Pubblichiamo l’intervista a Cristina Sebastiani, coordinatrice del servizio legale del Naga che ha seguito la vicenda dei rifugiati di Via Lecco di Milano dal giorno dell’occupazione (17 novembre) ad oggi, diffusa dal notiziario di Ics [Consorzio italiano di solidarietà].
Via Lecco: cos’è successo?
La vicenda del gruppo dei rifugiati ormai comunemente conosciuti come quelli di via Lecco non è altro che l’esplosione di un problema che ci portiamo dietro da sempre, da quando cioè l’Italia non si è dotata di una legge sul rifugio politico né di una specifica politica di accoglienza.
Per ognuno dei 267 rifugiati sistemati in questi giorni nei dormitori e nei container a Milano, ce ne sono almeno il triplo che dormono per la strada o hanno recuperato in qualche maniera forme di accoglienza precarie e temporanee: se questo è il loro primo impatto con l’Italia certo fare i passi successivi della lingua e dell’inserimento socio-lavorativo diventa un problema enorme, l’utilizzo di una riserva di energie che molti non hanno né dovrebbe essere loro richiesto di avere quando si sostiene di essere un paese accogliente.
Il problema non è solo milanese: so di battaglie simili condotte dai rifugiati a Roma, a Pisa a Caserta in questi stessi giorni e ribadisco che per ogni rifugiato che lotta ce ne sono almeno tre/quattro/cinque volte tanto che silenziosamente chiedono di essere trattati con rispetto, ma che, come è successo a Milano, ricevono solo soluzioni temporanee e del tutto insufficienti, in definitiva solo insulti alla loro umanità.
Vorrei sottolineare che c’è una caratteristica importante in questa specifica vicenda, che non è uscita sui giornali e nei dibattiti: i rifugiati di via Lecco sono partiti da richieste concrete (un alloggio non in dormitorio, un corso di italiano, un percorso formativo e di inserimento lavorativo) ma tutte sono sempre state subordinate ad un concetto fondamentale che però, nella nostra cultura e nella nostra società risulta essere piuttosto sfuggente: la dignità. Prima di tutto chiedevano di essere ascoltati, considerati, trattati come persone portatrici di uno specifico diritto al rispetto: la risposta di questa città è stata tale da rendere evidente che questo concetto non ci appartiene: il Comune li ha accusati di “fare i capricci”, dimostrando di non sapere cosa la parola “dignità” significa e cosa comporta, e di non essere a conoscenza del fatto che per alcune persone è più importante del fatto di mangiare o di vestirsi o di dormire al caldo.
Perché il problema è esploso in questa maniera e soprattutto perché ci troviamo ad affrontare questo tipo di problema?
Questo succede perché non siamo un paese (né siamo all’interno di un continente) disposto a riflettere sul concetto di rifugiato politico e richiedente asilo come di una persona portatrice di diritti specifici: ho sentito qualcuno, in totale buonafede, paragonarli ai portatori di handicap e ai malati di mente allargando di conseguenza anche a loro il diritto all’accoglienza; non sono clochard, come li ha definiti l’assessore Maiolo del Comune di Milano, né dei portatori di handicap né dei malati di mente: se ormai abbiamo (forse) imparato a capire e a rispettare ciascuna di queste categorie di persone in quanto portatrici di soggettività particolari e ricchezze importanti, ancora non siamo capaci di farlo con gli stranieri in generale né con i rifugiati in particolare.
Questo determina politiche di esclusione e nella stessa ottica, come in questo caso, mancanze di politiche e di leggi organiche.
Qual è la posizione del NAGA rispetto ai rifugiati di via Lecco e rispetto al tema generale?
Il NAGA non ha condiviso con questo gruppo di rifugiati l’occupazione dello stabile di via Lecco, pur comprendendo che senza quella non sarebbe stato possibile far esplodere il problema; ha condiviso e condivide invece le loro istanze e ha operato per quanto ha potuto perché fossero accolte, cercando di far sì che la soluzione del problema per queste 267 persone si trasformi poi in una seria politica di accoglienza.
Le competenze del NAGA e il lavoro dei volontari, dei medici, degli psicologi e degli avvocati in materia di rifugiati sono state, negli anni, quelle di offrire un sostegno e tutti gli strumenti possibili a far sì che queste persone potessero camminare il prima possibile in autonomia, senza mai sostituirsi al servizio pubblico.
Il nostro ruolo all’interno di questa città è sempre stato però anche di denuncia e di pressione per la nascita di cambiamenti necessari: ci siamo inseriti in questa vicenda mettendo a disposizione dei rifugiati queste nostre competenze, offrendoci, insieme ad altre organizzazioni, come mediatori e facendoci strumento delle loro istanze presso le istituzioni.
Ad oggi la vicenda è ancora aperta, dobbiamo riflettere sul lavoro fatto fino ad oggi, coinvolgere nella riflessione quanti più soggetti possibili, perché il problema non riguarda solo Milano né solo che si occupa di immigrazione e asilo.






