Pubblichiamo il testo dell’intervento di Pierluigi Sullo alla presentazione della candidatura di Fausto Bertinotti per le primarie, che si è svolta al Piccolo Eliseo di Roma giovedì 15 settembre.
Care compagne e cari compagni, caro Fausto, è da quando sono stato gentilmente invitato a questo incontro che mi chiedo: qual è la questione di fondo? Cosa fare, una volta arrivati al governo?
C’è un primo approccio, polemico ma non privo di sostanza, che dice: su questo punto o quell’altro i vostri alleati non ci sentono. Quindi voi di Rifondazione sarete costretti a dissociarvi, uscire dal governo ecc. Carta ha in questi giorni interpellato Livia Turco, chiedendole seccamente: “I Centri di permanenza temporanea li chiuderete sì o no?”. E lei, evidentemente distratta, ha finalmente risposto in modo altrettanto secco: “No”. E siccome domenica, su Liberazione, ho letto Bertinotti, e la sua risposta a un lettore, in cui si diceva all’incirca “sulla legge Bossi-Fini siamo d’accordo, nel centrosinistra”, allora si potrebbe facilmente far notare la contraddizione.
Ma questo caso, come molti altri – ad esempio il fatto che Fassino dichiara come la “modernizzazione” del paese consista nella “privatizzazione dei servizi di pubblica utilità”, ed è una citazione testuale – tutte queste cose sono conseguenze di una qualche causa. Perciò conviene cercare questa causa.
Il punto di crisi più evidente, se ci si guarda attorno, è il sistema democratico, ossia la politica come oggi è, le istituzioni, i partiti, il modo in cui discutono e prendono decisioni. Questo degrado è talmente evidente, che in Italia abbiamo, per reazione, centinaia di assessorati alla partecipazione – più o meno autentici – e migliaia di esperienze – più o meno conflittuali e più o meno propositive – di democrazia dal basso, municipale, ecc. Ai primi di novembre si riuniranno a Bari gli amministratori locali [comunali, provinciali e ormai anche regionali] che hanno aderito alla Rete del Nuovo Municipio: all’assemblea dell’anno scorso erano 250, quest’anno saranno molti di più.
Inoltre, sarebbe facile far notare che le stesse primarie a scala locale hanno una qualità, come abbiamo visto in Puglia, ma quando entrano nel videogame della politica nazionale, e vengono proposte, cancellate e riproposte solo in base agli equilibri e squilibri che si creano dentro la stanza in cui si riuniscono i “leader”, hanno un valore democratico che è, per lo meno, tutto da inventare. Ciò che, mi pare, sta cercando di fare il candidato Bertinotti; ed è ciò che tentano i Disobbedienti, a modo loro, proponendo un candidato “senza volto”.
La stessa querelle attorno alla legge elettorale dice quanto il ceto politico reagisca solo a ciò che minaccia il suo scopo supremo: ottenere la quota di mercato elettorale utile a restare a galla. Da oltre un decennio ci viene spiegato come l’uninominale maggioritario sia la cifra della modernità [di nuovo la parola-feticcio] di un paese. Poi, di colpo, la destra rovescia il discorso, e la sinistra proporzionalista chiama il paese a mobilitarsi contro il proporzionale. L’imbroglio della destra è evidente. Ma i cittadini cosa ricaveranno da questa estrema precarietà della modernizzazione? Non sarebbe più semplice, alla fine, attribuire la vittoria nelle elezioni a chi ottiene più gradimento nei dibattiti televisivi?
Insomma, la crisi della democrazia di tipo liberal-democratico a base nazionale è evidente, ma è a sua volta – mi pare – la forma di una sostanza. Voglio dire che la democrazia serve a decidere: ma a decidere cosa?
Si arriva così a quel che mi pare il nocciolo duro del problema: l’economia. Quello è l’ultimo e più alto Muro, culturale e materiale, di fronte al quale una sinistra che voglia porsi il problema del governo si ferma perplessa.
Il primo ostacolo, per la sinistra, di fronte all’economia è la sua stessa cultura. Una forma di economicismo – peraltro molto semplificato, man mano che si allontanava dalle esperienze vive della società – ha vissuto un intero secolo travestita da “marxismo”. E’ l’idea brutale per cui crescita equivale a sviluppo, sviluppo equivale a progresso, e infine la classe operaia farà la festa ai padroni. Il neoliberismo rovescia, come tutti sappiamo, questo paradigma. Però questa visione delle cose ha le sue ragioni concrete nel fatto che, poi, la base sociale storica della sinistra e del sindacato è nel lavoro, e difendere il posto degli operai Fiat è un imperativo. Ecco perché molti esultano, quando Fiat produce finalmente un modello che sembra competitivo. Ed ecco perché, quando qualcuno pronuncia la parola scandalosa, “decrescita”, altri reagiscono gridando “nemici di classe”.
C’è poi l’altro ostacolo, molto più grave, che è – semplicemente – il neoliberismo globale. Quale governo può sfidare “i mercati”, il “rating” sul suo debito pubblico, gli “investimenti stranieri”? Chi può tagliare gli inestricabili vincoli di interesse tra le potenze dell’economia e della finanza, i media e le stesse classi politiche? Lo può fare un governo disperato come quello argentino, o un governo che disponga di petrolio, quindi di denaro, come quello venezuelano. Il fallimento di Lula, in Brasile, è tutto qui: nell’aver creduto di dover obbedire ai “mercati”, di dover pagare il debito fino all’ultimo centesimo.
Allora – in conclusione – la domanda che mi porrei, se mi candidassi al governo, sarebbe come abolire il parametro tossico del Prodotto interno lordo, e adottarne altri che comprendano il ben essere sociale e ambientale. Sono, questi, parametri attorno ai quali si sperimenta e si teorizza già da tempo. I lavoratori della Fiat vanno ovviamente affiancati nella loro lotta, ma dobbiamo anche sapere, per esempio, che in Germania la produzione di energia da fonti rinnovabili e il suo indotto impiegano già oggi centomila persone; allora sarà evidente che gli operai, le comunità e la natura possono costruire insieme il loro futuro. Perché sottrarsi al petrolio significa sottrarsi alla guerra, e perché le fonti alternative diffuse e a misura dei territori non solo migliorano la qualità ambientale ma mettono l’energia alla portata del controllo cittadino.
Forse proprio un’economia a misura delle comunità umane e della loro capacità di riproduzione è il contenuto naturale di quel contenitore che sono le nuove forme della democrazia. Tutta roba molto più concreta e vicina a ciascuno di noi dei feticci ideologici agitati nei talk show televisivi. Come quando Livia Turco dice i Cpt garantiscono la ”sicurezza”.






