La guerra strisciante del Delta del Niger

“Il mancato rispetto, da parte del governo della Nigeria, dei propri obblighi di difesa dei diritti umani sta provocando un’escalation di violazioni dei diritti civili, politici, sociali, economici e culturali nel contesto delle attività esplorative e produttive delle compagnie petrolifere nel Delta del Niger.”
E’ quanto denunciava Amnesty International in un rapporto diffuso nel novembre del 2004, in cui si rileva come i diritti umani di singole persone e intere comunità siano stati violati a causa dell’operato di alcune imprese transnazionali, nonché delle azioni e del mancato intervento delle autorità federali nigeriane.
Nel delta del Niger, che trasuda petrolio, ormai è il caos. Le notizie che giungono da Lagos sono molto confuse , ma abbastanza chiare nell’escalation degli avvenimenti.

11 Gennaio quattro dipendenti della Shell (un americano, un britannico, un bulgaro e un honduregno) sono stati rapiti . “La Shell deve versare al Governo locale 1,5 miliardi di dollari come risarcimento del catastrofico disastro ambientale causato, altrimenti dal 1 Febbraio 2006 metteremo in atto pratiche più aggressive contro chi lavora per le società petrolifere”. Questa la dichiarazione dei rapitori (i quattro verranno successivamente rilasciati).

Il 23 Gennaio viene attaccata una piattaforma dell’Agip (in Nigeria NAOC-
Nigerian Agip Oil Company), L’attacco è stato respinto dalle guardie della
sicurezza e la produzione non è stata intaccata–un morto

Il 24 Gennaio viene attaccata ancora una piattaforma dell’Agip nelle vicinanze di Port Harcourt, fonti locali citate dalla Bbc hanno riferito che l’attacco ha causato almeno 9 morti. Sette agenti di polizia (non è chiaro se poliziotti o guardie private) e due lavoratori locali. Sempre secondo la Bbc , un commando di trenta persone armate ha attaccato le strutture dell’Eni a pochi chilometri dalla capitale del delta del Niger, a bordo di imbarcazioni veloci hanno aperto il fuoco contro gli uffici amministrativi dell’Agip, è seguito un violento conflitto a fuoco tra forze
dell’ordine e assalitori con paura e caos tra i civili.

Al quartier generale dell’Agip la consegna del silenzio è severissima e nessuno vuol parlare con i giornalisti: «È la regola della società, non possiamo fare commenti», spiega con ferma gentilezza un impiegato italiano al telefono.
L’Agip da Lagos ha fatto sapere che l’attacco è stato effettuato da banditi
comuni. Ma un analista occidentale che vive a Port Haurcourt, e preferisce rimanere anonimo, non ha dubbi: «L’azione è stata ben coordinata e organizzata e ha tutta l’aria di essere stata concepita da un gruppo politico che intende,
assaltando una banca, autofinanziarsi».
10 febbraio forze di polizia e dell’esercito nigeriano, alla caccia di ribelli sul Delta attaccano piccoli villaggi con elicotteri e forze di terra. Uccisi anche donne e bambini.

Il 17 febbraio, in un intervista alla Bbc, il generale Godswill Tamuro, leader del Movimento per l’emancipazione del Delta [Mend], ha dichiarato la guerra totale alle compagnie petrolifere che operano sul Delta, aggiungendo che è stato dato come ultimatum la mezzanotte di quel giorno per abbandonare l’area.

19 febbraio attacco ad una piattaforma mobile della Shell: dopo un conflitto a fuoco con il personale di sicurezza vengono rapiti nove stranieri: tre americani, un britannico, due tailandesi, due egiziani e un filippino. I primi quattro sono ancora tenuti in ostaggio. In un altro attacco viene dato alle fiamme un impianto vicino a Forcados, un terminal vitale per l’export del greggio. La Shell ha dovuto sospendere le esportazioni di 380.000 barili al giorno.
Distrutto un gasdotto che va dall’area di Escravos alla raffineria di
Kaduna.

26 febbraio il delta torna ad insanguinarsi con uno spaventoso massacro ai
danni della popolazione civile, massacro condotto non dai ribelli o dale gang armate, ma dalle forze di polizia locali. Testimonianze citate dalla Reuters e dall’Irin, l’agenzia di stampa dell’Onu, parlano di almeno trenta morti tra i civili, in un’ operazione che invece di stanare i miliziani si sarebbe risolta in una
strage di civili e nella distruzione del villaggio di Odiama. Il Parlamento
nigeriano apre un’inchiesta per far luce sull’accaduto.

18 marzo, attaccato e fatto esplodere l’oleodotto dell’Agip che collega Tebidaba al terminale di Brass. L’esplosione ha causato danni rilevanti, costringendo l’Agip ad interrompere il flusso giornaliero dell’oleodotto (circa 65.000 barili al giorno, di cui 13.000 di proprietà Eni). A seguito dell’esplosione viene contaminata dalla perdita di petrolio una vasta area con vegetazione a mangrovie.
Militanti legati a vari gruppi, il più importante dei quali, il Movement for the Emancipation of the Niger Delta (Mend), rivendicano una ridistribuzione delle royalties sul petrolio, che ora finiscono nelle tasche di poche ricchissime famiglie nigeriane. Pur essendo il Delta del Niger una delle zone più ricche di risorse naturali del mondo, la sua popolazione muore di fame. L’Agip da Lagos ha fatto sapere che l’attacco è stato effettuato da banditi comuni.
Nel mirino ci sono le grandi multinazionali del petrolio che in quel paese hanno fatto il bello e il cattivo tempo. Il Movimento per l’Emancipazione del delta del Niger chiede che finalmente le ricchezze vengano distribuite alla popolazione, una delle più povere del continente.

Il Paese è uno dei più corrotti del mondo ed è stato governato con il pugno di ferro fino al 1999 da un gruppo di generali golpisti, che hanno intascato senza ritegno e con la connivenza delle multinazionali, il denaro proveniente dal petrolio. Ora governano dei civili, ma il salasso dei denari pubblici da petrolio continua.

Il Delta del Niger, con le sue riserve petrolifere stimate in 40 miliardi di barili, è un vero paradiso per le sorelle del petrolio. La maggior parte delle concessioni appartengono alla Shell, ma nel Paese sono presenti anche Total-Elf, Chevron ed Agip che estrae ogni giorno il 10% della produzione. Nel 2004 la produzione di petrolio e gas naturale in quota Eni in Nigeria è stata di 161 mila barili di olio equivalente al giorno (Fonte:Eni nel mondo).

L’Agip è sotto accusa anche per aver provocato azioni come la demolizione
di una bidonville a Port Harcourt, ordinata l’anno scorso dal governo nigeriano, perché le baracche erano troppo vicine alle installazioni petrolifere del cane a sei zampe. Un’operazione che ha lasciato 5mila persone senza casa. Già nel 2004, l’Eni è stata esclusa dagli indici per l’investimento socialmente responsabile FTSE4Good

La Nigeria, 130 milioni di abitanti, ha una popolazione poverissima, il 75% vive con un dollaro al giorno, e la sua tradizione di paese agricolo è stata stravolta, a partire dagli anni 60, dall’arrivo delle piattaforme petrolifere. Nella regione del delta del Niger viene estratta la maggior parte dei 2,4 milioni di barili di greggio, che la Nigeria esporta ogni giorno e che la colloca tra i primi 10 esportatori del mondo.

Gravi sono le responsabilità e le connivenze delle multinazionali del petrolio in questa situazione . Per anni le compagnie petrolifere (compresa l’«etica» ENI ancora in parte proprietà dello Stato) si sono comportate come uno stato nello stato, con tanto di guardie private. Con arroganza hanno suddiviso gli utili con i corrotti governanti delle dittature militari o civili, facendo finta di ignorare che il petrolio era una calamità per le popolazioni del Delta.

36 mila chilometri quadrati di mangrovie, corsi d’acqua e lagune sono invasi da una marea nera e oleosa, che inquinana tutto e tutti, generando rabbia e frustrazione nelle poverissime comunità locali. Ancora una volta, le compagnie petrolifere sono in ogni parte del mondo al centro dei conflitti, fa male pensare che l’Eni-Agip, di cui siamo tutti azionisti come cittadini italiani (proprietà dello Stato è ancora al 30%), partecipi a questo scempio.

Mail_long
articoli correlati
dello stesso autore
20 ottobre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abiti puliti aborigeni acqua Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina animalisti Annapolis antifascismo antimafia antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api Argentina Armenia armi Atene 2006 atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Banca mondiale Bangladesh banlieues basi militari Basilicata bene comune beni comuni bilanci partecipativo biocarburanti biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein Bologna Brasile brimania Britel Bulgaria Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Campania cantautore cantieri cantieri sociali Caracas 24/29 gennaio carbone carcere Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiaiano chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro città cittadinanza clandestini clandestino clima Colombia commercio commercio equo commercio equo. decrescita comunicazione conoscenza consumi consumo critico contadini controvertice cooperazione cornelio cornelio bizzarro cosa rossa cpt crisi alimentare critical mass Cuba De Gennaro Deavos decrescita decrescita. agricoltura biologica democrazia detenuti detenzione diritti diritti globali diritti umani disarmo documentario donne droghe ecologia ecomafia economia Ecuador editoria Egitto