sud del Paese nelle politiche di welfare dei comuni. A Reggio Calabria, Taranto e Avellino, nel 2003 la spesa sociale non raggiunge i 60 euro pro-capite, mentre in città come Firenze e Bologna si superano i 200 euro. La pressione tributaria nelle aree del centro-nord è quasi doppia rispetto a quella del sud (rispettivamente 650 e 385 euro). A minori entrate corrisponde un livello inferiore di spesa, dimezzata al sud riguardo gli interventi sociali.
Dunque il limite fondamentale delle politiche sociali è rappresentato dall’assenza dei livelli minimi di prestazione: “gli anziani e le altre categorie sociali fruiscono di diritti non sulla base delle condizioni di bisogno, ma in dipendenza del luogo in cui il bisogno sorge”, si legge nel rapporto. È necessario che lo Stato si faccia carico degli interventi volti a superare un sistema che porterebbe alla “formazione di un pericoloso welfare a due velocità”; è compito dello Stato assicurare un fondo per tutelare i comuni con minore capacità fiscale per abitante, perché se a questi spetta la gran parte dei compiti concretamente gestionali, alle regioni e al governo sono riservati i compiti di indirizzo, programmazione e controllo.
E la spesa sanitaria?
L’osservatorio Spi ha ritenuto impossibile parlare di spesa sociale senza un riferimento alla spesa sanitaria. Per questo allega al rapporto un’indagine del Cer sulla (mancata) transizione al federalismo in sanità. “Un collegamento quanto mai pertinente, se si considera la rilevanza della spesa sanitaria e di quella farmaceutica nelle politiche regionali e la loro crisi strutturale”.
In ambito sanitario, le regioni del centro-sud (Campania, Lazio e Sicilia in modo particolare) si vedono costrette a spendere per ricevere prestazioni da altre regioni, in seguito a politiche dissennate, dettate da un sistema di spese spesso illegale e da “scelte di vero e proprio malaffare”. Negli ultimi quattro anni queste regioni hanno incrementato la spesa sanitaria senza un adeguato controllo in termini di razionalizzazione e di contenimento. Il decreto legislativo 56 del 2000 era volto a trasformare un modello basato sui trasferimenti dal bilancio dello Stato, in un modello che conferisse autonome capacità fiscali alle regioni. Il federalismo si è fermato di fronte a chiare esigenze centralistiche dei governi e il progetto avviato con il Dl 56 è “fallito”. Sulle cause i relatori sono pressoché unanimi: Michele Mangano, segretario nazionale Spi Cgil, nella sua presentazione del rapporto vede le ragioni nella “stravagante idea di questo Governo nazionale di ridurre in modo sconsiderato la pressione fiscale scaricando gli effetti sulle autonomie locali”. È la scelta del governo più liberista della storia repubblicana.






