Dieci anni di vita non sono poi molti. Non lo sono per una persona, che a quell’età entra nel contraddittorio periodo dell’adolescenza, figuriamoci per un’organizzazione che dovrebbe avere una prospettiva che supera abbondantemente quello di una generazione umana.
Eppure, in dieci anni, l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) ha già saputo fare diversi danni, alcuni dei quali sostanziali e pesanti, che vista l’età dovrebbe meritare almeno il riformatorio; non che non abbia già avuto problemi, questo sì, a Seattle come a Cancun. Ma pare che questi intoppi tutto abbiano fatto fuorché redimerla sulla buona strada.
E adesso tocca alla Cina, precisamente Hong Kong, accogliere la prossima Conferenza ministeriale della Wto; un paese simbolo del nuovo millennio, che ha saputo far sposare neoliberismo e controllo sociale autoritario, che si fa carico di un momento simbolo, in cui la credibilità e la legittimità della Wto è fortemente sotto scacco, per la sua incapacità di contribuire a uno sviluppo armonico dei commerci, ma anzi per la presunzione di essere l’unico spazio titolato a poter discutere e decidere su tutto, diritti, bisogni e questioni ambientali comprese.
Non ultima la questione agricola, ultima frontiera delle liberalizzazioni, sulla quale dietro agli annunci demagogici e di facciata del sostegno ai “Paesi svantaggiati” si sta giocando la possibilità di una spinta deregulation che disarticolerebbe non solo le prospettive di vita di milioni di persone, ma imporrebbe un modello di sviluppo di produzione basato su logiche produttivistiche e industriali e sganciato da territori e comunità. Per non parlare della questione dei servizi e quindi sanità, istruzione, acqua.
È ora di dire basta. Anche per la Wto crediamo che dieci anni siano abbastanza. Tutti i movimenti sociali stanno facendo rotta in queste ore su Hong Kong per mostrare quali siano i veri attori in gioco, quali i reali rischi di una liberalizzazione imposta. I movimenti, ancora una volta, saranno in prima linea e noi assieme a loro, per sottolineare, se ce ne fosse bisogno dopo il fallimento del mercato unico delle Americhe, che è venuto il momento di cambiare rotta.






