“Bianca, con le gambe corte, sorda e gravemente miope”. È questa la descrizione della notizia prodotta dal sistema informativo italiano sui temi dell’immigrazione, come si diceva qualche mese fa in un convegno sui migranti nei media. Allarme, emergenza, uso di stereotipi, punti di vista parziali e superficialità caratterizzano le notizie – quasi sempre di cronaca–sui migranti, tra sbarchi, stupri, furti, rapine e simili. Basta dare un’occhiata più accorta a un [tele]giornale qualsiasi tra quelli che si collocano tra i media mainstream o leggere i risultati di ormai numerose ricerche sui prodotti giornalistici legati al tema dell’immigrazione e sull’atteggiamento che la gente ha nei confronti del migrante, per accorgersi che le cose stanno veramente così.
Serpeggia un certo razzismo nel discorso mediale sui migranti, razzismo talvolta voluto, ma più spesso legato alle routine giornalistiche e alle interdipendenze tra media e altri attori sociali, come politici, forze dell’ordine e società civile.
Caritas italiana e Agenzia Redattore sociale hanno quindi pensato bene di chiamare “Striscia nella notizia” il “primo seminario di formazione per giornalisti sui pericoli del razzismo e della xenofobia”, tenutosi a Roma qualche giorno fa.
Lo scopo della giornata era fornire ai sessanta giornalisti presenti conoscenze e informazioni sul fenomeno migratorio che interessa l’Italia, per liberarsi di certi stereotipi, di certe parole, di certi cliché, di certi schemi. Per questo non si è parlato solo di come i giornalisti rappresentano l’immigrazione, ma anche – e soprattutto – di vari aspetti che riguardano una realtà complessa come quella dell’immigrazione: caratteristiche dei flussi migratori verso l’Italia, regolarità e clandestinità, leggi sull’immigrazione, lavoro, istruzione, cittadinanza e partecipazione, integrazione, discriminazione, criminalità, religione. Per allargare lo sguardo e per vederci più chiaro.
Numerosi al tavolo dei relatori: c’erano don Vittorio Nozza [Caritas italiana], Stefano Trasatti [Redattore sociale], Oliviero Forti e Antonio Ricci [Dossier immigrazione], Fausto Pellegrini [Rainews 24], Francesco Di Maggio [Inps], Manuela De Marco e Delfina Licata [Dossier immigrazione], Giovanni Maria Bellu [Repubblica e Ilpassaporto.it], Susanna Garavini [Oim – Organizzazione internazionale migrazioni], Franco Pittau e Luca Di Sciullo [Dossier immigrazione], Stefano Galieni [Liberazione] e Luca Pacini [Anci].
Scorriamo un po’ di cifre e di riflessioni emerse nel corso della giornata per capire la distanza tra cosa “si dice” e come stanno le cose.
Uomo in mare. Gli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia sono due milioni e 800 mila, quelli cosiddetti irregolari sono circa 500 mila in tutta Europa. Le persone giunte in Italia via mare – quelle mediaticamente più esposte, gli sbarchi colpiscono l’opinione pubblica e sono più visibili – in realtà rappresentano solo il 10 per cento dei migranti considerati irregolari; per il resto, il 15 per cento arriva oltrepassando le frontiere e il 75 per cento rientra nella categoria degli overstayers, ovvero coloro che sono entrati con regolare visto e si sono fermati oltre la scadenza.
Immigrazione uguale criminalità. Lo stesso ministro Pisanu ha ribadito qualche tempo fa che quasi tutti gli immigrati denunciati si trovano in Italia irregolarmente. Detto ciò, si potrebbe dedurre che i quasi tre milioni di stranieri regolari sono persone “legalmente pulite”. Che fondamento ha allora il nesso tra immigrazione e criminalità, ribadito nei media e approvato dal 58 per cento degli intervistati in un recente sondaggio condotto da Svg? De Marco precisa che “a delinquere sono quasi esclusivamente immigrati non regolari che commettono soprattutto reati contro il patrimonio e sono ‘impiegati come manovalanza’ dalle organizzazioni criminose gestite da italiani”, spesso costretti a farlo per pagare a posteriori il costoso viaggio in Italia.
Numerosi reati risultano “strettamente connessi con l’immigrazione clandestina, come la mancata osservanza dell’ordine di espulsione, del divieto di reingresso in seguito a un’espulsione, fornire false generalità o sottrarsi a un controllo di documenti: sono tutte figure criminose che possono essere commesse solo da irregolari, ma che di per sé non sottendono alcuna attitudine al crimine”.
Parole in libertà. Il vocabolario mediatico dell’immigrazione contiene molte parole ambigue usate spesso in modo impreciso, di esse prevale una certa connotazione semantica piuttosto che un’altra, e certe imprecisioni si sono naturalizzate al punto che spesso si dimenticano gli altri significati. Così, la parola “extracomunitario” non si limita più a voler dire “straniero che possiede una cittadinanza diversa da quella di uno dei venticinque stati membri dell’Unione europea”, vuol dire anche – soprattutto – immigrato criminale. Una parola falsamente politically correct che racchiude in se varie accezioni dequalificanti. Nessuno penserebbe mai di chiamare extracomunitario un cittadino australiano o canadese, che pure lo è. Evidentemente, “ci sono diverse ‘gradazioni’ di extracomunitari, che vanno dall’albanese allo statunitense…” ironizza Di Sciullo. Che sviscera pure altre parole, come “immigrato”, “multiculturale” e “interculturale”, “clandestino” e “irregolare”. L’elenco delle parole scivolose può continuare con “badante”, “etnico”, “centro di accoglienza”, “emergenza” e così via.
“Le parole non sono mai neutre” afferma Galieni della campagna di sensibilizzazione al giusto uso delle parole nell’informazione “Le parole lasciano impronte”.
Chi l’avrebbe mai detto. I migranti sono più istruiti degli italiani: è laureato il 12,1 per cento dei residenti stranieri contro il 7,5 degli italiani, diplomato il 27,8 per cento contro il 25,9, in possesso di licenza media il 32,9 per cento contro il 30,1. Ciononostante, si continua a considerare i migranti degni solo dei cosiddetti lavori delle cinque “p”: pesanti, pericolosi, precari, poco pagati e penalizzanti socialmente, e se qualche immigrato cerca di alzare la testa, dà fastidio. Si tende a considerare “integrati” solo i migranti che lavorano e se ne stanno al loro posto.
Un terzo degli immigrati in Italia proviene dall’Europa orientale. La prima comunità straniera è quella rumena, che conta 280 mila persone. Le ragioni sono diverse, alcune molto simili a quelle che tra fine Ottocento e inizio Novecento hanno spinto gli italiani ad emigrare in Romania, paese più ricco ed evoluto: la vicinanza geografica e la conseguente possibilità di fare i pendolari transfrontalieri, mantenendo quindi il legame con la propria terra. Oggi la comunità di tremila italiani in Romania, discendenti di quei primi emigrati, ha un suo rappresentante nel parlamento rumeno. Stupiamoci pure, guardando la realtà italiana su immigrazione, cittadinanza e partecipazione.
L’Italia spende 150 milioni di euro per l’immigrazione: 115 milioni–il 75 per cento–sono destinati a politiche di contrasto all’immigrazione irregolare, che rappresenta una realtà numericamente contenuta rispetto al numero di stranieri presenti sul territorio; il 92 per cento di questi 115 milioni serve a mantenere i cpt, escluso il costo dell’operato di polizia e carabinieri. Il rimanente 25 per cento del totale viene impiegato per le politiche di inclusione.
Dato lo scenario, si capisce che lunga è la strada per l’affermazione di un nuovo concetto di cittadinanza legato al territorio, al suolo più che al sangue [ius sanguinis vs. ius soli]. Scrive Adel Jabbar: “Finché gli immigrati sono presenze invisibili, spesso assenti nei luoghi in cui si definiscono le politiche di immigrazione e in cui si discute delle problematiche sociali locali, finché non si attuano i meccanismi di rappresentanza e di partecipazione, è impossibile innescare processi interculturali”.
L’excursus, per quanto breve, avrà dato forse l’idea di quanto lavoro ci sia da fare per scardinare routine, gabbie linguistiche, schemi interpretativi di un fenomeno così complesso, e i media – da strumenti di metabolizzazione simbolica della realtà – possono giocare un ruolo cruciale nella ridefinizione del tema immigrazione.
Proposte per l’approfondimento:
Caritas/Migrantes, Immigrazione. Dossier statistico 2005, XV Rapporto, Edizioni Idos, Roma 2005
Caritas italiana, Immigrati e partecipazione. Dalle consulte e dai consiglieri aggiunti al diritto di voto, Edizioni Idos, Roma 2005
Caritas italiana, a cura di O. Forti, F. Pittau, A. Ricci, Europa. Allargamento a est e immigrazione, Edizioni Idos, Roma 2005
OIM/Caritas Roma/Archivio immigrazione, L’immagine degli immigrati in Italia. Media, società civile e mondo del lavoro, Edizioni Idos, Roma 2005
Inps, SP. Sistema previdenza, bimestrale di informazione, anno XXII, n. 2/3
Le parole lasciano impronte – www.leparolelascianoimpronte.org






