Leyla danza nell'arcobaleno

Quelle che seguono in questa pagina web, sono le
prime immagini di un evento lieto e inaspettato: sono le foto che ritraggono i primi istanti della rinnovata libertà dell’attivista curda Leyla Zana, scarcerata con gli altri attivisti Hatip Dicle, Orhan Dogan e Selim Sadak dalle carceri turche.
La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di condanna scaturita dal nuovo processo imposto dalla Corte europea dei diritti umani [durato dal 28 marzo 2003 al 21 aprile 2004]. Questo processo, svolto da una Corte per la sicurezza dello stato, e seguito direttamente in tutte le sue quattordici sedute, tra le altre italiane rappresentanti delle Donne in nero, da Silvana Barbieri di Punto Rosso di Milano, si è caratterizzato, come quello del 1994, per la violazione sistematica dei diritti della difesa e per il pregiudizio della Corte nei confronti degli imputati. Inoltre, da un certo momento in avanti il ministro della giustizia ha cominciato a produrre dichiarazioni pubbliche di supporto all’operato della Corte.
Nonostante questo Leyla Zana e i suoi compagni sono stati scarcerati e contemporaneamente il Parlamento ha abolito, modificando la Costituzione, le Corti per la sicurezza dello stato e sono cominciate trasmissioni alla radio e alla televisione in curdo. Ma la guerra non è finita: la Corte di Cassazione dovrà decidere se annullare solamente la sentenza, che significa un nuovo processo, oppure il processo stesso, che significa la fine del travaglio di Leyla Zana e dei suoi compagni.
“Vogliamo in primo luogo la fraternità tra curdi e turchi; se la Turchia diventa un paese democratico sarà il centro della democrazia del Medio Oriente. La bellezza dell’arcobaleno è che arriva dopo la pioggia ed è ricco di differenti colori. Noi possiamo danzare nell’arcobaleno. I diritti umani sono la possibilità di danzare tutti insieme con molti colori”, aveva detto Zana in un momento della sua travagliata vicenda giudiziaria.
Leyla Zana fu eletta nel 1991 con una marea di voti, e quasi subito arrestata insieme ad altri deputati curdi per avere parlato nella sua lingua nel giorno dell’insediamento al parlamento, reato al quale si è poi aggiunto quello di terrorismo secondo una serie di prove‚ fornite in maniera che definire fantasiosa è poco, mentre reale e continua è stata, nei brevi periodi di libertà, la paziente campagna portata avanti dalla Zana per interrompere le rivalità e le faide tra i gruppi tribali curdi e turchi dell’entroterra del paese. I due figli di Leyla sono cresciuti senza la loro madre, esuli, in Francia. Il figlio oggi lavora alla Tv curda di Bruxelles, la figlia è tornata ad Ankara per essere vicina a sua madre. Il loro padre Mehdi, che ha passato grande parte della sua vita nelle carceri turche, appena rilasciato ha condotto in Europa la campagna per la liberazione di Leyla, che è stata insignita di diversi premi, tra cui il premio Sacharov del parlamento Europeo, oltre alla cittadinanza onoraria del comune di Roma.
Leyla Zana ha sempre continuato a parlare di responsabilità e di legalità, nonostante la palese violazione di ogni diritto nel suo caso processuale. “Ogni persona è responsabile di tutti in ogni luogo” – ha detto al processo- La faida è un atto primitivo della vendetta e l’umanità non ci guadagna niente. Quando sono andata nelle tribù per cercare la riconciliazione ci sono andata prima di tutto come madre e come donna, mai per fare proseliti ad alcun partito politico. Il nostro impegno è sempre stato per risolvere, fuori dal feudalesimo, il problema della popolazione curda e di questo non solo non sono pentita, ma ne sono fiera. Lo stato deve essere al servizio della società e deve abbracciarla tutta. Roosevelt diceva: quando si è uguali davanti alla legge si possono condividere i sogni e quando la popolazione di un paese può condividere gli stessi sogni, si possono impedire le guerre civili".

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