Squarci da Bolzaneto

Prendiamo alcuni stralci da lanci dell’agenzia Ansa dei giorni scorsi, così da evitare ogni possibile equivoco. Il primo resoconto, del 21 marzo, riguarda l’ennesima testimonianza in tribunale a Genova al processo per i fatti della caserma di Bolzaneto. Il testimone, un napoletano di 36 anni, colpisce il cronista per la sua condizione di “disabile al 100%”. Ecco alcuni brani dell’Ansa. “‘Gli agenti–ha raccontato–mi hanno preso in giro per la mia bassa statura, dicendomi ’adesso siamo al circo, vediamo cosa sai fare’, e anche ‘vieni a vedere che c’è il nano’. M. ha anche rivelato che per un’ora non riuscì a farsi accompagnare in bagno, per cui si fece addosso la pipì. ‘Trascinato malamente in bagno–ha aggiunto–mi diedero quindici secondi di tempo per fare le mie funzioni, con la porta tenuta aperta’”. Il giorno prima, 20 marzo, sempre l’Ansa riferiva di un’altra testimonianza, resa da un giovane fiorentino, pestato prima a Bolzaneto e poi nel carcere di Alessandria. Il passaggio più rimarcato è stato questo, sempre ripreso da un lancio dell’agenzia:“‘Alla richiesta di poter avvertire la mia famiglia–ha raccontato–gli agenti mi risposero che era inutile ’in quanto tua madre e’ impegnata in rapporti sessuali con negri”. Quest’ultima espressione, evidentemente, è un eufemismo usato dal cronista per carità di patria.

Ad ogni udienza, da mesi, capita di ascoltare testimonianze così, odiose e angoscianti. Sono parole che scuotono e fanno illividire di rabbia anche gli avvocati di parte civile, che pure sono abituati ad ascoltare resoconti durissimi su quanto avvenuto a Genova nel luglio 2001. Ci si chiede come sia possibile scendere tanto in basso, ci si guarda negli occhi come increduli, mentre ciascuno si domanda che cosa covi nella pancia del nostro stato, quali veleni stiano circolando nel ventre delle forze dell’ordine.
In che modo si possono davvero risarcire il ragazzo napoletano tornato a Genova per testimoniare delle umiliazioni subite, e il fiorentino che ancora sente risuonare le parole atroci ascoltate dagli aguzzini che lo picchiavano?
Entrambi sono arrivati a Genova perché confidano in qualcosa cui danno il nome di giustizia: è lo stesso sentimento che ha mosso decine di testimoni, parti civili, avvocati. Ma tutti noi, quando siamo in aula a Genova, o quando leggiamo i resoconti semi clandestini che arrivano dal tribunale, non possiamo fare a meno di pensare che tutti gli agenti sotto inchiesta, nessuno escluso, sono ancora la loro posto.

E’ ancora in servizio l’anonimo agente che chiamava i colleghi a vedere il nano, e così l’altro che impediva al detenuto di esercitare il diritto a chiamare casa perché la madre era ‘impegnata con dei negri’. Nessuno ha chiesto loro conto di quanto accaduto a Genova: i vari corpi di polizia non hanno fatto serie inchieste interne per verificare il comportamento tenuto dai singoli nel luoghi ‘caldi’ del G8, né esiste in Italia un organismo indipendente incaricato di vigilare sulla condotta delle forze dell’ordine. Soltanto per una settantina di agenti i fatti del G8 hanno avuto uno strascico fastidioso: sono i rinviati a giudizio per la Diaz, Bolzaneto e i pochi altri procedimenti cosiddetti minori (a cominciare dal caso del ragazzino di Ostia pestato a sangue sotto le telecamere). Fra questi agenti sotto inchiesta, è bene ricordarlo, non figurano i picchiatori della scuola Diaz (al processo sono imputati solo capisquadra e dirigenti) e una parte degli aguzzini di Bolzaneto (perché non identificati). Forse non ci sono nemmeno gli agenti citati nelle due testimonianze del 20 e del 21 marzo. E comunque tutti, compresi i settanta imputati, continuano a indossare la divisa e a svolgere il loro lavoro al “servizio dello stato”: dobbiamo riconoscere che il senso pieno della giustizia, in queste condizioni, è del tutto irraggiungibile.

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