Ci sono persone “che si uniscono al popolo emarginato, ascoltano il suo grido e accolgono il suo richiamo credendo che un altro mondo è possibile, e dunque necessario”. Così scrivevano, nel maggio del 1973, cinque vescovi del Brasile centro-occidentale in una lettera pastorale. Uno di loro era dom Pedro Casaldaliga, catalano, vescovo di São Félix do Araguaia, Mato grosso.
Il giornalista catalano Francesc Escribano lo ha incontrato nel 1998 per raccogliere il racconto della sua vita, la sua testimonianza di uomo della chiesa che ha scelto di stare radicalmente dalla parte degli ultimi, con gli ultimi, vivendo col cuore, col sangue, con la fede, con la rabbia e con la speranza, al loro fianco. Ne è uscito un libro appena edito in Italia da Emi, il cui titolo è «A piedi nudi sulla terra rossa». Lo hanno presentato pochi giorni fa lo stesso Escribano, Maurizio Chierici ed Ettore Masina, assieme al traduttore Michele Sartori e a padre Ottavio Raimondo, comboniano e direttore della casa editrice.
Il titolo è contemporaneamente descrittivo e metaforico. Rappresenta la prima immagine che Escribano conserva di Casaldaliga: semplice con le sue ciabatte infradito, le stesse che lì indossano i contadini, sulla terra rossa del Mato grosso. Ma quei piedi nudi rappresentano anche una scelta esistenziale ed evangelica, di essere povero tra i poveri, l’”unico modo per stare davvero con gli esclusi” aggiunge Escribano.
L’incontro è stato un’occasione per discutere di Casaldaliga e del suo impegno, dei difficili rapporti con la curia romana e della teologia della liberazione, dell’oppressione di religiosi e laici che hanno abbracciato le cause dei deboli contrastando i potenti, di povertà e di schiavitù. Spesso sono state richiamate dichiarazioni del vescovo o frammenti di conversazioni avute con lui o ancora piccoli aneddoti. Quando nel 1988, richiamato da Roma a causa del viaggio compiuto in Nicaragua per sostenere con entusiasmo il governo sandinista – racconta Chierici – Ratzinger, allora cardinale, gli disse: “Così lei fa il gioco del comunismo”, Casaldaliga rispose: “Forse è lei che così fa il gioco del capitalismo”.
La posizione del vescovo sul capitalismo e sulla sua degenerazione neoliberista è sempre stata chiara e convinta, ma troppo spesso malvista negli ambienti conservatori della chiesa, che leggevano nelle sue convinzioni influssi spiccatamente marxisti. “Il neoliberismo è la morte” non teme di dire ancora oggi il vescovo, “è la negazione dell’utopia e di ogni possibile alternativa”, “la marginalizzazione che uccide la moltitudine in esubero”. Secondo il vescovo catalano, l’opzione per i poveri dovrebbe essere una scelta naturale della chiesa perché rappresenta la sua opzione storico-sociale, la versione politico-economica del comandamento dell’amore. Questo in fondo è l’assunto della teologia della liberazione – che ha la sua culla nell’America latina – pienamente accolta da Casaldaliga: essa infatti “nasce da un’indignazione etica di fronte alla povertà e all’emarginazione di grandi masse del nostro continente” (L. Boff).
Viene spontaneo citare la famosa frase di Hélder Câmara ricordata da qualcuno al tavolo dei relatori: “Quando davo da mangiare ai poveri dicevano che ero un santo, da quando ho iniziato a chiedermi perché ci sono i poveri mi hanno dato del comunista”. In sala si sorride.
Nel libro di Escribano si legge: “Ancor oggi c’è sfiducia nei confronti della Teologia della liberazione. Ci sono ancora delle paure; hanno paura che diventiamo marxisti, comunisti, materialisti e quasi atei. Un’altra cosa di cui hanno paura è il decentramento, temono che gli scappiamo di mano. Credono che si politicizzi tutto, la fede e il Vangelo. Ma io credo che abbiano paura perché non ci conoscono bene. Non conoscono il progresso ottenuto grazie alla Teologia della liberazione e per questo, in maniera molto superficiale, dicono che ci ispiriamo al marxismo e ciò mi indigna perché la Teologia della liberazione si ispira solo al Vangelo e al grido dei poveri”. Le affermazioni sono ovviamente di Casaldaliga.
Cosa rimane della teologia della liberazione, ci si chiede nel corso dell’incontro? La risposta ancora una volta è affidata alla citazione delle parole del vescovo: “Restano i poveri, e resta il Dio dei poveri”. E resta la spiritualità rivoluzionaria che la rende oggetto degli attacchi dei privilegiati e dei potenti, viene naturalmente da aggiungere.
La vaga e indefinita paura del comunismo da parte della chiesa, viene letta da Masina come una “mancanza di consuetudine di vita con i poveri”. E ricorda come ai preti in passato fosse concesso di fare gli economi o gli insegnanti, ma non gli operai. Chierici riporta allora la risposta datagli da Casaldaliga alla domanda “Cosa potrà fare questo papa?”, in occasione dell’elezione di papa Benedetto XVI: “Dietro le poltrone del Vaticano c’è il mondo” dice il vescovo. “Il Concilio vaticano II parlava al mondo. Mi chiedo – e ho tanti dubbi – in che modo il Vaticano oggi sappia dialogare coi poveri. Il nuovo papa può riuscirci: aspetto un suo discorso sulla violenza e sulla povertà, e su cosa la chiesa ha intenzione di fare per affrontare il dramma della povertà. Dopo aver ascoltato queste parole, immagino che tutti saremo più contenti e si aprirà la speranza”.
“Il tempo e la storia sono lo spazio della speranza” aggiunge padre Ottavio. Nel pensiero e nell’azione di Casaldaliga il cristiano non può chiamarsi fuori dal mondo, fuori dalla storia. L’impegno cui Casaldaliga ha chiamato sé stesso, la chiesa di São Félix e tutte le persone cui è stato vicino e che gli sono state vicine, è sia religioso che politico. Questo gli è costato insulti, persecuzioni, minacce, tanto dai potenti contrastati e sfidati quanto da certi ambienti della chiesa stessa. Ha rischiato la morte e cinque espulsioni. “Se non mi preoccupo della terra, della salute, dell’educazione, delle comunicazioni, perfino delle ferie per riposare, non mi sto preoccupando della vita umana” scrive Escribano riportando le parole di Casaldaliga.
Per chiudere, mi piace riprendere dalla prefazione al libro di Escribano scritta da Alex Zanotelli, una parte del discorso che Casaldaliga scrisse ai poveri dell’umanità in occasione del vertice del G8 nel 2001: “Le chiese, le religioni, silenziose, aspettando un miracolo, un diluvio, vivendo intanto anche del lucro che uccide, annunciano rassegnazione, fanno spettacolo alienante, senza profezia, senza testimonianza, dimenticano il fiume di sangue martire che è sgorgato dalle nostre stesse viscere, negano di fatto il Dio nel quale dicono di credere. Io dunque, per di più vescovo, scrivo a voi fratelli e sorelle per dirvi: ‘Ma per che cosa posso mai dire io fratello, sorella, se non agisco, se non mi sdegno profeticamente con il cuore, con la testa, con le mani, unendomi ad altri cuori, menti e mani, per realizzare, per cambiare, per rivoluzionare, rifiutando il mutismo, la paura, la morte, rifiutando la fine della storia?’. (…) È il tempo dell’azione efficace, è il tempo urgente della solidarietà, il kairòs della speranza indignata, dell’amore politico e dell’economia del Regno”.
“A piedi nudi sulla terra rossa” di Francesc Escribano, Emi 2005, 10 euro






