La ballata della Clémenceau

La decisione della corte suprema indiana riguardo all’ingresso della portaerei francese Clémenceau nelle proprie acque è attesa per il 13 febbraio. Solo allora si saprà se la «Clem» dovrà fare retromarcia o meno. A sbarrarle la strada [almeno finora] dei cantieri navali di Alang, dove era diretta quando il 31 gennaio scorso ha lasciato il porto di Tolone, è stata la tenacia degli ambientalisti di Greenpeace e dell’associazione Ban Asbestos, che lotta per il riconoscimento dei diritti delle vittime dell’amianto.
Insieme ad altre associazioni hanno denunciato l’ingente presenza di amianto sulla Clem e la conseguente violazione della convenzione di Basilea che stabilisce che qualunque sia lo statuto legale di una nave, dal momento in cui venga avviata alla demolizione, diventa un rifiuto e deve quindi subire un’operazione di decontaminazione prima di potere essere esportata. Cade così la linea difensiva del governo francese, basata sul fatto che le navi militari non rientrano nella convenzione di Basilea.
Sul piano giuridico la posizione francese non vale, e la giustizia ha finalmente respinto il tentativo di bloccare una perizia sulle quantità di amianto presenti sulla nave, che ancora non si conosce: 45 tonnellate secondo il governo, da 500 a 1000 tonnellate secondo esperti indipendenti. La Clemencea è stata infatti solo in parte ripulita nei cantieri navali di Tolone, che possiedono le strutture adatte. Il lavoro era stato affidato al consorzio Sdi che lo aveva poi subappaltato alla società Technopure. Quest’ultima ha fatto sapere di aver presentato due possibili contratti alla Sdi, uno di 3 milioni di euro che comprendeva soltanto la rimozione dell’amianto sgretolabile direttamente visibile e accessibile e l’altro, che prevedeva la rimozione di tutto l’amianto visibile, con un costo raddoppiato. La Sdi ha scelto la rimozione parziale. A questo punto, spostare il completamento dell’operazione in India significa dimezzare il prezzo dell’operazione e scaricare il rischio sanitario sui lavoratori indiani.
Ma lo scandalo suscitato dall’«affaire Clémenceau» potrebbe rivelarsi una bomba ad orologeria per il governo francese, e costringerlo a seguire la strada imboccata dalla Gran Bretagna che sta mettendo a punto una strategia nazionale per ripulire le navi dai rifiuti tossici prima di esportarle. Tutto è nelle mani della corte suprema indiana ma anche in quelle del Monitoring comittee, incaricato di verificare il rispetto della convenzione di Basilea sui rifiuti tossici. Il Comitato deve rendere pubblica il 6 febbraio la sua perizia sulla quantità di amianto a bordo della portaerei. Il suo parere sarà decisivo, visto che interviene prima di quello della corte suprema indiana e non potrà non prendere in considerazione il fatto che, come spiega Yannick Jadot, responsabile delle campagne di Greenpeace Francia, «i cantieri che procedono a tali operazioni hanno bisogno grosse infrastrutture e misure sanitarie considerevoli. Servono inoltre materiali e formazione adeguati. Nei cantieri navali di Alang, in India, le condizioni di lavoro sono deplorevoli sotto ogni aspetto, manca inoltre la capacità di organizzazione e non c’è alcuna legislazione che difenda i lavoratori dall’amianto, come esiste invece in Europa. I paesi europei dovrebbero creare collettivamente le strutture necessarie per queste navi». Perché il caso della Clémenceau non è affatto isolato, sono molte in Europa le navi in attesa di un trattamento simile. In questa prospettiva, «gestire a scala europea l’amianto sarebbe un risparmio per tutti», dice Jadot. A prescindere dalle decisioni su questo caso, che è un precedente importante, qualcosa già si muove. «È successa una cosa interessante–nota Jadot–il France, un transatlantico a sua volta molto inquinato era stato venduto ha un’impresa indiana da una compagnia privata che la ha ricomprato quando è scoppiato lo scandalo del Clémenceau».
Un piccolo passo avanti verso un’ipotetica «giustizia sociale e ambientale. Si tratta di stabilire se un paese ricco ha il diritto di considerare che i prodotti che non vuole gestire in casa, possano essere mandati in un paese del sud dove le popolazioni non sono protette, considerando che l’amianto causa 3 mila morti all’anno solo in Francia. L’obiettivo della convenzione di Basilea è proprio quello di riequilibrare con il diritto le relazioni di potere tra paesi ricchi e paesi poveri. Noi auspichiamo che i paesi del sud, in questo caso l’India, usino questo diritto internazionale per bloccare la prepotenza di paesi come la Francia».

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