Dov'era l'eroe anti-Provenzano il 21 luglio 2001?

Martedì 11 aprile. È il giorno dell’arresto di Bernardo Provenzano. Dopo 43 anni finisce la latitanza del capo di Cosa Nostra. E’ il più grande successo dello stato nella lotta alla mafia dall’arresto di Totò Riina nel 1993: così i mass media descrivono l’avvenimento. A un giornale radio della Rai, poche ore dopo l’annuncio del blitz a Corleone, viene intervistato il capo del Servizio centrale operativo (Sco) della polizia di stato. I suoi uomini sono gli artefici del clamoroso colpo. Il gr ha toni celebrativi ma l’alto dirigente si esprime in modo pacato: racconta alcuni particolari dell’irruzione, elogia la professionalità degli agenti. Il capo dello Sco si chiama Gilberto Caldarozzi e chi ha buona memoria non faticherà a rammentare quando ha già sentito questo nome. Caldarozzi è uno dei dirigenti intervenuti alla scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova. All’epoca era «solo» vice capo del Servizio; attualmente è sotto processo, con ventotto colleghi, per i pestaggi e gli arresti arbitrari di quella notte.

Ascoltare Caldarozzi intervistato al gr in una giornata di tripudio ai vertici dello stato, fa venire in mente due cose. La prima riguarda il giornalismo nazionale e la trasparenza delle istituzioni: sarebbe stato utile e importante, in questi anni, intervistare Caldarozzi anche sul blitz genovese di cinque anni fa. Nessuno lo ha fatto. Avremmo avuto un’occasione per valutare l’operato delle nostre forze di polizia, che invece preferiscono l’opacità, il silenzio, la distanza dall’opinione pubblica [salvo, naturalmente, che non si tratti di ricevere il meritato plauso per una brillante operazione].

La seconda cosa che viene in mente è scandalosa, almeno secondo i parametri nazionali: Caldarozzi non doveva essere lì. Non doveva essere lui in capo dello Sco. Solo in un paese amorale e clientelare come l’Italia, può accadere che un alto dirigente di polizia prosegua la carriera e acceda a ruoli tanto rilevanti, pur essendo coinvolto in un caso politico e giudiziario come «la notte della Diaz», cioè uno degli episodi più imbarazzanti e squalificanti nella storia della polizia italiana. In qualsiasi altro paese democratico i dirigenti impegnati in quell’operazione maldestra e sanguinosa sarebbero stati sospesi e sottoposti a procedimento amministrativo, in attesa della sentenza della magistratura. Invece, come ben sappiamo, i quattro-cinque imputati di grado più alto sono stati addirittura promossi.
Il «caso Caldarozzi» è davvero emblematico della malattia che affligge la nostra democrazia. Soffriamo di oligarchia. Il potere rifiuta di essere messo in discussione. Quei politici–di entrambi gli schieramenti–che in questi anni hanno obiettato, a quanti chiedevano la sospensione dei dirigenti imputati per i fatti di Genova, che non si può decapitare all’improvviso il vertice della polizia italiana, oggi sono probabilmente ancora più convinti. Dopotutto–pensano–il dottor Caldarozzi ha condotto i suoi uomini all’arresto del boss dei boss, dimostrando di essere un bravo poliziotto. Quindi–si rassicurano–abbiamo fatto bene a «perdonargli» Genova.
Quei politici ignorano, o fingono di ignorare, che quest’argomento è la tomba del diritto e della dignità istituzionale: nessuno, in ragione delle sue competenze e dei risultati raggiunti in carriera, ha diritto all’insindacabilità o alla protezione garantita. Ci sono valori più importanti da tutelare, come l’attesa di giustizia dei cittadini di fronte a diritti umani calpestati, e la legittima aspettativa di vedere ai vertici delle forze di sicurezza funzionari assolutamente al di sopra di ogni sospetto. Non possono esserci intoccabili, perché si rischia, per «salvare» un dirigente capace incappato in un errore imperdonabile, di compromettere la credibilità di un‚istituzione. E’ quanto avvenuto in Italia, nonostante il blitz di Corleone.

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