Intervista allo scrittore argentino Mempo Giardinelli a trenta anni dal golpe militare
Trent’anni sono passati dalla lunga notte tragica della dittatura che, a partire dal 1976–dopo la buia parentesi del governo di Isabelita Peron–spense definitivamente l’esistenza di una generazione intera di giovani uomini e donne argentine. Videla e gli altri golpisti, tre decadi dopo il “Golpe de estado” più sanguinoso e subdolo delle troppe dittature sudamericane non hanno mai pagato per i loro delitti e vivono in un dorato regime carcerario domestico, garantito loro dalle leggi emanate all’epoca dei governi di Carlos Menem.
Le “eroiche e coraggiose” Madri di Plaza de Mayo – come le ha chiamate in suo disco il cantautore uruguayano Daniel Viglietti–hanno smesso di girare attorno all’obelisco davanti alla Casa Rosada, perchè “il nemico non siede più la dentro”. Il presidente Nestor Kirchner ha inaugurato nell’Esma, la Scuola della Marina militare, un museo dedicato alla memoria delle migliaia di assassinati e “desaparecidos” durante i sette anni di follia genocida del regime dei generali. E, per la prima volta quest’anno, si è celebrato l’anniversario del golpe, non senza polemiche, indirizzate verso il potere politico accusato di opportunismo e di sfruttare la memoria per racimolare consenso.
Mempo Giardinelli, scrittore e giornalista italo-argentino (tradotto in Italia da Guanda), è uno dei testimoni più significativi di quell’epoca travagliata per la storia argentina. Dopo il golpe, Giardinelli–per sfuggire al vortice di sequestri che si stava serrando sempre più su di lui–scappò in Messico, abbandonandolo solo al ritorno della democrazia nella sua terra.
Giardinelli racconta come visse il golpe e come vive questo trentennale.
Dove La sorprese la notizia del “golpe” e quali furono i Suoi primi pensieri ascoltando il discorso di Videla?
Quel 24 marzo stavo lavorando nel giornale “Cronica”, a Buenos Aires. L’edizione serale si chiudeva a mezzogiorno, cosicché quella mattina, già molto presto, sapevo che il golpe era un dato di fatto. Pero ricordo che la nazionale di calcio argentina giocava un’amichevole contro l’Unione Sovietica, a Mosca o Kiev. La partita–giocava Hugo Gatti nel ruolo di portiere e tutta la squadra che avrebbe poi vinto i mondiali del ’78–veniva trasmessa in bianco e nero. Tutta la redazione del giornale era concentrata sulla partita e, solo due o tre, ce ne stavamo rintanati in un angolo, rifugiati nella nostra paura. La paura era diffusa in tutto il paese però, in molte persone, albergava anche una speranza di cattivo augurio. Perché bisogna riconoscere che un parte della società argentina – che allora non era tanto frivola come adesso, anche se ugualmente ingenua e incapace di realizzare ciò che stava succedendo–sentì il golpe come un momento di sollievo.
Prima del golpe aveva presentito in alcun modo quello che sarebbe successo?
Si, tutto il paese sapeva che il golpe era imminente. I militari erano riusciti a fare qualcosa di impressionante: convincere tutta la società che il governo di Isabel Perón non era più difendibile. E, in verità, era così, però la democrazia e la Costituzione avrebbero permesso altre strade che essi non presero. Tutto quello che successe mi ha provocato da sempre un grande dolore e non solo per la tragedia umana che scatenò la giunta militare, ma perché mancavano solo sette mesi alle elezioni ed il governo – era ovvio – se ne sarebbe andato comunque. Ma la società argentina era cieca. E la sera del 24 marzo, quando andai all’altra redazione in cui lavoravo (nella rivista “Siete Dias”) il clima era altrettanto desolante. Assieme ad altri amici come Osvaldo Soriano sapevamo che si sarebbe abbattuta su di noi una lunga notte.
Quando cominciò a rendersi conto dei sequestri e delle sparizioni?
Tutti sapevamo che, da due anni a quel momento–da quando nel 1974 morì Perón – la cosiddetta Triple A (Alianza Anticomunista Argentina) era una forza clandestina organizzata da José López Rega e dai rappresentanti più fanatici dell’estrema destra del governo peronista. Essi diedero inizio alla repressione illegale che poi venne adottata e perfezionata dai militar. Per questo motivo si parla di genocidio.
Perché decise di lasciare il Suo Paese?
Dopo il golpe tutti sapevano che l’esilio era un orizzonte possibile e, forse, necessario. Ma tra i miei amici nessuno voleva abbandonare il paese. Volevo che se ne andassero i dittatori, non volevo essere io a scappare. E’ abbastanza difficile spiegare perché si nega il pericolo in cui ci si viene a trovare: Mi sono chiesto molte volte il perché l’essere umano pensa di poter sopravvivere e non abbandona immediatamente l’orrore. Per molti mesi vissi nel terrore, in maniera semi clandestina, aspettando chissà cosa… Non ero un uomo di partito. Certo ero di sinistra, diciamo un indipendente e un giornalista critico verso il regime però senza nessun potere di espressione. Ero un semplice impiegato in una rivista che si adattò – come tutta la stampa argentina – ai diktat del potere militare. In quei mesi la casa editrice Losada pubblicò il mio primo romanzo (il contratto risaliva a prima del golpe) e tuttora non so come pensassimo – l’editore ed io stesso – che sarebbe potuta circolare ed essere venduta liberamente. Il romanzo trattava l’autoritarismo e la lotta per la libertà. Nonostante fosse ovvio che non poteva essere autorizzata fu pubblicata lo stesso. Poi, una notte, fu sequestrata e bruciata assieme ad altri centinaia di migliaia di altri libri della Losada. Allora capii che non mi restava altro che scappare dal paese.
Perché scelse proprio per il Messico? Lei è di discendenza italiana. Come mai non è venuto nel Paese dei Suoi antenati?
Mi sarebbe piaciuto tantissimo. Però non ci fu il tempo di pensarci e la mia fuga non fu programmata. Andare in Messico fu una decisione casuale.
Come visse i primi tempi da esiliato? Gli intellettuali latinoamericani con cui era in contatto sapevano ciò che stava accadendo in Argentina?
L’esilio è sempre un’esperienza molto dura ed il nostro fu drammatico soprattutto all’inizio. In Messico tutti conoscevano perfettamente, giorno per giorno, la tragedia e l’orrore che stava vivendo il nostro paese. La vita laggiù era completamente schizofrenica: da una lato si trattava di cercare di acclimatarsi, trovare lavoro ed ottenere il permesso di soggiorno, un posto dove vivere ecc. dall’altro, dipendevamo di continuo da ciò che succedeva in Argentina, cosa che ci obbligava a una conta quotidiana di amici e compagni morti, scomparsi o torturati dopo essere stati braccati. A volte ci organizzavamo per lavorare assieme ad altri compagni esiliati alla denuncia internazionale contro i dittatori.
Lo scrittore J. P. Feinmann ha scritto che quando sentì Videla dire “il mio Paese” per lui fu impossibile dire “il mio Paese” come prima. Fu lo stesso per Lei?
Direi che ci sono frasi ad effetto che si dicono o scrivono e forse questa è una di quelle. Credo che per me – e anche per José Pablo – il Paese è sempre stato “nostro”. Gli usurpatori erano Videla e le forze armate, rigonfie di paccottiglia nazionalistica.
Lei ha scritto che “non bisogna fare della memoria un circo”. Cosa succede in Argentina nel 2006?
Quest’anno tutta l’Argentina si è commossa al ricordo dei 30 anni del colpo di stato. Una giunta militare eseguì freddamente un piano criminale calcolato, si impadronì dei poteri repubblicani e annullarono la Costituzione. I frutti furono la sparizione forzata, il sequestro di neonati e bambini, la tortura sistematica e decine di campi di concentramento clandestini in cui vennero rinchiuse migliaia di cittadini. Questo è ciò che dobbiamo ricordare ogni 24 marzo. Però ci sono stati settori, anche nel governo, che hanno voluto farne una sorta di festa politica. Oltre a me, molti intellettuali hanno denunciato queste manovre che tendevano a rendere frivolo l’anniversario. Non trovo che ci sia niente da celebrare o commemorare, ma solo da ricordare.
Come giudica l’operato di Kirchner rispetto al ricordo della dittatura? E’ solo opportunismo o c’è qualcosa che potrebbe aiutare a mantenere viva la memoria?
Quasi tutto ciò che fa il governo di Kirchner ha due facce. E’ un peccato, ma è così. E anche questa volta è successa la stessa cosa. E’ stata la prima volta che il golpe è stato celebrato, però mai come quest’anno si è corso tanto il rischio di rendere banale il ricordo. Per questo ho sostenuto che non c’era niente da celebrare ma era necessario convocare la nazione per una giornata di raccoglimento, riflessione e fratellanza, nel dolore e nella memoria. Mi sono opposto a che il 24 marzo fosse dichiarato festa nazionale e ho proposto che, invece, fosse convocata in tutto il paese una “Giornata di Lavoro e Memoria” con 30 minuti di silenzio in tutte le fabbriche e luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università per fare un esercizio collettivo della memoria attiva e militante. Ho detto che così si dovrebbe onorare i martiri della repressione, della tortura, della censura e dell’autoritarismo, per rendere più forte la democrazia e la Costituzione.
Se in qualche modo è possibile, c’è stata un’elaborazione della colpa da parte dei settori della società argentina che appoggiarono il golpe o che non lo condannarono dall’inizio?
Credo che la maggioranza della gente si è evoluta in questo senso. Oggi li sentimento anti dittatoriale è molto forte, tanto forte quanto la convinzione che, nonostante tutti i problemi e insoddisfazioni, la democrazia è la cosa migliore che abbiamo. Ciò significa che c’è stata una lunga silenziosa e profonda autocritica collettiva. Certo, è chiaro che rimane un 15 o 20% di cretini politici come in Italia, Francia, Spagna, Cile, Messico o qualsiasi altro paese. E con costoro dobbiamo convivere, tentando di convincerli perché la democrazia si fa ed è fatta così.
Cosa resta oggi della disumana violenza che scatenò il regime?
Mi piacerebbe dire che non è rimasto nulla e che questo è il nostro trionfo storico come società. Però restano ancora alcune sacche di autoritarismo e disumanità nella polizia federale e di qualche provincia e, soprattuto, nel servizio carcerario. Io faccio parte di un comitato che lavora contro la tortura. Ciò significa che c’è ancora lavoro da svolgere in questo senso.
Qual’è la posizione delle nuove generazioni di fronte a ciò che è successo tra il ‘76 e l’83?
Credo in maniera molto positiva. Il sentimento e la convinzione democratica sono fortissimi nell’Argentina di oggi. I giovani oggi hanno migliaia di problemi e per loro niente è facile però sono cresciuti con la piena coscienza dell’orrore vissuto dalle generazioni precedenti.
Il golpe, tra l’altro, fu un tentativo di eliminare per sempre qualsiasi pensiero critico e resistenziale, ogni tipo di identità diversa da quella che il potere economico-militare aveva deciso per gli argentini. Fino a che punto l’Argentina di oggi ha la capacità di resistere al modello neoliberista e quanto resta della paura che hanno seminato i militari?
Della paura resta poco o nulla. Oggi in Argentina quasi non esiste paura per i militari. Però il neoliberismo è una cosa diversa, un terrore sottile e ingannevole che negli anni ’90 ci ha provocato un danno tremendo, quasi irreparabile. Adesso però questo pericolo è stato svelato e la società è più allertata. Ma non è ancora possibile essere troppo ottimisti.
Come è cambiata la letteratura argentina con il ritorno alla democrazia e che tracce ha lasciato la dittatura nella letteratura che si produce oggigiorno?
Anche se le società stentano a rendersene conto, la loro letteratura contiene tutte le spiegazioni, limpide e opportune. Essa prefigura gli avvenimenti, li accompagna includendoli, li svela narrandoli. La letteratura argentina ha fatto un lavoro straordinario al proposito. Ha dotato di lettere la tragedia, ha poetizzato il dolore e fissato le condizioni per la memoria, anticipando il risveglio democratico e reinventando le coordinate della speranza. Lo dimostrano gli innumerevoli romanzi, racconti e poesie di Osvaldo Soriano, Juan Gelman, Ricardo Piglia, Luisa Valenzuela, Manuel Puig e molti altri ancora. Quella che nacque con la democrazia quindi non potè essere altro che una letteratura che rivisitasse l’orrore e che fissasse quel tempo sventurato nella coscienza nazionale mettendo in finzione la tragedia per renderla eterna. Perciò la repressione, la tortura, l’esilio, la costruzione della democrazia e le trame morali che innervano i testi argentini determinano la maggior parte della nostra letteratura.






