Droghe, nuova legge e vecchie bugie

La legge sulle droghe definitivamente approvata costituisce un’ulteriore e drammatica mazzata per la situazione delle carceri. Il “combinato disposto” tra legge Cirielli e legge Fini-Giovanardi, infatti, produrrà un incremento notevolissimo degli ingressi in carcere. Ingressi di semplici consumatori, non certo di narcotrafficanti.
È del tutto falso che la legge non porterà in carcere i semplici consumatori. Questa identica affermazione fecero i ministri e i responsabili di quelle forze politiche che vollero emanare la legge sulle droghe nel giugno 1990, identica a quella Fini nell’approccio ideologico da legge-manifesto. Anche allora si disse che tutte le droghe sono uguali e che occorreva lanciare segnali inequivocabili ai giovani.
I risultati si videro, purtroppo, subito. E sbugiardarono quelle forze politiche. Se al 31/12/90 i detenuti erano 25.573, di cui 7.299 tossicodipendenti, l’anno successivo erano divenuti 35.469 di cui 11.540 tossicodipendenti e al 31/12/92 erano già 47.316 detenuti di cui 14.818.
Una crescita, insomma, esponenziale. Tanto che già nell’agosto 1991 vi fu il “decreto Martelli” che rese non più obbligatorio l’arresto qualora la sostanza posseduta superasse di poco la dose media giornaliera.
Un decreto varato in fretta e furia, dopo che nel luglio, nel giro di pochi giorni, tre persone arrestate per droga si suicidarono in carcere. Tra di esse, Stefano Ghirelli: incensurato, aveva compiuto da pochi giorni i 18 anni. Finì nel carcere di Ivrea perché trovato in possesso di 25 grammi di hashish. Il giudice rifiutò la scarcerazione per «pericolosità sociale». Si
impiccò la sera dopo.
Ma anche il decreto Martelli non interruppe l’escalation degli ingressi in carcere. E neppure vi riuscì il decreto del governo Amato del 12 gennaio 1993, che addirittura triplicò la soglia della dose media giornaliera.
Ci riuscì invece il referendum popolare che il 18 aprile 1993, con il 55% dei consensi dei cittadini, portò all’abrogazione della dose media giornaliera.
Grazie a quel referendum e a quell’abrogazione, la cifra dei tossicodipendenti detenuti è rimasta stabile dal 1993 (al 30 giugno di quell’anno erano 15.531) a oggi (al 30 giugno scorso erano 16.179).
Ora la legge Fini-Giovanardi, pur cambiandole il nome, reintroduce la dose media e, con essa, i drammatici e prevedibilissimi–ancorché sottaciuti e negati–effetti.
In carcere finiranno a migliaia, molti peraltro solo per il consumo di cannabis. E giova ricordare un dato dell’Osservatorio europeo sulle droghe, secondo il quale sino al 21% dei detenuti che si iniettano sostanze stupefacenti ha cominciato a farlo proprio in carcere. Si rischia insomma di
entrare in carcere per qualche spinello, di rimanerci magari per anni, e di uscirne eroinomani. O, appunto, di restarci impiccati, come Stefano e tanti altri.
Altro effetto conseguente, stante la minaccia di pene da 6 a 20 anni, sarà la maggior clandestinità dei consumatori e dei tossicodipendenti. E come tutti gli operatori sanno, maggior clandestinità vuol dire minor visibilità, maggiore distanza dai servizi sanitari, e maggiori morti. Anche qui giova un po’ di memoria e di confronto col passato: nel 1990, per la prima volta, il
numero dei decessi per overdose superò le mille unità, arrivando a 1.161; l’anno seguente giunse a 1.383 e, nel 1992, a 1.217. E assieme crebbe il numero delle infezioni da HIV.
È anche falso che la detenzione di sostanze al di sotto della famigerata soglia della dose massima consentita non porterà in carcere, ma solo a sanzioni amministrative. Anche questo dissero nel 1990, e di nuovo si dimostrerà non vero. Perché la legge Fini dice che in caso di inosservanza delle sanzioni amministrative si è puniti «con l’arresto da tre a 18 mesi».
Tra pochi mesi, quando le carceri saranno ancor più al collasso, con i tossicodipendenti che finiranno ancora di più e più a lungo in carcere, quando finiranno in prigione personaggi eccellenti per qualche spinello (dopo la legge del 1990 ci finirono Laura Antonelli, Patty Pravo, Marco
Bassetti), quando qualche ragazzo si impiccherà alle sbarre della sua cella, sarà istruttivo andare a rileggere le tante parole false o disinformate che sono state spese in questi giorni, dentro e fuori dal parlamento.

Sergio Segio, Gruppo Abele

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