I “muri” visti da Bruxells

Muri: rilegati ai margini dalla pantomima politica interna e segregati nelle colonne isolate di cronaca e politica internazionale, o a trafiletti che passano inosservati. Storie e notizie, che sembrano appartenere a mondi paralleli, a spazi incomunicanti, a geopolitiche distinte, tracciano però, nel loro insieme, uno scenario inquietante, scenario che, visto da Bruxells, appare peggiore: muro d’Israele, la vicenda di Cap Anamur e la Fortezza Europa.

Una visione d’insieme su fatti apparentemente sconnessi fra loro sia per i soggetti coinvolti, sia per la loro localizzazione geografica, partendo da una domanda: cosa unisce il muro d’Isarele, Cap Anamur, e la Fortezza Europa? Apparentemente nulla. In realtà un legame c’è e più ci addentriamo nella riflessione e più, appare chiaro il filo conduttore di questo ragionamento: il dominio dei pochi sulla vita dei restanti; potere e controllo che consacra, a chissà quale dio, nuovi muri. Muri come icone del delirio “sicurezza” che ha attanagliato le società occidentali in questo inizio di secolo e che si sta affermando come il nuovo paradigma vincente, vendibile dai pochi ed acquistabile dai restanti . Un valore “universale” accettato da tutti e difeso, tanto a destra come a sinistra, propugnato quotidianamente dai media ed invocato dai cittadini.

Ma il ricorso alla simbologia risulta costruttivo solamente se si riesce ad andare oltre e decifrare quello che è il reale significato dei simboli; bucare la superficie dell’immagine e rendere manifesto il suo contenuto. Ed ecco perché emerge la necessità di accomunare i muri veri con quelli mentali, perché in realtà sono effetti/manifestazioni diverse di una stessa causa/patologia.
Muri e fortezze, confini violenti e segreganti, simbologia del controllo totale (e della “security first”) in grado di determinare la costruzione artificiosa dei flussi possibili: il libero movimento di capitali, servizi e merci, contro il controllato movimento di persone. Flussi artificiosi perché totalmente funzionali al mantenimento di uno stato di asimmetria politica e sociale, moderna dicotomia tra il “bene” ed il “male” o ancora meglio tra il ricco ed il povero: cancrena del presente.

Certo è che se vogliamo vincere la malattia non possiamo limitarci ad un’azione topica, localizzata, superficiale; è necessario avere il coraggio di andare alla radice rimettendo in discussione la sequenzialità dei nostri ragionamenti ed il linguaggio che li accompagna.

Allora, perché questa riflessione fatta dalla capitale d’Europa? Innanzitutto perché l’Europa è parte integrante dell’attualità e soprattutto perché potrebbe giocare un ruolo diverso da quello di cane da guardia o ancella della “ideologia sicurezza”.

Ma anche perché c’è un’altra brussels, scritta in minuscolo per identificare un luogo e chi lo abita, ed è crogiuolo di “culture”, odori, sapori e suoni; è la parte meno visibile ma più vera della città, e soprattutto è scevra di quelle costruzioni culturali che la trasformano in simbolo dell’ideologia sicurezza: Brussels, maiuscola, che ospita i vertici di Ministri e Capi di Stato, capitale della Fortezza Europa.

Proprio in questa Brussel, si trova il primo muro, mentale e reale, anche se non fisico, come in Israele o nello stretto di Sicilia: quello dell’Europa che si dibatte sulla cristianità dei suoi valori costituzionali. Certo, valore non criticabile in se, ma non desiderabile quando diventa differenziazione per l’esclusione degli altri, di coloro che non si identificano come univocamente cristiani. Univocamente perché ogni categorizzazione di un gruppo porta all’esclusione immediata di coloro che non rientrano in tale categoria; ed accettare la divisione ferrea significa ammettere la sua radicalizzazione conseguente: etnicizzazione. Qui si potrebbe aprire una lunga parentesi sul discorso di scontro tra civiltà e guerre, discorso che gli autori hanno a lungo dibattuto ma che non è l’argomento centrale di questo scritto.

Quindi una, reale e concreta Fortezza Europa che costituisce la sua identità sull’esclusione degli altri, e la cristianità è solo uno dei più dibattuti esempi di categorizzazione dei valori, derivata da un passato coloniale e da un presente neo-coloniale, che si articola su schemi di conoscimento-disconoscimento dell’Altro. Un processo di differenziazione che istituisce quello che Etienne Balibar ha definito “antropologia pragmatica”, fomentando dibattiti sulla cittadinanza che oggi si presenta come il bene massimo e piu` desiderabile in quanto unica categoria giuridica in grado di tutelare i “diritti”. Ma categoria che viene messa in crisi dalla stessa ideologia di sicurezza che si fa categoria superiore e quindi limitante i diritti di cittadinanza (come quelli civili). Conflitto, questo, che apre le porte ad un “larvato regime di apartheid europeo”, in flagrante contraddizione con la ricorrente propaganda sull’aspirazione democratica ed universale della civiltà occidentale.

Risulta però complesso, se non impossibile, costruire un’identità geografica culturale, e di conseguenza una “cittadinanza europea” basata su una struttura sovra-nazionale dai confini in continua espansione (vedi allargamento del 1 maggio 2004), e non ancora definiti (vedi allargamento futuro a Romania e Bulgaria, al probabile ingresso degli altri paesi balcanici, ed a quello più contestato della Turchia). Non potendosi quindi costruire su una realtà esistente e concreta si cerca di definirla non ammettendo a beneficiare dei suoi diritti di cittadinanza coloro che per ora ne stanno fuori: i migranti.

Questo “regime di apartheid” può apparire nella Brussel, con la B maiuscola, forzato, politicizzato e fuori luogo; ma se analizziamo il fatto che la nozione di cittadinanza europea non è più solamente un orizzonte normativo, ma ha assunto tratti concreti e contenuti effettivi rendendo “l’extra-comunitario”, l’altro, un “escluso dall’interno” , non fa che rafforzare e rendere attuale l’immagini di quella massa dipinta da media e politici come un’orda di disperati e delinquenti (de-umanizzata e de-personalizzata, quasi come le vittime collaterali delle guerre intelligenti, giuste e preventive) pronta ad invaderci non appena nella Fortezza si apre una breccia.

Nel nostro ragionamento, per analogia la breccia, o la debolezza è oggi il Mediterraneo. Mare Nostrum, che fa di noi, Italia, cerniera dei flussi, territorio di transito prima ancora che di accoglienza. Per noi, quindi riconnettere lo spazio mediterraneo è una priorità geopolitica, o come recentemente espresso “rifare il mediterraneo serve all’Europa”.

Ma rifare il mediterraneo, non significa farlo diventare uno spazio solido, un muro semi-permeabile, invalicabile per i non invitati e poroso per i flussi economici. La vicenda della Cap Anamur, un odissea infinita fatta di respingimenti, di “scaricabarili collettivi”, di allontanamenti, ed in fine di accoglienze con il filo spinato, non fanno che confermare l’esistenza di una para-europa con una para politica di accoglienza. La Cap Anamur, ennesima icona della crisi del presente, luogo di un assurda cartografia, fatta di frammenti e ricomposizioni, di “dentro” e “fuori”, residui del senso di inclusione ed appartenenza. In un presente dove capitali e merci circolano dappertutto, la “nuda vita” trova sempre più ostacoli perentori. Confini. Confini di pensiero e mappe d’ordine che segnano l’esperienza quotidiana.

Mappe d’ordine e limes fisici, fatti per allontanare con la scusa di proteggere; altri muri, sempre vicini a quel mediterraneo solido. “Security fence”, “separation barrier”, “wall”: indipendentemente dal modo in cui lo si chiami, la costruzione del muro da parte di Israele nei Territori occupati palestinesi rimane, un inumano manufatto di separazione estrema.Un serpente di ferro e cemento, si snoda dai distretti di Qalqiliya, Tulkarm, Jenin verso Gerusalemme. Mostro famelico, assetato di sangue, di terra, e d’acqua; fortificato, elettrificato, monitorato; distrugge, separa, annienta e riduce, legandosi definitivamente alla terra, come il segno lasciato dall’aratro nel terreno, demarca uno spazio, ma crea soprattutto una differenziazione permanente tra chi si trova da una parte e chi dall’altra. Da un luogo qualsiasi ad un luogo inconfondibile, un confine, non più labile e storico limes, ma un appropriazione di spazio visibile mediante la presenza. Atto fondativo di una stabilità duratura e ed invariabile nel tempo, rendendosi tutt’uno con la terra quale che sia il proprietario o l’avente diritto. Definizione di un rectus, non solo come delimitazione di regione spaziale, ma come derivazione di una norma, quella dell’escludere, del non appartenere, dell’allontanare, del rendere illegale.

Allora come interpretare la sentenza della Corte internazionale dell’Aja che ha recentemente condannato, decretandola come illegale in quanto “la costruzione del muro da parte di Israele nei Territori occupati palestinesi, anche all’interno e intorno a Gerusalemme est è contraria alla legge internazionale” e aggiungeremmo noi alla vita stessa. Una vittoria secondo alcuni, un punto di partenza secondo altri, certo una vittoria simbolica per i palestinesi e tutti coloro i quali si battono quotidianamente e costantemente per l’abbattimento dei muri e delle barriere. Un monito, inoltre, ad un’Europa confusa, quella dei muri, dei Vertici, della Costituzione, della difesa dei Confini; insomma una sentenza che evidenzia una falla nel sistema.

Siamo partiti dalla Grand Place, grande e centrale piazza busselese, ed un pò confusamente, errando nel mediterraneo fino ad arrivare all’altra sponda, abbiamo tratteggiato immagini, di alcuni dei tanti muri esistenti in questo mondo globale. Ma sempre a brussels scopriamo l’esistenza di un’altra icona, quella che non si sente rappresentata dall’immagine canonica di Capitale, quella che sbugiarda la Fortezza, quella che organizza ogni venerdì pomeriggio una dimostrazione davanti all’ambasciata d’Israele un sit-in pacifico di protesta contro l’occupazione; ossia una brussels che possiamo assumere come icona questa volta di coloro non accettano muri ed imposizioni.

Poche righe che si proponevano abbozzare un macro-quadro di riferimento, tratteggiando il contemporaneo sistema europeo di total exclusion, verso quelle masse di popolazione in eccesso, raccontando la pratica del rendere essenzialmente fuori luogo, della costruzione di confini, reali, di muri e barricate, che sono alla fine confini eminentemente politici. Ma anche di evidenziare come la visione neo-liberale dell’economia sia legata all’affermarsi di una visione sempre più criminologica della sicurezza, ed il muro in Israele ne è l’esempio più chiaro: muro offensivo e pauperizzante, giustificato come il diritto alla sicurezza di una minoranza, ma costruito in realtà da un elite politica per i vantaggi economici che ne trae.
Ma un discorso simile, parimenti, si può fare per i migranti che vengono considerati ed invitati solo come massa da lavoro a poco prezzo e priva di tutele sociali, per arrivare infine a coloro che non essendo nemmeno stati invitati divengono immediatamente abusivi ed illegali, da escludere, ri-territorializzandoli attraverso la detenzione.

Alla luce di ciò, risulta quindi prioritario agire e riflettere politicamente il valore sicurezza; per farlo è necessario ripensare i soggetti politici usati finora; perché cittadino, chi gode di diritti, si oppone sempre più a rifugiato, colui che non gode di diritti: solo nuda vita. Ed ancora di più ad apolide, colui che non ha uno stato a garantirne i diritti e quindi non potrà mai goderne (cosa che succede da circa 60 anni al popolo palestinese). In tutto questo, la dimensione europea in quanto de-territorializzata, in continua evoluzione e costruzione, legata ad interessi non ancora univoci e diffusi, può offrirci uno spazio unico per questa riflessione e per la ri-definizione di un linguaggio politico. Se non sapremo utilizzare questo spazio non ancora permanente edificato, presto i molti più muri di sicurezza si ergeranno a difesa dei cittadini/prigionieri.

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