Sinistra e Israele

In questo ultimo periodo tre avvenimenti hanno riportato all’attenzione del dibattito politico una vecchia questione, quella del rapporto tra la sinistra italiana e Israele.
Prima la fiaccolata indetta dal Foglio per protestare contro le dichiarazioni del premier iraniano, poi la nascita dell’associazione “Sinistra per Israele”, infine la polemica provocata dalle inaccettabili dichiarazioni di Fassino nei confronti del Manifesto, accusato di “antiebraismo”. Questi i fatti che hanno riproposto un argomento che, a seconda dei sussulti del tragico conflitto mediorientale, ha spesso infuocato gli animi e alimentato accese discussioni .
Crediamo opportuno puntualizzare alcuni aspetti del problema, prendendo spunto anche dall’articolo con cui Maurizio Matteuzzi sul manifesto e la rete “ebrei contro l’occupazione” hanno risposto all’infelice frase del segretario nazionale dei Ds, frase che si è cercato di smentire ma senza grande successo.
Il rapporto tra la sinistra italiana e lo Stato di Israele è stato spesso conflittuale ed ha provocato lacerazioni molto forti. Non è possibile in poche righe affrontare una problematica che attraversa sessanta anni di storia, ma forse è possibile, sinteticamente, riassumerne alcuni aspetti fondamentali.

1- Lo scenario internazionale uscito dopo la seconda guerra mondiale ha inevitabilmente condizionato le scelte di campo della nostra sinistra. In particolare la posizione dell’Unione sovietica in un primo momento apertamente schierata con il nuovo piccolo Stato (l’Urss fu il primo paese a riconoscere Israele), poi, con la guerra fredda, sostenitrice del panarabismo laico e nazionalista alla Nasser, ha influito pesantemente sull’atteggiamento della sinistra italiana, e in particolare del suo partito più forte, il Pci, nei confronti di Israele. Così come questa scelta di campo ha prodotto lacerazioni, contraddizioni e profonde crisi di coscienza in tanti ebrei comunisti o di sinistra che, magari pur non essendo sionisti, guardavano con simpatia se non con affetto verso la nuova realtà statale. La quale, è bene ricordarlo, fu fondata su principi socialisti, con un ruolo preminente assegnato ai kibbuz, creati sul modello dei kolkoz sovietici.
La guerra del ’67, con l’occupazione di Gerusalemme e dei nuovi territori produsse un ulteriore strappo, che si accentuò dopo il ’68 e la nascita della sinistra extraparlamentare schierata totalmente con la resistenza palestinese. Scelta inevitabile visti i tempi e la decisione di Israele di non ritirarsi dai territori occupati, ma che porterà ad ulteriori fratture anche generazionali.
Le politiche aggressive dei governi israeliani negli anni ottanta, non faranno che alimentare la frattura tra sinistra e Israele, favorendo spesso una tragica e inammissibile confusione tra “ebreo” e “israeliano” con tutte le conseguenze del caso.

2 – Questo breve e schematissimo excursus, ci mostra come la giusta solidarietà nei confronti di chi ha indubbiamente subito gravissime conseguenze dalla nascita dello Stato israeliano, anche se è bene ricordare che il mondo arabo rifiutò la risoluzione Onu con cui nel 1947 si sanciva la nascita dei due stati, ha portato gran parte della sinistra a trascurare alcuni aspetti rilevanti della questione e che favoriscono affermazioni, come quelle contenute nell’articolo di Matteuzzi e anche nella lettera di “Eco” a Fassino, per noi profondamente sbagliate.
Il sanguinoso conflitto mediorientale viene comunemente ricondotto alla nascita, nel 1948, dello Stato di Israele visto come parziale risarcimento (si fa per dire) da parte delle potenze europee di fronte alla Shoah. Così facendo si ignora in realtà come questa vera e propria “guerra civile” (viste le origini simili dei due popoli) nasca ben prima, precisamente all’inizio del secolo scorso, con i primi flussi di migranti ebrei provenienti dall’Europa, in particolare da quella orientale. Una emigrazione frutto dei pogrom scatenati nell’est europeo, di fronte ai quali il nascente sionismo aveva dato una nuova prospettiva.

3 – E visto che abbiamo accennato al sionismo è bene anche affrontare questa delicata questione.
Maurizio Matteuzzi rispondendo a Piero Fassino, parla del Manifesto come di un giornale da sempre antisionista, facendo intendere che quello degli amici e compagni del Manifesto non è solo un antisionismo storico, che non condividiamo ma che riteniamo legittimo, ma è anche un antisionismo politico. Così facendo inevitabilmente si mette in discussione non la legittimità storica di Israele, ma la legittimità politica dello Stato israeliano, cioè si mette in discussione, sicuramente non volendo, la sua esistenza.
In questi anni spesso sono stati espressi giudizi sul sionismo frutto dell’ignoranza e del pregiudizio. Alcuni lo hanno equiparato al razzismo o al fascismo, ignorando che il sionismo sin dalla sua nascita si è “abbeverato” a molti sorgenti culturali, è frutto di filoni politici di diversa matrice.
Da quello socialista e comunista (vedi il Bund, l’organizzazione operaia russa e polacca) a quello fascistoide e ipernazionalista di Jabotinski. Che la sue evoluzione, anzi involuzione, lo abbia portato dentro Israele a degenerare in una ideologia prevalentemente militarista e intollerante è difficilmente contestabile, ma non si possono ignorare le sue origini, così come si deve tenere presente che tanti ebrei di sinistra, sia della diaspora che in Israele, sono ancora sionisti e criticano apertamente la politica coloniale e discriminatoria nei confronti del popolo palestinese.
Ecco perché se non è vero che chi è antisionista e automaticamente antisemita, bisogna soppesare bene le parole perché si corre il rischio di trovarsi in cattiva compagnia…

4 – Sia gli israeliani che si battono per la pace e la convivenza tra i due popoli che i palestinesi, hanno bisogno di una forte solidarietà che, però, non deve favorire la reticenza.
Di conseguenza la scelta di dare vita ad una “sinistra per Israele” ci sembra una scelta unilaterale e omissiva. Infatti c’è bisogno di una sinistra che sia per Israele e per la Palestina, avendo però chiaro che non ci può essere una falsa equidistanza perché le condizioni in cui i governi israeliani hanno relegato i palestinesi sono un crimine contro l’umanità. Ma è anche vero che il modo migliore per sostenere il popolo palestinese nella sua sacrosanta lotta per la propria autodeterminazione non è certamente quello di tacere sulla deriva militarista e stragista che ha assunto la seconda intifada.
E se è indubitabile che l’occupazione dei territori, i ghetti a cielo aperto sono fondamentali nel favorire la disperazione e l’odio di chi si fa saltare in aria in mezzo ai civili israeliani, la storia ci ha insegnato che i mezzi usati da un popolo per liberarsi dall’oppressione condizioneranno pesantemente, una volta raggiunta l’agognata liberazione, l’assetto civico e sociale che nascerà.
A chi dice che da qui noi non possiamo giudicare, rispondiamo che invece proprio perché lontani dal conflitto possiamo aiutare a trovare la strada migliore e soprattutto impedire una mattanza che sembra non avere fine.

5 – Nella lettera a Fassino degli amici della rete ebrei contro l’occupazione pubblicata dal Manifesto dopo la polemica con il segretario nazionale dei Ds, si parla di Israele come “stato ebraico” e quindi non democratico viste le pesanti discriminazioni perpetrate nei confronti degli arabi israeliani. Non ci sono dubbi che ci sia una disparità di trattamento sul piano sociale tra ebrei e arabi nel territorio israeliano. Se a questo aggiungiamo la politica coloniale nei territori occupati il giudizio diventa ancora più netto. Però ci sembra anche evidente che, pur con tutte le involuzioni di questi ultimi anni, la società israeliana esprima quegli anticorpi, a garanzia di quel minimo di agibilità politica che distingue uno Stato democratico da una dittatura. La guerra tende a soffocare la dialettica politica e il conflitto sociale. E Israele non fa eccezione. Il processo di militarizzazione delle coscienze ha provocato danni gravissimi tra gli ebrei israeliani. Ma la stessa elezione di Peretz al posto dell’impresentabile Peres è un piccolo ma significativo segnale. Una dimostrazione che in un contesto regionale segnato da regimi governati da satrapi e oligarchie di stampo medioevale, Israele pur con tutte le tragiche contraddizioni e le gravi discriminazioni, consente ai suoi cittadini spazi di democrazia non riscontrabili, purtroppo, nel mondo arabo.

In conclusione pensiamo che il conflitto mediorientale abbia una storia molto complessa e piena di contraddizioni. Qualunque approccio schematico, teso a ridurre questa complessità non solo è negativo, ma non aiuta tutti coloro che in Israele, in Palestina e un po’ ovunque si battono per una pace stabile e giusta. La sinistra nelle sue varie versioni, moderata e radicale, al di là delle diverse posizioni potrà aiutare ulteriormente il processo di pace facendo tesoro degli errori del passato.

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