La fabbrica della droga

La questione dell’oppio in Afghanistan mette in luce tutte le contraddizioni che affliggono la storia odierna di questo paese: la povertà, la debolezza politica di Kabul, l’ipocrisia internazionale, la corruzione. Un quadro complesso e desolante che conferma le enormi sfide che lo attendono.

L’Afghanistan è il principale produttore d’oppio al mondo come conferma l’ultimo rapporto ONU che gli attribuisce il 90% del mercato mondiale. Nel 2005 l’industria dell’oppio ha generato il 52% del PIL afgano, dando lavoro ad oltre 2,5 milioni di persone. L’esplosione della coltivazione d’oppio in Afghanistan coincide con la sconfitta del regime talebano del 2001. Dopo una crescita costante della produzione nel periodo 2001/2004, l’UNODC – l’agenzia ONU contro la droga e il crimine – ha dichiarato nel 2005 si è registrata una riduzione pari al 21% degli ettari coltivati ma questo non ha purtroppo coinciso con una minore quantità di oppio prodotta in quanto le condizioni climatiche hanno aumentato del 22% la produttività dei terreni. Questi dati contrastano con lo sforzo dei governi stranieri, guidati da Stati Uniti e Regno Unito, nel finanziare programmi finalizzati a contrastare il business oppio. Secondo il centro studi specializzato Cato, il fallimento dalla strategia sin qui perseguita sarebbe dovuto alla eccessiva attenzione verso la coltivazione piuttosto che nel contrasto ai trafficanti. Opinione peraltro condivisa da molti analisti e che rimanda alla situazione politica complessiva in cui riversa l’Afghanistan.

L’industria dell’oppio, essendo la principale fonte di reddito del paese, è gestita direttamente dai signori della guerra. Cioè da leader locali che controllano il territorio attraverso eserciti privati e propri seguaci attivi nelle istituzioni, leader che entreranno in massa nel parlamento afgano emerso dalle elezioni politiche del 18 settembre scorso. In sostanza, per il governo di Kabul contrastare l’industria dell’oppio significherebbe scontrarsi con il potere dei signori della guerra, e questo scontro non rientra nella strategia di Kabul. Il presidente Karzai, scelto dagli americani nel 2001 per guidare la transizione afgana sancita dagli Accordi di Bonn ed eletto grazie alle discusse elezioni presidenziali nel 2004, guida un governo politicamente ed economicamente troppo debole per fare a meno del sistema feudale di gestione del potere che vige nell’intero Afghanistan. In un’ipotetica crociata anti oppio il governo di Kabul si troverebbe inoltre a fare i conti con il 30% delle famiglie afgane che sopravvivono solo grazie a tale coltivazione. Percentuale ancora più drammatica se si considera che il 40% della popolazione afgana vive sotto la soglia di povertà. Ed è proprio la gravità della questione economica un’ulteriore ragione del fallimento della strategia perseguita dai governi stranieri nella lotta all’industria dell’oppio.

In passato i programmi anti oppio dei governi stranieri consistevano nel finanziare i contadini che abbandonavano la coltivazione dell’oppio a favore degli ortaggi. Ed in particolare compensavano i loro minori introiti attraverso fondi erogati dalle istituzioni locali. Gli anni hanno però dimostrato la scarsa sostenibilità di tale strategia sia per gli alti costi e che per i livelli di corruzione. Di recente, il Senlis Council, centro studi francese specializzato, ha pubblicato, in collaborazione con diverse università, una proposta forse nota ma che non aveva mai raggiunto livelli istituzionali tanto autorevoli. In sostanza, il Senlis propone la legalizzazione della produzione d’oppio e il suo utilizzo ad esclusivo appannaggio dell’industria farmaceutica, dall’oppio si ricava ad esempio la morfina. La proposta Senlis ha provocato però aspre reazioni da parte degli addetti ai lavori, ed in particolare dall’Unodc che sostiene come il minore costo dell’oppio “legale” porterà i coltivatori a rivolgersi comunque al mercato nero per ottenere maggiori profitti. Il mercato d’oppio “legale”, sempre secondo l’Unodc, è inoltre già monopolizzato da India e Turchia, e per l’Afghanistan non ci sarebbero sbocchi. Contro la proposta Sensil si è schierato, non ha sorpresa, anche il governo di Kabul che vedrebbe compromessa la principale fonte di ricchezza di molti neo eletti.

Mail_long
dello stesso autore
20 ottobre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abdul abiti puliti aborigeni acqua Afganistan Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids alitalia altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina Americhe 2004 animalisti Annapolis antifascismo antimafia antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api Argentina Armenia armi Atene 2006 atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Bamako Banca mondiale Bangladesh banlieues basi militari Basilicata bene comune beni comuni Bergamo bilanci partecipativo biocarburanti biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein bollywood Bologna borse Brasile brimania Britel Bulgaria bussolengo Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Campania cantautore cantieri cantieri sociali Caracas Caracas 24/29 gennaio carbone carcere carovita Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiaiano chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro città cittadinanza clandestini clandestino clima Colombia comboniani commercio commercio equo commercio equo. decrescita comunicazione conoscenza consumi consumo critico contadini controvertice cooperazione cornelio cornelio bizzarro cosa rossa cpt crisi crisi alimentare crisi finanziaria critical mass Cuba curdi dal molin De Gennaro Deavos decrescita decrescita. agricoltura biologica