Scatta l’allarme sullo sfruttamento di esseri umani in vista dei mondiali di calcio in Germania. Come succede per altri eventi sportivi internazionali l’incremento della domanda di prostituzione e di servizi sessuali ha allertato le organizzazioni impegnate contro il traffico di donne, uomini e bambini.
Si stima infatti che almeno 40mila donne provenienti da diversi Paesi si aggiungeranno alle 400mila lavoratrici del sesso già presenti in Germania. Spesso ingannate da false promesse di lavoro legale, verranno trasportate come merci e costrette dal crimine organizzato a prostituirsi. Difficile stimare con precisione il numero di persone coinvolte in questo «traffico umano». Si sa però con certezza che si tratta di un’attività in crescita. Donne e bambini ne sono le principali vittime: solo in Europa oltre 100mila persone subiscono ogni anno le violenze dello sfruttamento organizzato.
L’allarme è stato lanciato dalle associazioni impegnate in difesa dei diritti umani, che hanno denunciato l’indifferenza della Federcalcio tedesca e la scarsa, se non nulla, adesione dei giocatori di calcio alla campagna promossa dal Consiglio federale delle donne tedesche, «Cartellino rosso per la prostituzione forzata».
A livello europeo, in occasione dell’8 marzo, la Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere del Parlamento Europeo ha organizzato un seminario volto ad attirare l’attenzione sul problema della prostituzione forzata nell’ambito di eventi sportivi. Seminario cui ha preso parte anche il vicepresidente della Commissione europea, nonché responsabile per libertà, sicurezza e giustizia, Franco Frattini.
Il commissario ha proposto misure concrete di rafforzamento dei controlli alle frontiere, come la reintroduzione temporanea dei visti anche per i cittadini di Paesi per i quali attualmente non sono previsti.
«Una soluzione temporanea di circa 40-45 giorni, per un controllo più efficace dei soggetti non sottoposti all’obbligo del visto» aveva spiegato Frattini. Una settimana dopo, durante la seduta plenaria a Strasburgo, incalzato da diverse interrogazioni parlamentari, ha ritirato tale proposta spiegando che secondo le statistiche i Paesi coinvolti nel traffico di esseri umani sono tutti stati che già prevedono il visto per l’ingresso nell’UE. In ogni caso, ha confermato Frattini, la prima misura da adottare sarà quella di un controllo maggiore alle frontiere, nel tentativo di arginare il rischio di un aumento della prostituzione forzata in Germania.
Molti parlamentari si erano schierati contro l’introduzione di un visto ad hoc; infatti tale iniziativa avrebbe facilmente potuto tradursi in una discriminazione di genere, limitando ulteriormente la libertà di movimento delle donne, in particolare di coloro che provengono da alcuni Paesi dell’est, già membri dell’UE, ma ancora sottoposti a forti limitazioni per i movimenti dei propri cittadini.
Frattini proporrà comunque, durante la riunione di aprile dei ministri degli Interni e della Giustizia dei 25 Paesi membri dell’UE, una regolamentazione sempre più restrittiva per l’accesso dei lavoratori migranti in Europa. L’occasione è la lotta alla tratta degli esseri umani in vista dei mondiali di calcio, ma la durata di tali leggi speciali potrebbe prolungarsi ben oltre. Non è un mistero che sono proprio i migranti a pagare il prezzo più alto di una simile strategia repressiva, mentre le organizzazioni criminali riescono spesso a evadere tali controlli.
Altre sono le misure che da tempo chiedono associazioni come Terre des Hommes, impegnate nella lotta contro la moderna tratta degli schiavi: aumentare il controllo da parte delle ambasciate nazionali e delle delegazioni dell’UE nei Paesi dove avviene il reclutamento delle vittime ed interrompere comportamenti spesso segnati da compiacenza e corruzione verso i trafficanti, realizzare nei Paesi di partenza vere e proprie campagne d’informazione rivolte alle donne, aumentare la collaborazione tra le diverse intelligence, abolire ogni forma di paradiso fiscale dove vengono riciclati gli immensi guadagni provenienti da tale attività criminale, favorire politiche di tutela e di garanzia (permessi di soggiorno) per coloro che scelgono di ribellarsi al racket, moltiplicare i progetti di inserimento sociale attraverso alternative lavorative, oltre, ovviamente ad una differente politica che regoli i rapporti tra nord e sud.
Il dibattito parlamentare ha evidenziato anche il rischio di confondere la prostituzione forzata con l’insieme del mercato del sesso. Molti sostengono che la prostituzione sia sempre il risultato di una costrizione, che nessuna donna, o uomo sceglierebbe razionalmente di prostituirsi. Da questa concezione derivano provvedimenti politici volti a criminalizzare e a regolamentare in modo vessatorio il mondo della prostituzione. Il risultato sono la stigmatizzazione e l’esclusione sociale di chi lavora nel mercato del sesso
É necessario aprire gli occhi e constatare che la realtà è un’altra. Esiste la prostituzione non forzata. Esistono donne, e uomini, che per motivi diversi scelgono liberamente tale attività o perchè non dispongono di altre risorse, o anche perchè permette loro di guadagnare bene e in tempi rapidi. Vi sono donne, e uomini, che considerano un simile lavoro una soluzione meno umiliante di altre possibilità. E’ necessario distinguere nettamente il mondo criminoso dello sfruttamento sessuale e del traffico di esseri umani da quello di coloro che, ritenendo di disporre liberamente del proprio corpo, scelgono autonomamente di praticare la prostituzione come lavoro.
Di fronte a tali scelte innanzitutto devono esservi l’inclusione sociale e il riconoscimento delle libertà individuali.
Sono le stesse sex workers che, organizzate in movimenti e associazioni a partire dagli anni Settanta, richiedono il riconoscimento del loro lavoro. Il 17 ottobre scorso, una rappresentanza del Comitato Internazionale per i diritti delle lavoratrici e lavoratori del sesso in Europa (ICRSE), con la partecipazione anche dell’associazione italiana, «Comitato per i diritti civili delle prostitute», è stata invitata al Parlamento Europeo di Bruxelles. L’incontro è stato ignorato da molti eurodeputati, che hanno considerato l’evento più che altro come un fenomeno di costume. E invece queste donne non hanno solo avanzato proposte concrete, ma anche illustrato strumenti mirati, come la Carta dei diritti dei sex workers d’Europa e la loro Dichiarazione dei principi.
Chiedono che lavorare nel mercato del sesso non costituisca una negazione dei diritti fondamentali sanciti dalle convenzioni internazionali. Tra questi, in primo luogo, il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza. Il diritto alla salute fisica e mentale, a potersi spostare liberamente, a vivere liberi dalla schiavitù e dal lavoro forzato, a richiedere asilo. Il diritto di essere protetti dalla legge contro atti discriminatori basati su genere, cittadinanza o orientamento sessuale. Il diritto di sposarsi e avere una famiglia (in alcuni Paesi, tra i quali la Grecia, non hanno il diritto di sposarsi). Il diritto al lavoro e alla libera scelta dell’impiego, ad organizzarsi in associazioni, a partecipare alla vita culturale e pubblica della società.
Riconoscere a chi liberamente opera nel campo del sesso lo status di un qualunque altro lavoratore significa definire un sistema di diritti e di doveri, che, a fronte di tutele e garanzie sociali, dovrà anche prevedere la disponibilità a contribuire, attraverso la fiscalità, al bene collettivo.
Regolamentare e riconoscere la prostituzione volontaria costituisce un contributo importante alla lotta allo sfruttamento degli esseri umani; una politica repressiva e discriminante finirebbe semplicemente per rafforzare ulteriormente i trafficanti di esseri umani consegnando loro l’intero mercato e altre migliaia di donne e uomini.
Ogni singolo stato europeo ha la sua legislazione in materia di prostituzione. Anche nei Paesi più tolleranti, dove questa professione è legale e regolamentata, le/i sex workers sono ancora relegate ai margini della società, stigmatizzate e non considerate legittimi interlocutori sociali.
In ultima analisi, la domanda alla quale rispondere é molto semplice: ognuno ha la facoltà di disporre liberamente del proprio corpo, o esiste qualcosa/qualcuno di superiore che decide permessi e divieti?






