Migranti, tra credito e sviluppo locale

“Migranti, credito, sviluppo locale”: sono queste le tre parole chiave per promuovere “nuove relazioni economiche per la qualità sociale”. Se ne è discusso alcuni giorni fa in un interessante convegno promosso dall’Ufficio Autopromozione sociale del comune di Roma, al quale hanno partecipato numerosi rappresentanti di istituzioni e associazioni che si occupano di migranti, di territorio, di economia “altra”: Paolo Carrazza [assessore alle Politiche per le periferie, lo sviluppo locale, il lavoro], Francesco Liberati [Bcc – Banca di credito cooperativo di Roma], Mattia Vitello [ricercatore], Josè Luis Rhi-Sausi [sociologo, direttore del CeSPI], Grazia Naletto [Lunaria], Luci Zuvela [Lipa, associazione delle donne slave per l’interculturalità], Pietro Vulpiani [Unar – Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali], Franco Pittau [Dossier statistico immigrazione Caritas], Francesco Grande [Camera di commercio di Roma], Piero Soldini [Cgil], Alessandro Messina [Ufficio Autopromozione sociale del comune di Roma], Francesco Antonelli [Business-Value], Patrizia Fiocchetti [Caritas Roma], Nora Frey [mediatrice culturale], Victor Okeadu [Consulta degli immigrati di Roma].

“L’autopromozione sociale è la via innovativa allo sviluppo locale, da attuare con la finanza agevolata secondo il criterio della territorialità”. Le parole di Alessandro Messina sintetizzano in un’unica formula tutti gli elementi messi sul tavolo: l’economia “altra”, il territorio, il credito, le persone. Nell’esperienza romana, tale formula ha già dimostrato di funzionare per la promozione di un nuovo modello di sviluppo economico, che sia attento non solo alla crescita del fatturato, ma anche alla qualità sociale, ambientale, urbana. Non a caso, il terreno di azione sono state e sono le periferie.
Lo strumento legislativo adottato per innescare questo meccanismo virtuoso – come spiega Messina [su Carta.org trovate anche il testo completo del suo intervento] – è la legge 266/1997, la cosiddetta legge Bersani sugli interventi per lo sviluppo e l’occupazione, che all’articolo 14 prevede interventi di sostegno all’imprenditorialità promossi nelle aree metropolitane al fine di “superare situazioni di degrado urbano e sociale”.

Dal 1999 ad oggi, il Comune di Roma ha gestito cinquantasei milioni di euro – un terzo del totale stanziato a livello nazionale – per finanziare 700 imprese, con un’occupazione [attesa] di tremila e 300 posti di lavoro aggiuntivi. L’esperienza continua, proprio due settimane fa infatti è stato aperto il nuovo bando che mette a disposizione per i potenziali imprenditori che parteciperanno al concorso cinque milioni di euro.
L’intervento strettamente economico è solo un aspetto del sostegno offerto dal comune, sostegno che risponde ad una “strategia di rete e relazioni per rendere l’impresa tessera di un mosaico sociale e territoriale che va costruito”, continua Messina. Così, il disegno iniziale si è ramificato su vari assi di intervento, dall’animazione sociale sperimentata a Tor Bella Monaca, Corviale e San Basilio tra le altre zone, alle politiche integrate che coniugano riqualificazione urbana, sociale e ambientale, dai servizi di orientamento, assistenza tecnica e tutoraggio per accompagnare la nascita delle nuove imprese dalla fase di progettazione a quella di start up, agli “incubatori d’impresa” di varia ispirazione [Incipit al Corviale, Start a Cinecittà, InVerso e Play alla Garbatella, Ict Open source tra Tiburtina e San Basilio da inaugurare all’inizio del 2006] e allo sportello per migranti, fino all’attivazione di fondi di garanzia – al momento con Banca Popolare Etica e con Bcc-Banca di Credito cooperativo di Roma – per favorire l’accesso al credito delle piccole imprese beneficiarie delle agevolazioni.

La partecipazione dei migranti in questi anni è stata molto bassa, per varie ragioni, imputabili soprattutto alla comunicazione dell’iniziativa e delle procedure di partecipazione attraverso canali che non hanno raggiunto in modo efficace le persone immigrate. Ritenendo i migranti una parte importante del tessuto economico e sociale, è nata l’idea di un progetto pilota, un bando rivolto esclusivamente a cittadini stranieri, elaborato con la collaborazione di Caritas, Consulta per le persone straniere e Istituto per gli studi sulla popolazione del Cnr. Questi i numeri del bando 2004: mille contatti tra richieste di informazioni e consulenze offerte dagli sportelli nati dalla collaborazione fra centro servizi sud [Ati Business-Value – Iri Management], Ics, Consulta per le persone straniere di Roma e Associazione Progetto diritti, 180 progetti presentati, 31 finanziati, tra negozi di alimentari e di abbigliamento, parrucchieri, attività editoriali e culturali.

Mounia Baroudi è tra le “beneficiarie”: il suo progetto consiste nella realizzazione di un’agenzia di pompe funebri con rito islamico. Sarebbe l’unica in Italia, se riuscisse ad avviarla. Al convegno ha raccontato le difficoltà incontrate nel reperimento di un locale. Ebbene sì, oltre ai consueti problemi di ogni piccola impresa, un cittadino straniero deve fare i conti anche con la diffidenza di chi affitta il proprio locale ad un immigrato per un’attività imprenditoriale. Figuriamoci poi se si tratta di un’agenzia di pompe funebri islamica. Come spiegano Messina e Carrazza, ad un migrante viene normalmente chiesta una caparra di dodici mensilità piuttosto che di due o tre come avviene in media, il che spesso fa rinunciare al progetto e quindi anche alle agevolazioni. È certo che occorre pensare ad un sistema di fideiussioni garantite dal comune per i proprietari dei locali, oltre che a un’attività di promozione dell’immagine delle imprese immigrate. E in questa direzione il Comune ha dichiarato di volersi muovere.

A questo problema spesso si aggiunge la difficoltà di accedere al credito. Anisoara Stanescu, per esempio, della cooperativa Risvolti nata nel 2001 dalla ferrea volontà di dieci donne, ha spiegato come le porte sbattute in facce da varie banche – sei o sette in cinque mesi, per un prestito di 20 mila euro – le abbia costrette a ricorrere a prestiti personali da parenti e amici per avviare la loro attività.

L’accesso al credito è uno dei punti più dibattuti nell’arco della giornata, infatti trascina con sé problemi legati più generalmente ai diritti della persona, ai diritti di cittadinanza, all’integrazione.
Tutti al tavolo concordano sulla necessità di una revisione legislativa e dell’attuazione di politiche realmente inclusive del migrante a livello lavorativo, economico, culturale, sociale. Soldini – responsabile per l’immigrazione della Cgil – parla di “discriminazioni istituzionali che producono e alimentano una cultura di discriminazione nel paese”. “La precarietà giuridica del cittadino straniero influisce pesantemente sul processo di stabilizzazione economica e sociale” aggiunge Grazia Naletto, anni impegnata nelle campagna antirazziste in Italia. Grazia Naletto sottolinea pure la contraddizione tra la tendenza generale alla precarizzazione e alla flessibilizzazione del lavoro, e l’irrigidimento delle norme per la concessione del permesso di soggiorno, per la quale si richiede ad uno straniero un lavoro stabile provato da un regolare contratto, duraturo.

Alcuni dati snocciolati nel corso degli interventi rivelano l’esistenza di un processo di integrazione economica degli stranieri: José Luis Rhi-Sausi ad esempio ci informa che l’Italia ha un altissimo tasso di bancarizzazione straniera, infatti 57 cittadini non italiani su cento [calcolati sul totale di stranieri provenienti da paesi diversi da quelli dell’Unione europea e dell’Ocse, escludendo tutti i minorenni] hanno un conto corrente. Per avere un termine di paragone, lo stesso tasso per gli emigrati latinoamericani negli Stati uniti è del 50 per cento, nonostante quell’emigrazione sia più “vecchia”.
Inutile precisare che essere titolari di un conto corrente non equivale a poter richiedere un prestito. Tuttavia, è significativo registrare che il credito erogato a immigrati nel 2004 è stato di 4,8 miliardi di euro, cinque volte quello del 2000.

Tornando all’impresa, molti si soffermano a darne una doppia lettura: la prima è che rappresenta un indicatore di stabilizzazione del cittadino straniero; la seconda è che per uno straniero rappresenta di fatto l’unica alternativa all’integrazione subalterna, cioè all’inserimento lavorativo per svolgere mansioni spesso molto inferiori rispetto al titolo di studio posseduto. Non è un aspetto da poco se si pensa che il livello di istruzione degli stranieri in Italia è molto alto: ricordando i dati forniti dal Dossier statistico della Caritas, il 12,1 per cento degli stranieri residenti è laureato, il 27,8 diplomato. L’attività imprenditoriale diventa così una forma di riscatto per mettere a frutto capacità e saperi, di affrancamento da un lavoro dipendente, vessatorio, mal pagato, a nero, in condizioni precarie, piuttosto che la conseguenza di una vocazione. Accade così, per esempio, che un veterinario egiziano, non potendo esercitare la sua professione nel nostro paese, presenti un progetto per aprire una pizzeria.
Luci Zuvela suggerisce il riconoscimento del titolo di studio come primo passo per promuovere un’integrazione lavorativa e sociale paritaria.

Grazia Naletto insiste infine sulla necessità di un approccio universalistico al tema delle migrazioni, che non releghi i migranti in una fascia di cittadini “speciali”, ma li emancipi a cittadini a pieno titolo, e riconosca loro l’essere semplicemente persone.
Anche perché, viene da aggiungere, in una società che accentua sempre più le differenze tra poveri e ricchi, tra deboli e potenti, le differenze legate ai confini sociali disegnano appartenenze diverse che accomunano molte persone che pure non condividono la provenienza.

Numero verde 800 272857, www.autopromozionesociale.it

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