Asif, 27 anni, cresce in Pakistan come molti giovani afghani costretti a vivere da rifugiati politici. Tornato in patria una volta scacciati i Talebani, si sposa e ha un figlio; vita tranquilla, fino a quel maledetto 13 Agosto. Quel giorno Asif era al lavoro quando una telefonata lo informa cha sua moglie si era suicidata. Nemmeno il tempo di riprendersi dallo shock, e Asif si ritrova in galera accusato di omicidio. O meglio, la polizia lo informa che pagando mille dollari il caso sarebe stato chiuso. Ma Asif rifiuta di pagare e diventa “killer”. Il “killer” viene rinchiuso in una stanza con altri 200 detenuti, una stanza talmente affollata che i prigionieri sono costretti a dormire sul fianco per non infastidirsi. Molti dormono di giorno mentre di notte stanno seduti a parlare dei loro guai.
Ed è cosi che una notte il killer vede arrivare il giornalista condannato ad anni di carcere per avere scritto che il sesso prima del matrimonio non dovrebbe essere reato, e l’ha visto piangere. La stanza dei “fucker” è in fondo al corridoio; tutti giovani che hanno ceduto alla tentazione maledetta. Una sera arrivano quattro nigeriani sorpresi con un chilo di eroina a testa, la principale industria del paese, del paese appunto. Arrivano poi quattro ragazzi nepalesi che avevano pagato migliaia di dollari ad un tizio per avere un lavoro a Kabul, ma che una volta arrivati sono finiti in galera a furia di insistere per averlo. Un sera arriva persino un giudice che aveva chiesto alla moglie di un innocente una notte d’amore in cambio della libertà del marito.
Ospite protetto per pochi giorni, prima che qualcuno pagasse per la sua libertà. Anche quattro giovinastri che hanno ammazzato undici persone perché guidavano ubriachi per le strade di Kabul sono stati liberati in poche ore, sembra appartenessero a qualche clan. Ed è qui che Asif capisce il sistema. La polizia è sì corrotta, ma anche legata ai capi banda che controllano il territorio. E cosi, quando un affiliato alle bande finisce in galera viene liberato, mentre chi non ha “protezione” è costretto a rovinarsi per pagare i giudici e la polizia. Per questo le prigioni sono piene di uomini innocenti, preferibilmente con un patrimonio discreto da spennare, mentre i criminali restano in libertà. Le elezioni parlamentari sono appena terminate, e molti parlano di passo storico verso la democrazia. La storia di Asif, e di tanti altri onesti cittadini afghani, dimostra però che prima di parlare di democrazia in Afghanistan ci vorranno decenni. Il “killer” ha ritrovato la libertà pagando duemila dollari, ma il suo caso non è chiuso, ci sarà l’appello. Chissà quando il killer tornerà ad essere Asif.






