Ollanta Humala: un prodotto dell’esercito

Ollanta Humala potrebbe essere il prossimo presidente del Perù. Il 29 ottobre del 2000, il tenente colonnello si è ribellato, dalla città di Tacna, nel sud del paese, assieme a suo fratello, il maggiore in pensione Antauro e mezzo centinaio di soldati, contro la politicizzazione e la corruzione esistenti nell’esercito gestito da Vladimiro Montesinos, l’uomo forte del regime. Ollanta chiese le dimissioni di Fujimori, che pochi giorni più tardi lasciò la presidenza per fuggire in Giappone.

«I gringos e la classe politica si misero a ridere quando è apparso nella campagna elettorale. Non gli hanno dato alcuna importanza, lo hanno insultato e trattato come spazzatura», assicura l’antropologo Rodrigo Montoya, a La Paz, durante la seconda edizione delle Giornate Andino-mesoamericane dedicate a «Movimento indigeno, resistenza e progetto alternativo». A pochi giorni dalle elezioni del 9 aprile, Humala è in testa ai sondaggi e tutte le previsioni indicano che potrebbe arrivare al secondo turno, con buone possibilità di sconfiggere Lourdes Flores, «candidata dei ricchi», come la chiamano in Perù.
Secondo Montoya, il successo di una candidatura nata all’esterno dei partiti si deve al fatto che in Perù esiste «una stanchezza totale nei confronti dei politici». Questa stanchezza ha portato alla presidenza un outsider come Alberto Fujimori nel 1990 e più tardi l’attuale presidente Alejandro Toledo, nel 2001. Humala ha le sue basi più solide tra la popolazione andina del sud [Cuzco, Puno, Ayachuco, Huancavelica, Apurimac] e tra i settori popolari che più hanno subito l’effetto del neoliberismo.

Figlio dell’esercito

Humala è un personaggio contraddittorio, se lo si misura con i parametri della politica razionale tradizionale. Ma Ollanta è innanzi tutto un militare «un prodotto dell’esercito», secondo Montoya. Quando lanciò la sua sollevazione a Tacna, non aveva la minima possibilità di sconfiggere Fujimori, per cui quella sollevazione non deve essere giudicata come un’operazione militare fallita, ma come un’operazione di propaganda. Ed è stata un successo, perché, nonostante l’espulsione dalle forze armate, gli guadagnò un forte appoggio popolare. Quando il parlamento ha deciso di riammettere Humala nelle forze armate, l’esercito lo ha nominato attacché militare all’ambasciata in Francia, nel 2003, e Ollanta ha usato quel periodo per studiare diritto internazionale alla Sorbona. Nel 2004 è stato inviato a Seul per ricoprire un incarico inesistente: aggiunto all’aggregato militare dell’ambasciata peruviana. Quando suo fratello Antauro si ribellò, il primo gennaio 2005, nella città di Andahuaylas, lasciando sul campo quattro poliziotti e due ribelli morti, Ollanta sottoscrisse un comunicato di appoggio che gli costò la definitiva espulsione dall’esercito.
Pochi giorni fa, Ollanta ha assicurato in una lettera aperta, di essersi lanciato nella carriera politica perché gli è stata negata la possibilità di ritornare nell’esercito. A febbraio del 2005, dopo la sua espulsione, scrisse una lettera pubblica che diceva: «È una possibilità per l’esercito di rivedere la sua pessima decisione. In caso contrario entrerò in politica in modo diverso da quello visto finora». Parte delle sue possibilità di vittoria, deriva dal fatto che per la prima volta in Perù, voteranno anche 200 mila militari e si stima che la grande maggioranza di loro voterà per Ollanta.
La sua ispirazione ideologica risale alla Guerra del Pacificio [1879-1883], che oppose Perù e Bolivia al Cile e nella quale i primi due paesi persero le province di Arica, Tarapacà e Antofagasta. «In quella guerra, il maresciallo Cáceres formò un esercito di contadini disarmati che vinsero tutte le battaglie contro i cileni sulle Ande. Cáceres è considerato da Ollanta la figura di riferimento per il paese e tutti dicono che ha le palle», assicura Montoya.
A questo punto bisogna considerare la figura paterna. Isaac Humala, avvocato commerciale delle montagne del sud, parla il quechua ed è «comunista nella testa, indigenista nel cuore», come dice Montoya. È stato negli anni 50 un militante comunista e poi ha fatto parte del Movimento della sinistra rivoluzionaria, ed è stato il creatore del «etnonazionalismo», ideologia difesa con veemenza da suo figlio Antauro. Al contrario, Ollanta si definisce solo «nazionalista», in una lotta politico-familiare che invade ogni tanto lo scenario elettorale. Mentre Antauro sostiene una via rivoluzionaria per la conquista del potere, Ollanta è più moderato e difende la via legale, per la quale ha creato il Partito nazionalista peruviano.
Negli ultimi mesi sono spuntate, dalle caserme, denunce sulla partecipazione di Ollanta nella «guerra sporca» contro Sendero Luminoso. Ma le denunce non hanno fatto gran danno al candidato presidenziale, dice Montoya: «Ollanta è stato sicuramente coinvolto nella guerra sporca. Ci sono dati e testimoni e lui stesso ha confessato di essere stato in servizio nella zona di guerra nella selva. L’esercito ha cercato di danneggiarlo con informazioni contro di lui, tratte dal suo dossier personale, ma si è trattato di un boomerang, visto che Humala ha sfidato il ministro della difesa a tirare fuori tutti i dati. L’esercito, che non ha mai ammesso di aver ammazzato qualcuno, non può diffondere dati che porterebbero a un’accusa di genocidio».

La sinistra, Evo e Chavez

L’ascesa di Ollanta Humala avviene in una congiuntura nella quale i paesi andini stanno vivendo un cambiamento profondo per mano di leader carismatici: Lucio Gutierrez in Ecuador, anche se dopo aver assunto la presidenza sterzò bruscamente a favore degli Stati uniti; Hugo Chavez, in Venezuela, principale problema per la strategia di Gorge Bush e adesso Evo Morales, in Bolivia. Ci sono analisti che sostengono che la Casa bianca non sarebbe disposta a tollerare un trionfo di un uomo come Ollanta, che potrebbe rafforzare un asse andino anti-statunitense e opporsi al Plan Colombia, la principale iniziativa dell’impero in questa regione.
In ogni caso, l’ascesa di Ollanta è legata – tra le altre ragioni – alla debolezza della sinistra peruviana, che non è ancora riuscita a riprendersi dalla forbice subita da Fujimori e Sendero. Senza dimenticare che «una parte considerevole si è unita al progetto di Fujimori, compreso Patria Roja, il partito di matrice maoista che oggi si erge a principale forza organizzata della sinistra», dice Montoya. Inoltre, problemi di settarismo le impediscono di unirsi e oggi arriva alle elezioni frazionata in decine di pezzi che evidenziano una insuperabile frammentazione. In realtà, Ollanta assume buona parte del discorso della sinistra: «Credo che ci sia un’influenza diretta di Chavez e di Evo, visto che dice di intendere il nazionalismo come il controllo delle risorse naturali di ciascun paese e questo apre un orizzonte importante». Nel perù di oggi è normale che le imprese canadesi e statunitensi vengano a sfruttare le ricchezze minerarie e Ollanta occupa la casella vuota dell’opposizione al neoliberismo.
Tuttavia, Montoya crede che il progetto di Ollanta sia poco solido e che «i meccanismi per cooptare Humala sono più forti della sua potenzialità di cambiare il sistema». Rimane sospesa la domanda sul fatto che, se Ollanta assumerà la presidenza, somiglierà di più a Chavez o a Gutierrez: «Penso che sarà una via di mezzo», dice Montoya, che prevede un periodo di incertezza per un paese come il Perù, abituato ai sussulti.

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