“Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti”. Si apre così la Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni unite, che lo scorso 10 dicembre è giunta al suo cinquantasettesimo anniversario. Visti i tempi che corrono, questa affermazione ha più il sapore di una “promessa tradita” – come dichiarava qualche mese fa Amnesty international in occasione dell’uscita del suo rapporto annuale – che di una realtà. O il sapore di un’utopia, se vogliamo leggerla in un’ottica dinamica che le dia lo spessore di un valore che indichi la direzione dell’agire.
Quest’ultima è la lettura che hanno scelto la Presidenza del consiglio della provincia di Roma e il Forum provinciale per i diritti umani, promuovendo l’iniziativa “Pace e diritti umani: un’utopia concreta”. Anzi, hanno fatto un passo in più parlando di “utopia concreta”, appunto: una contraddizione in termini che unisce però la forza dell’utopia alla possibilità di tradurla in realtà.
I diritti umani oggi sono sottomessi a interessi economici, geopolitici, di potere, ma “si può invece ritenere possibile un futuro diverso. Mettere al centro pace e diritti umani significa avere un’altra idea del mondo, un altro progetto politico, sociale e culturale, rispetto a quello che stiamo vivendo”, dice Adriano Labbucci, presidente del consiglio provinciale, introducendo i lavori.
L’iniziativa si è svolta in quattro incontri, ricchi di riflessioni, di proposte e di suggestioni. Abbiamo seguito da vicino due appuntamenti, quelli del 9 e del 10 dicembre, e ve ne vogliamo proporre un resoconto.
[9 dicembre]. «I diritti umani vanno rispettati. Anche in Italia»
Immigrazione, fabbricazione e commercio di armi, carceri, lavoro minorile, imprese e responsabilità sociale: come si vede, non sono pochi – e non sono neanche i soli–gli ambiti in cui il nostro paese viene messo al banco degli imputati perché responsabile di lesione dei diritti. Ne discutono, proponendo riflessioni, ma anche analisi e dati, Luigi Ciotti [Gruppo Abele e Libera], Stefano Anastasia [Antigone], Alessandro Genovesi [Cgil – dipartimento politiche attive del lavoro], Roberto Sensi [Mani tese] e la scrittrice iraniana, rifugiata in Italia, Masomeha Zamyndoost.
“I diritti sono precari perché sono entrati in una logica economica. ‘Non ci sono soldi per attuare politiche di tutela dei diritti’, si dice. I diritti sono considerati un freno allo sviluppo, sono un disvalore della modernità. Ma di quale sviluppo stiamo parlando? Di uno sviluppo a cui manca lo spessore etico. […] I diritti dovrebbero essere indipendenti dal colore delle maggioranze politiche e dalla logica economica”. Questo è il commento energico di don Ciotti, che interviene su tutti i temi proposti al tavolo, appassionandosi e appassionando la platea che segue il suo discorso vivido, evocativo, che richiama fatti, immagini e “volti”, parola frequente del suo vocabolario.
Durissime le parole sui cpt, “illegali e immorali”. “Mi vergogno di questa fortezza Europa”, dichiara mentre ricorda le bare, su cui ha pregato, di undici migranti il cui sogno si è infranto poche settimane fa a Gela a una manciata di metri dalla riva. Le politiche di esclusione producono paure, diffidenze, conflitti, si sa, per questo servono politiche inclusive, spiega Ciotti.
Al tavolo c’è Masomeha Zamyndoost a raccontare i costi di queste politiche vissuti sulla propria pelle, in un paese come l’Italia che tra l’altro non è ancora riuscito a darsi una buona legge sul diritto d’asilo. Ogni giorno Masomeha fa i conti con la diffidenza di chi si stringe la borsa o il portafogli quando lei, col velo che diventa un’etichetta, sale sulla metropolitana, e qualche volta subisce anche l’ignoranza di chi arriva a compiere atti violenti, come quello di bruciarle il velo.
“I diritti umani non esistono nel mondo”, dice con la sua voce sottile, ma decisa.
Ciotti prosegue parlando delle carceri minorili e della loro disattesa vocazione educativa e formativa: meglio punire che educare, sembra il motto del legislatore. E la scelta della “punizione” prevale anche per altre categorie deboli come i tossicodipendenti, fortemente penalizzati dalla cosiddetta legge salva-Previti che inasprisce le pene per i recidivi, in prevalenza tossicodipendenti, appunto, e migranti. “Il diritto penale si muove su due binari: quello dei galantuomini e quello dei briganti”.
“La logica dei rimedi prevale sulla logica delle cause” dice a questo proposito Anastasia. Il risultato è il sovraffollamento delle carceri, che detengono 60 mila persone quando i posti letto disponibili sono solo 42 mila. Tutto questo senza dimenticare che le risorse destinate al sistema penitenziario sono in forte diminuzione [–30 per cento] mentre i detenuti aumentano del 10 – 15 per cento. D’altro canto, citando il ministro della giustizia Castelli, “Le carceri non devono essere alberghi a cinque stelle”. Una battuta che contiene in realtà un vero e proprio programma di politica penitenziaria. La sfida più grande però, secondo Anastasia, è quella con l’opinione pubblica: “Bisogna far passare l’idea che il carcere non è la soluzione più efficace per la sicurezza, questa può essere garantita solo dalla coesione sociale”.
Genovesi ci conduce al tema del lavoro minorile, argomento tabù per il governo italiano che ha deciso di ignorare il problema trascurando anche il primo “cartellino giallo” dell’Unicef per l’Italia. Una cifra approssimativa indica la presenza nel nostro paese di 500 mila bambini – il 10 per cento sono minori non accompagnati – che, secondo la definizione di lavoro minorile, ogni giorno sottraggono almeno un’ora al loro diritto a giocare e a studiare per lavorare. “Per la Ccgil è difficilissimo ottenere di poter controllare i terzocontisti di grandi imprese” spiega Genovesi. “E dire che poco tempo fa a Lecce i carabinieri hanno scoperto 1835 minori di quindici anni al lavoro”.
Più della metà del totale non frequenta la scuola dell’obbligo o non ha la licenzia media, questa situazione scolastica rispecchia quella delle famiglie di origine, in una sorta di determinismo sociale.
Roberto Sensi presenta la campagna promossa da Mani tese, Arci e altri soggetti “Meno beneficenza, più diritti”. Alla base della povertà e dell’impoverimento c’è l’ingiustizia, secondo Sensi bisogna mettersi “dalla parte dei perdenti della globalizzazione, di quelli che pagano i costi sociali di questa rapina globale” per cominciare a produrre giustizia. Tradotto operativamente, vuol dire tutelare i diritti dei lavoratori, lottare contro la privatizzazione dei beni comuni e dei servizi fondamentali, opporsi alla delocalizzazione e salvaguardare l’ambiente. Per fare questo, la campagna mira allo sviluppo di un quadro normativo per la responsabilità sociale delle imprese.
Un’altra campagna – quella di Control Arms, ne parla Riccardo Troisi – porta la discussione sulla produzione e il commercio di armi leggere, di cui l’Italia è il secondo produttore al mondo. La legge 185/90, più volte a rischio modifica, regola l’esportazione di armi pesanti, ma non di armi leggere, “questo non impedisce quindi all’Italia di avere clienti che non rispettano i diritti umani, come il Congo, l’Algeria, il Brasile; anche in Iraq sono state trovate delle Beretta”, spiega Troisi. Lo scopo della campagna è ottenere un trattato internazionale che regoli il mercato delle armi, permettere la tracciabilità delle armi e rafforzare la legislazione dei singoli paesi in materia.
La serata si conclude con la proiezione di “Ultimi giorni a Lampedusa”, reportage di Burchielli e Parissone, giornalisti di La7: storie di e sui migranti raccontate dai migranti stessi, dalla gente del posto e dalla guardia di finanza che nei giorni delle riprese ha guidato le operazioni di sbarco dalle precarie imbarcazioni sovraccariche di persone e di speranze. In chiusura, oltre il recinto orlato di filo spinato del cpt, si riconosce Fabrizio Gatti, il giornalista dell’Espresso che si è introdotto nel centro spacciandosi per un curdo di nome Bilal, vivendo da protagonista una settimana da clandestino.
[10 dicembre] «Non esiste una via alla pace, la pace è la via (Gandhi)»
L’incontro di sabato ha attirato una platea molto numerosa sin dall’apertura dei lavori: la presenza di Johan Galtung, “guru della nonviolenza” come dice qualcuno in attesa che si cominci, era evidentemente molto attesa.
Galtung è professore di peace studies, ritenuto da molti la figura chiave nella disciplina accademica sulla pace e sullo studio dei conflitti. È direttore di Transcend, “network di pace e sviluppo per la trasformazione del conflitto attraverso mezzi pacifici”, come si legge sul sito.
La sua lezione in “italiano vichingo”, come dice lui stesso sorridendo, è complessa, ma alleggerita dalla simpatia e dall’ironia. In un’ora, Galtung ha provato a spiegare in cosa consiste il metodo Transcend per la realizzazione della pace attraverso mezzi pacifici. L’assunto di partenza infatti è che la “guerra è un tabù, come la schiavitù. È un’istituzione sociale a cui occorre trovare delle alternative”. La guerra è eliminabile, il conflitto no: perciò “bisogna elaborare nuove proposte, idee costruttive, concepite attraverso l’immaginazione e la creatività, partendo dagli elementi noti di una situazione. La novità consiste nel permutare gli stessi elementi”.
Galtung indica sei punti del processo di realizzazione della pace: la cultura della pace, la struttura della pace, la mediazione, la nonviolenza, l’umanizzazione e l’approccio della sofferenza collettiva, e la conciliazione. Il fine è quello di concretizzare le tre “R”: ricostruzione, dopo la violenza; riconciliazione delle parti e risoluzione del conflitto soggiacente.
Tre passaggi necessari per raggiungere l’obiettivo della pace.
La riconciliazione è un punto fondamentale, fortemente significativo, “esclude l’idea del monopolio della verità, riconosce all’altro la legittimità della sua posizione e delle sue istanze. Per questo è realizzabile in una democrazia”, spiega Galtung. Non può esserci conciliazione in un’autocrazia, dove la risoluzione – formale e non reale – viene imposta da una delle due parti. È lo scenario che ci si profila davanti se pensiamo alla politica delle tre B – quella di Bush, di Blair e di Berlusconi [”Beh, quest’ultimo un po’ meno: parlando di terrorismo, l’Italia non deve temere attacchi importanti, semplicemente perché non la prendono sul serio!”, ironizza Galtung].
Ma come si realizza la conciliazione? La risposta sintetica a questa domanda è “chiudere con il passato e aprire il futuro”. Un esempio concreto è quello della Germania, che ha ammesso l’ingiustizia della seconda guerra mondiale, l’eliminazione di ebrei, russi e rom, revisionando i libri di storia. Il risultato è stato, per esempio, l’instaurarsi di rapporti pacifici con la Russia. Un esempio opposto è quello del Giappone, che infatti non è ancora riuscito a risanare i rapporti con la Cina. Una sola precisazione: chiudere con il passato non esclude la memoria del passato, che deve rimanere, è prendere le distanze, riconoscere e andare oltre, proiettarsi in avanti e verso l’altro.
Tre i “grandi conflitti” di oggi secondo Galtung: Iraq, Israele-Palestina, e l’integrazione dei musulmani in Usa, Gran Bretagna e Spagna.
A proposito della conciliazione, è interessante l’intervento di Nubia Castayeda della Ruta pacifica de las mujeres, Colombia, paese stremato da quarant’anni di lotta armata dove le risposte violente al conflitto, distruttive e invasive, sono più facili e apprezzate dall’opinione pubblica”. Spiegando cos’è la Ruta, Nubia dice che si tratta di “una proposta femminista per una politica di pace che abbia contenuti etici, politici, culturali e di genere”.
La Ruta è contraria alla “guerra che distrugge, ma è anche contraria alla pace che opprime, la pace dei potenti che nega e rende invisibili. […] È necessaria una pace letta dalla parte delle vittime che hanno fame, che non hanno un posto dove dormire, che vivono in periferia”.
Il conflitto ovviamente più dibattuto nel corso dell’incontro è quello iracheno, anche alla luce delle informazioni svelate dall’inchiesta di RaiNews24 “Falluja. La strage nascosta”, di Sigfrido Ranucci, proiettata a fine serata.
Al tavolo dei relatori – annunciato solo la sera precedente, invitato da Fabio Alberti di Un ponte per…–troviamo Mohamad Tareq al Deraji, che chi ha avuto modo di vedere l’inchiesta già conosce. È infatti il direttore esecutivo del Centro per i diritti umani di Falluja, invitato dal parlamento europeo a raccontare l’assedio della sua città. Allora si trovò a parlare ad una sparuta quantità di europarlamentari, ma fu l’occasione per conoscere Ranucci che, viste sul portatile immagini che ritraevano corpi “cotti”, consumati sotto vestiti intatti, decise di approfondire la questione. Col risultato che conosciamo.
Al Deraji racconta che l’indagine condotta dal centro dopo la battaglia ha rilevato “venti crimini commessi, come l’uso del fosforo bianco e di armi che sfruttano le microonde”. L’uso di queste ultime è provato dal rinvenimento di corpi che risultano “cotti dall’interno”, e soprattutto da report dell’esercito statunitense. Gli effetti a lungo termine sono ovviamente imprevedibili.
Nei giorni di follia a Falluja è successo pure che “trentacinque feriti, civili e combattenti, siano stati disposti in fila in un campo da calcio e calpestati da carri armati Usa”, continua Al Deraji.
“I report prodotti dal centro sono stati consegnati all’Onu, e due agenzie hanno chiesto l’autorizzazione ad entrare in città, ma l’amministrazione statunitense, con pretestuose motivazioni di sicurezza, ha impedito il loro ingresso a Falluja”.
Oggi Falluja è ancora una città sigillata, impenetrabile, ci sono sparatorie continue e arresti indiscriminati da parte dei soldati della coalizione, il coprifuoco alle 21 non può essere violato nemmeno per emergenze.
“La società civile non è in grado di esercitare nessun potere, confida solo nella diffusione della verità”. Al Deraji invita gli stati occidentali a fare pressione sugli uffici delle Nazioni unite a Bagdad, sull’alto commissariato per i diritti umani di Ginevra… “l’Iraq ha bisogno dell’appoggio dei popoli”.
Le conseguenze dannose di questo conflitto sono incommensurabili, anche per l’inquinamento del territorio e per le ricadute sulla salute. Sono numerosissimi i casi di leucemia, di epatite, le nascite con deformazioni, anche per gli effetti dei bombardamenti della prima guerra nel Golfo.
In tema di inquinamento, il ministero della salute iracheno ha rilevato trecentoundici siti inquinati, centocinquanta dei quali molto pericolosi; le persone a rischio sono 20 milioni, su una popolazione totale di 27 milioni. Anche qui è necessario l’interesse della comunità internazionale: non basta un’indagine interna, serve una commissione internazionale.
Il ruolo dell’Onu si è rivelato inefficace e tutt’altro che risoluto già prima dell’attacco a Falluja, allora Kofi Annan si limitò a lanciare un appello a Bush, Blair e Allawi senza tentare la mediazione. E Bush, Blair e Allawi si guardarono bene dal prenderlo in considerazione. L’atteggiamento delle Nazioni unite continua ad essere troppo cauto, infatti – come ci spiega Al Deraji – all’ultimo meeting tenutosi a Ginevra l’Agenzia per i diritti umani ha eliminato dall’agenda il rapporto sull’Iraq.
Dove può essere allora la via d’uscita? La forza è nella società civile, nei mezzi di informazione liberi e indipendenti, nella circolazione delle informazioni.
Riprendendo le parole dello storico pacifista statunitense Howard Zinn, “la forza è nella capacità di disobbedire a governi che non rispettano la loro missione di garantire i diritti e la felicità degli uomini. La strada è lunga, ma alla fine ci riusciremo, ci riusciremo, ci riusciremo”.
Per approfondimenti e materiali:
CAMPAGNA CONTROL ARMS www.disarmo.org, www.controlarms.org
TRANSCEND www.transcend.org
RAINEWS24 www.rainews24.it






