Birmingham in fiamme

La cronaca di un weekend di scontri nella periferia di Birmingham sembra arrivare direttamente da Baghdad: 2 morti, scontri tra migranti di diversa razza e di tutti con la polizia, una ragazza violentata, una città in fiamme.
E la destra inglese scatenata, anche nelle sue componenti più moderate: ecco il fallimento del multiculturalismo, troppo melting-pot, chiudiamo le frontiere. Temi già cari ai conservatori, che nel programma elettorale avevano incluso le quote annuali di immigrati e il confino dei clandestini in un isola . Una lampedusa inglese, insomma.

La realtà è, ovviamente, diversa. Non è il multiculturalismo ad aver fallito, anzi: è il tentativo di inglesizzazione forzata a generare situazioni di questo genere. Assistenza sociale ridotta all’osso, politiche di integrazione sbandierate ma in realtà inesistenti o oppressive, declino industriale e povertà dilagante. Queste le cause degli scontri.

Andiamo con ordine. L’Inghilterra è una società multirazziale, ovviamente; almeno nelle sue realtà urbane. E’ il lascito di un impero in fondo non scomparso da molto. A Londra, ma anche a Birmingham, questa realtà la si vede a occhio nudo, la si respira a Bethnal Green, nell’East London, dove George Galloway è stato eletto al Parlamento in nome del suo impegno contro la guerra. Sembra multiculturalismo, un pezzo di India a 2 kilometri da Piccadilly. In realtà sono dei ghetti. L’integrazione razziale e culturale è rimasta un illusione. Qualche tempo fa parlai con una deputata laburista a proposito di quel che il governo Blair intendeva fare riguardo all’integrazione e ai problemi sollevati dall’immigrazione. La signora mi disse quello su cui si stavano impegnando i centri sociali, sollecitati in tale maniera dal governo, costringere i migranti a parlare inglese tra di loro anche in casa propria. Poi, a proposito dei matrimoni imposti dalla famiglia all’interno della comunità indiana, la deputata offrì il suo illuminante contributo: è una pratica incivile, noi cerchiamo di incoraggiare le famiglie a scegliere i mariti o le mogli per i figli all’interno della comunità indiana già presente sul suolo inglese e non a farli venire direttamente dall’India. Evviva!

L’imperialismo brittanico non è morto. Ce lo fa capire Blair non meno di questi parlamentari che si vorrebbero occupare, magari anche in buona fede, dei probemi degli immigrati.

Purtroppo, ormai, non è più solo un problema di razza, e non lo è mai stato in fondo. Il problema sono i diritti fondamentali dell’essere umano, il diritto a una casa, al lavoro, a una vita dignitosa. I migranti non vengono a Londra per andare ai teatri del West End e non vogliono diventare inglesi. Cercare di costringerli ad abbandonare la loro lingua madre è l’esatto contrario del multiculturalismo. Vogliono una vita migliore di quella a cui sono costretti dalla geografia dello sfruttamento e della povertà. Spesso sono in fuga da guerre. Ma il Regno Unito non offre soluzioni. Le città industriali, da Birmingham a Manchester e Liverpool sono lo spettro di se stesse. La povertà dilaga nelle periferie operaie, dove vivono la maggioranza degli immigrati. Per non sbagliarsi, gli inglesi sono poveri come gli indiani. Queste nuove classi di sfruttati e di precari non hanno accesso ad un’istruzione decente; le famiglie ricche mandano i propri figli in scuole private, per chi non se le può permettere son dolori, non diversamente che negli Stati Uniti. Difficile parlare di integrazione senza istruzione.

Nella povertà e nell’ignoranza nasce il nuovo razzismo. I ghetti vengono divisi su base etnica, non esiste solidarietà tra poveri e neppure esistono forme di associzione politica in grado di mobilitarsi per i diritti sociali dei migranti. Il New Labour difende l’immigrazione, è vero, ma perchè così richiede la Confindustria inglese. Più migranti, più offerta di lavoro, mentre i salari inevitabilmente vengono spinti verso il basso, ed i profitti salgono. I sindacati sono spariti, sconfitti dalla Thatcher e umiliati da Blair. Ma anche i movimenti sociali sono drammaticamente assenti.

Multiculturalismo significa integrazione, solidarietà ed un proficuo incontro di uomini con culture diverse ma spesso con bisogni simili. Il modello inglese, che tanti da noi, anche a sinistra, vorrebbero copiare non offre nulla di tutto ciò. Il mercato domina le relazioni sociali, il modello è quello più drammaticamente darwinista dell’affermazione dell’individuo a discapito dei propri simili, il colore della pelle poco importa. I migranti vivono in un mondo di estranei ostili. Non è il multiculturalismo, è il capitalismo.

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