Forse l’inaugurazione dello scorso 9 maggio ha dissipato gli ultimi dubbi sul vero significato del Forum delle Culture, che si sta svolgendo a Barcellona, e che è stato presentato come un evento dedicato al dialogo. La presenza blindata di una moltitudine di personalità dell’economia e della politica non ha permesso la partecipazione, per quanto a pagamento, di nessun altro. Eppure, questo grande “evento”, “punto d’incontro di culture” o “festa delle differenze” (sono alcuni tentativi di definire questa iniziativa culturale, che non è riuscita a trovare un significato univoco neanche nelle parole dei suoi organizzatori) ha mosso i primi passi all’insegna dell’apertura a tutti e della capacità di interiorizzare e accogliere la critica dei movimenti sociali.
Ciononostante, l’assenza di partecipazione dei cittadini è stata totale, soprattutto nella fase
progettuale e definitoria di questa “fiera”, promossa da enti pubblici, quali il Comune di
Barcellona, la Regione Catalogna e l’amministrazione centrale dello Stato, in società con un gran numero di imprese private.
Questo Forum fa leva su un concetto di cultura all’interno del quale trovano spazio tutto e il suo
contrario, utilizza il linguaggio progressista del multiculturalismo per ottenere la legittimazione sociale. Gli assi tematici sui quali si sviluppa questo dialogo, ovvero le differenze culturali, lo sviluppo sostenibile e le condizioni per la pace, sono temi che negli ultimi anni hanno attratto l’attenzione dei movimenti sociali, ma vengono riempiti dei contenuti ovvi del politicamente
corretto. Ciò che il Forum cerca di fare è includere al suo interno la critica che esso stesso possa produrre; utilizza, in altre parole, il linguaggio dei senza potere per esercitare il potere in
maniera migliore. Uno sguardo agli attori di questo evento lo conferma: in primo luogo, le differenze culturali vengono trattate come folclore mentre “l’altro”, “il diverso” viene decontestualizzato e depurato di ogni caratterizzazione non funzionale (per lo stesso prezzo, ad esempio, è possibile ballare samba, mangiare cus-cus o assistere allo sport nazionale bengalese). La contraddizione sta nel fatto che le amministrazioni che organizzano questo spettacolo sono le stesse che, tra l’altro, ledono i diritti migranti applicando con mano dura la legge sull’immigrazione.
In secondo luogo, lo sviluppo sostenibile sembra incompatibile con l’urbanizzazione di 214 ettari con edifici enormi e il danno prodotto all’ecosistema marino nell’area costiera destinata all’evento.
Inoltre, la partecipazione di Endesa, quarta impresa in Europa per emissione di anidride carbonica, non può che costituire un interrogativo sull’intera questione.
Infine, il fatto che le autorità responsabili del Forum si siano negate a condannare la guerra in Iraq può essere spiegato dal fatto che tra i patrocinatori vi siano ditte strettamente relazionate con la vendita d’armi (Indra) o società che investono nell’industria bellica (Iberia, Bbva).
Dov’è, dunque, l’inganno? E quali sono gli interessi e i programmi sul terreno? Dal momento in cui Barcellona è stata la sede delle Olimpiadi la città si è riconvertita al turismo di “qualità”, quello prodotto dai grandi appuntamenti artistici, culturali o sportivi, dai congressi e dalle fiere
internazionali. Barcellona è la città dove convergono affari e cultura, una città come un’impresa e una marca, un logo di sè stessa. Insomma il business ha bisogno di un seguito continuo, che è rappresentato dall’organizzazione annuale di eventi culturali di grande portata e budget, come il Forum delle culture; che sia uno spazio più o meno vuoto non ha importanza, basta che sia sufficentemente mediatizzato dalla propaganda pubblica e privata. Sono altrettanto necessari dei cambiamenti urbanistici che rendano la città comoda e gradevole agli occhi del turista e che costituiscano dei guadagni per i settori edile, immobiliario e turistico e per l’amministrazione locale.






