Lilliput, una svolta senza piramidi

Tra qualche giorno si apre l’assemblea annuale dalla Rete Lilliput [http://db.carta.org/calendario/event.php?offset=3&id=4357] e per tutti quelli che ci lavorano e anche un po’ per coloro che la sentono come un buon esempio che incoraggia all’azione e all’impegno, è tempo di riflessione e di immaginazione. Qualche dato aiuta a dare una dimensione concreta all’iniziativa che, lanciata nel 1999, qualche mese prima dell’onda di Seattle, costituita con un minimo di formalità nel 2001, ha attraversato i tumultuosi eventi di questi anni, dalla violenza di Genova alle violenze molteplici delle guerre, dei terrorismi e dei razzismi, si trova oggi di fronte a delle decisioni di forte rilevanza politica.
Intanto, dai circa 800 gruppi e associazioni presenti alla assemblea di organizzazione, si è passati a circa 250 organismi che partecipano realmente alla vita con più di 40 nodi locali, compresi quelli di recente costituzione nel Sud (Abruzzo, Calabria, Sicilia e Puglia) e qualche altro “punto” Lilliput sparso in giro per l’Italia.

Si potrebbe pensare a un “calo fisiologico”, a un allontanamento dovuto ai troppi impegni o alla stanchezza di un lavoro tutto volontario protratto per lungo tempo. Noi preferiamo una valutazione più dura e realistica, cioè pensiamo a delle difficoltà che pervadono la società civile italiana di fronte alla necessità di collegarsi in reti molto numerose per poter essere in grado di fare massa critica verso i drammatici problemi internazionali e nazionali. Non si tratta di un volersi tirar fuori (tutti i gruppi di base sono oberati di lavoro per sopravvivere e per adempiere alle finalità di ogni organismo), ma di una pratica incapacità a concepire e a considerare essenziale un lavoro collettivo e di lunga durata. Le mobilitazioni di rete o di movimento vengono ancora troppo spesso vissute come oneri addizionali e non come momenti cruciali nei quali ogni organismo anche piccolo potrebbe moltiplicare le sue potenzialità e incidere in misura molto maggiore sui meccanismi più tremendi.

La Rete dovrà modificare molti degli schemi di funzionamento adottati all’inizio in via sperimentale, ma che non sono stati adattati continuamente in risposta alle difficoltà emergenti, quindi senza rinunciare ad alcune scelte fortemente caratterizzanti e che forse rappresentano il contributo più ricco dato alle dinamiche di movimento. Una rete leggera, senza organi direttivi, che chiedeva ai nodi di esprimere le loro volontà in modo da effettuare scelte espresse dalla base; nessun portavoce stabile, in modo da evitare le semplificazioni e le personalizzazioni mediatiche; dei gruppi di lavoro tematici competenti e responsabili in grado di esprimere posizioni della rete piene di contenuti e di esperienze. Tutto ciò deve essere rivisto criticamente, ma senza ricadere nelle strutture piramidali e nelle ripartizioni verticistiche dei poteri, tipiche della politica e della produzione del mondo capitalistico. Sarebbe veramente duro voler spingere per una maggiore partecipazione dal basso usando formule organizzative incartapecorite o chiamare a una maggiore responsabilità diffusa da un centro di potere rigidamente connesso a poche persone!

In pratica si tratta di potenziare tutti i “luoghi” della Rete, stimolare i partecipanti ai nodi ad una maggiore collaborazione, identificare una più ampia distribuzione dei ruoli e dei compiti da svolgere a livello locale e nei contatti con il resto della rete, definire meglio compiti e funzioni dei gruppi di lavoro tematici, attribuire al subnodo la possibilità di scegliersi dei collaboratori temporanei o per compiti specifici (non retribuiti) che possano contribuire a moltiplicare i rapporti e le azioni comuni tra nodi. In sostanza si tratta di liberare dai condizionamenti un numero considerevole di persone e motivarli a fondo per gli impegni di mobilitazione generale di tutti i nodi, magari anche di responsabilità di organismi diversi dalla rete.

Un secondo problema dovrebbe trovare qualche spazio nel dibattito e cioè con quali modalità, con quale linguaggio nuovi ci si deve rivolgere a strati di popolazione condizionati e disabituati a reagire in modo personale. La questione riguarda tutto il movimento, ma forse la Rete ha qualche potenzialità in più da mettere al servizio di una ricerca approfondita e di una elaborazione immaginativa e creativa. Dovremmo individuare le difficoltà che incontrano le singole persone, trovare gli approcci e le parole adatte a destare delle reazioni costruttive, definire una pluralità di occasioni di impegno da offrire a quanti desiderano uscire dai percorsi obbligati del consumo e della produzione.

Inoltre, saranno sicuramente discussi i rapporti che la rete e i gruppi che la compongono devono avere con la politica tradizionale, convenzionale. Ovviamente senza preoccuparsi delle vicine scadenze elettorali, ma cercando vie più attraenti che permettano la stimolazione e la contaminazione delle modalità attuali di far politica, quindi senza farsi attrarre dai tanti miraggi che con pervicacia degna di miglior causa vengono fatti intravedere alle persone più attive e capaci della società civile. Il rifiuto del coinvolgimento nelle logiche quasi preistoriche delle liste, delle nomine, dei posti chiave fatti balenare deve essere limpido e senza sbavature. Forse la Rete dovrebbe elaborare delle procedure di provocazione più tranquille e significative, ben corredate di analisi e dati, tali da suscitare dibattiti e tensioni nei parlamentari e nei dirigenti, pronti a offrire contenuti, ma altrettanto pronti a rifiutare contropartite e sinecure, con la sola spinta verso delle modifiche necessarie e urgenti alle leggi e alle politiche di un paese ormai allo sbando.
Nei rapporti con la politica un ruolo particolare hanno svolto negli ultimi due anni alcuni enti locali, dimostratisi più permeabili alle idee e alle suggestioni del movimento. Le trattative sono state molto trasparenti, lo sforzo di modificare parti dell’apparato burocratico sincero e collaborativi, i progetti in corso rispondono in larga misura alle aspettative del movimento. Si tratta di moltiplicare gli sforzi e di reperire sempre nuove idee, di far maturare i politici locali interessati non per fini inconfessabili, di passare rapidamente all’attuazione concreta di progetti capaci di modificare i rapporti tra la popolazione e gli organismi elettivi, di inserire le pressioni delle reti nei processi di partecipazione alle decisioni e alle gestioni. Il lavoro necessario è molto faticoso, perché le burocrazie locali non brillano certo per capacità di innovazione e anche perché molti gruppi e associazioni continuano a preferire di rimanere nelle loro “isole” operative, indifferenti ai processi di più larga incidenza. Si tratta però di una via solo apparentemente indiretta di stimolazione delle strutture politiche e alla quale si deve comunque arrivare se si vogliono veramente creare forme di democrazia dal basso realmente funzionante.

Infine, si dovranno affrontare anche le modalità di relazione con il resto del “movimento multipolare” che in questi anni pochi anni è cresciuto e si è diversificato ulteriormente accogliendo anche forme di mobilitazione ed attori sociali “diversi” da qualche anno fa (Scanzano o Val di Susa o la Rete dei nuovi Municipi), con i quali occorre stabilire nuove strade di collaborazione e di scambio. Le logiche di autoreferenzialità e le eccessive separazioni nell’agire collettivo del movimento non possono continuare di fronte alla espansione di un sistema economico dominante di grandi e crescenti dimensioni e che dispone di grandi mezzi di corruzione e di pressione anche militare. Certo si tratta di molto lavoro per una assemblea che durerà meno di tre giorni, intervallato da musiche e danze di altre culture, alimento indispensabile per mantenere vivace lo “spirito lillipuziano” (tante volte invocato e mai definito!), però l’obiettivo è arrivare insieme a una svolta, indicare alcuni obiettivi e qualche paletto, ma soprattutto rinnovare l’impegno che anima questa componente non irrilevante del movimento antiliberista e che potrebbe registrare un improvviso aumento delle collaborazioni.
Non dovrebbe poi essere dimenticata una prima discussione, da approfondire nei mesi successivi, circa i metodi di finanziamento della rete stessa, finora di fatto affidati alla buona volontà dei nodi.

Naturalmente non si potrà far ritorno a metodi convenzionali, tipo il pagamento di quote mensili o semestrali, ma non può essere esclusa la possibilità di organizzare degli eventi, sempre su temi attinenti la attività prioritarie della Rete, i cui proventi servano a garantire almeno i servizi essenziali. Inoltre solo disponendo di qualche somma, sia pure non particolarmente rilevante, la Rete sarà in grado di contribuire a campagne o a iniziative, prese da altre organizzazioni o reti, alle quali la Rete intende partecipare, apportando una parte della copertura finanziaria.
In conclusione, non sono certo leggere le giornate che attendono la Rete, ma è anche evidente che da più parte emerge una esigenza di rilancio, che potrà andare a vantaggio dell’intero movimento.

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