La scorsa settimana si sono svolte le elezioni parlamentari in Azerbaijan che hanno visto la scontata (?) vittoria del presidente Aliyev, figlio del già padre della patria Aliyev senior. Chi si aspettava una ventata di democrazia è rimasto deluso. Chi, e non sono pochi, credeva di poter assistere a una ri-edizione delle rivolte tipo Georgia ed Ucraina è rimasto sorpreso dalla passività della popolazione azera. Ma a pensarci bene, c’è poco da sorprendersi.
Per prima cosa è innegabile che Aliyev si sia comportato da politico assai più accorto e furbo dei suoi corrispettivi nell’area ex-sovietica, forse ancora legati a schematismi e burocrazie tipo – PCUS da cui tutti venivano. Il presidente azero le elezioni, infatti, le ha vinte, ma non stravinte: il suo partito ha avuto appena un seggio in più della maggioranza parlamentare (63 su 125). In compenso, ha fatto eleggere molti candidati “indipendenti”, che in realtà lo fiancheggiano. Inoltre, di fronte alle prime proteste sulla regolarità del voto, si è guardato bene dal negare i brogli, predisponendo un riconteggio in alcune circoscrizioni. Tanto è bastato per frenare, almeno per ora, anche gli animi più caldi.
In realtà ci sono ben più profonde ragioni. Sembra innegabile che il malcontento popolare in Azerbaijan sia minore che in Ucraina od in Georgia: mentre quest’ultime erano afflitte da una grave crisi economica, nel nostro caso siamo in presenza di una consistente ripresa economica, trainata dagli altissimi prezzi del petrolio. Ovviamente è una ripresa che non migliora le condizioni di vita dei lavoratori, mentre arrichisce il capitale, ma di questo non c’è davvero da sorprendersi, purtroppo.
Inoltre e soprattutto, proprio l’importanza strategica determinata dal petrolio, sembra suggerire una maggior cautela tanto a Washington quanto nelle capitali europee. Il regime è un buon alleato dell’America e della Turchia e garantisce la stabilità (o repressione) necessaria per invogliare gli investimenti. Solo pochi mesi fa è stato inaugurato l’oleodetto Baku-Cheyan, alla presenza di petrolieri e ministri occidentali.
Gli Stati Uniti, dunque, non hanno interesse a liberarsi da Aliyev, tutt’altro. Mentre Shevarnadze e Kuchma si stavano pericolosamente riavvicinando alla Russia di Putin, il presidente azero se ne tiene ben lontano. Il suo Stato dispotico ha un alleato di ferro nella Turchia che ne controlla l’economia e non ha nessun interesse in un Azerbaijan democratico. Non va dimenticato, infatti, che Baku vive in una situazione di guerra latente con i vicini armeni a causa dell’annosa questione del Nagorno-Karabakh ed i turchi, data la loro secolare inimicizia con questi ultimi, favoriscono tale situazione. Inoltre, liberarsi di Aliyev, metterebbe a rischio la stabilità dell’intera regione, ed è una cosa che le compagnie petrolifere anglo-americane non possono e non vogliono permettersi.
Non sorprende, dunque, che la prima reazione del dipartimento di stato americano ai risultati elettorali sia stata di pieno appoggio per il regime. Soltanto a seguito delle denuncie dell’OSCE la diplomazia americana, vistasti sbugiardata, è stata costretta a cambiare posizione, almeno ufficialmente, lavorando comunque per un compromesso tra dittatore ed opposizione.
Certo comunque, in questo caso, non erano piovuti milioni di dollari dal cielo (o meglio, da USAID) per i partiti di opposizione; e neppure erano stati organizzati, con i fondi per lo sviluppo, corsi di guerriglia e resistenza urbana dalla CIA, come invece era avvenuto a Belgrado, a Tblisi ed a Kiev.
Neppure l’Europa, come al solito inerte, si è mossa. L’insolito attivismo del caso ucraino era figlio delle mire espansionistiche polacche, ma in questo caso si è tornati all’indifferenza. Come dimenticare, poi, che l’inglese British Petroleum è il maggiore investitore nell’oleodotto BTC.
D’altro canto pure la Russia sosteneva Aliyev, spaventata da un’opposizione ancor più schierata contro Mosca.
Tanto per cambiare la protezione degli investimenti stranieri è più importante della democrazia tanto sbandierata da Washington. In fondo si può ancora fare i dittatori, basta stare dalla parte giusta.






