Buona la prima

Il sindaco Walter Veltroni è stato, forse suo malgrado, sincero: “L’esercitazione di oggi serve a trasmettere ai cittadini l’immagine di una città in grado di gestire un’emergenza”. La questione è tutta qui: trasmettere l’immagine.

Tra gli agenti e gli operatori della protezione civile che dalle 05,30 di mattina erano pronti a intervenire a corso Vittorio Emanuele, tra Campo de’ fiori e Piazza Navona,
c’era più di un sopracciglio alzato e anche qualche sbadiglio. Un gruppetto di studenti aspettava di vedere almeno esplodere il povero bus 64, “se no ci siamo persi un giorno di scuola per niente”. Dalle finestre dei palazzi attorno all’incrocio è tutto un affacciarsi, puntare i telefonini e scattare foto. La pioggia non trattiene i passanti, incuriositi, che fanno faticare un bel po’ gli agenti e i vigili urbani: “Devo andare in quel negozio lì”, “Signora, non si passa” “Ma mi aspetta mia figlia”, “Non si passa, se c’era una bomba vera lei c’andava al negozio?”. Già, una bomba vera. Una bomba vera probabilmente non avrebbe fatto fermare l’autobus esattamente al centro della strada, parallelo ai sensi di marcia (nessun intralcio per le autoambulanze), né avrebbe lasciato le strade senza alcun detrito, in modo che le macchine della polizia e le ambulanze potessero sfrecciare liberamente. In caso di bomba vera, difficilmente per ogni ambulanza ci sarebbero state due moto dei vigili urbani a fare da scorta, e una seconda esplosione a pochi minuti di distanza dalla prima (tecnica ampiamente sperimentata in Iraq e in Israele) avrebbe fatto strage dei soccorritori. Si potrebbero discutere a lungo i dettagli tecnici, e certamente al Viminale qualcuno analizzerà ogni istante dell’esercitazione.

L’organizzazione più efficiente, però, è stata quella dei Disobbedienti romani. Fulminei, alle 09,40, si sono impossessati dell’incrocio-bersaglio e quando il traffico era già bloccato, prima che esplodesse il 64, hanno tenuto la scena per almeno dieci minuti. Decine di telecamere, invitate a vedere l’esercitazione sono state tutte per loro. Anche negli uffici della Digos qualcuno analizzerà come sia stato possibile che cinquanta persone siano riuscite a filtrare indisturbate tra i cordoni di personale con la pettorina “esercitazione”. Quando una decina di blindati arriva con gli agenti in tenuta da sommossa, le comparse non autorizzate sono già sparite oltre Campo de’ fiori. Cinque vengono raggiunti a Piazza Venezia, e fermati non senza qualche manganellata, questa sì, molto reale.

“Ma che state a fa?” diceva lo striscione giallo esposto dai pacifisti. In mezzo ai fumogeni, gli slogan contro la guerra hanno rovinato la messa in scena, il “tiatro”, direbbe Montalbano. Tiatro che serve a far vedere una cosa, il pericolo di un attentato, per distrarre da un’altra, la guerra. In modo che si perda di vista il collegamento tra le due cose. I fischi dal loggione pacifista hanno rotto l’incantesimo di una rappresentazione della quale, per la verità, nemmeno attori e comparse sembravano molto convinti. Per non dire dei romani: “Mo’ le ambulanze ce stanno!” “Mai visti tanti vigili che non fanno multe!”

Collaborativi, e rassegnati, i turisti rimbalzavano da un angolo all’altro dei quattro isolati chiusi alla circolazione, in cerca di un varco.
“I mezzi sono già stati rimossi? E le vittime?”, chiede una troupe che arriva in ritardo sulla scena dell’esplosione. “Sì, abbiamo quasi finito”. “E i no global?” “Quelli sono andati via subito, sono stati velocissimi. Oggi c’hanno fregato”.

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