L’Arkansas e la Louisiana non sono ancora arrivate ma comizi già scaldano l’atmosfera al National Mall di Washington–capitale agli occhi del mondo – internal colony per i suoi abitanti, il cui consiglio comunale deve sottostare ai veti e ai vezzi del governo: sarebbe come se Veltroni in questi anni avesse dovuto chiedere il permesso a Berlusconi per ogni iniziativa cittadina.
Too black, too Democrat, too poor–troppo nera, troppo democratica e troppo povera – perché le venga accordata l’autonomia di ogni altra capitale, il 27 aprile mattina Washington ha ospitato nel suo cuore la manifestazione della Black Farmers Association: vicino al ministero dell’agricoltura, nella grande zona erbosa tra il Capitol, bianco simbolo della città e la statua di George Washington. I contadini e le contadine di colore sono arrivati e da tutti gli stati della black belt – la fascia afro-americana, il sud degli Stati Uniti–Virgina, Carolina, Kentuky, Kansas ma vengono anche dal New Jersey e da zone povere del nord. Le grandi manifestazioni dei migranti hanno dato coraggio e stimolo verso l’unità: il contadino nero che sta parlando mentre arrivo con le colleghe della Howard University dice che gli ispanici sono la maggioranza dei contadini e che gli ispanici sono black farmers – contadini neri (applausi).
È una giornata di storica di mobilitazione – a beautiful day to fight for justice – c’è il sole e un vento caldo che sembra spirare dai Caraibi e conforta le famiglie contadine sul prato, con carovane e cavalli.
Perché si sono mobilitati? Negli Stati Uniti, ogni settimana nove acri di terra vengono sottratti ai contadini – in maggioranza people of color dal governo: il Dipartimento dell’Agricoltura è il maggior banchiere e la classe contadina è strangolata dai debiti e dalla burocrazia. Alcuni falliscono semplicemente perchè non riescono ad ottenere in tempo il prestito per comprare i semi e piantarli. E senza raccolto sono costretti ad indebitarsi ancor più, fino alla bancarotta e all’espropriazione delle loro terre. La politica del debito fa vittime nelle periferie del mondo ma anche qui, nel ventre della bestia, nelle aree che vengono considerate periferiche – un razzismo de facto, ambientale ed occupazionale, che viene denunciato in quasi tutti gli interventi. È la nuova forma del linciaggio contro il popolo di colore – dicono I cartelli dei manifestanti – è la stessa politica di un governo che ha lasciato annegare più di mille cittadini di colore a New Orlean. Anche qualche deputata Afro Americana, come quella che saluta la delegazione Contadina della Georgia ammette che è più facile fare leggi per gli animali che per i contadini – quando i contadini sono neri.
Sono arrivate sul palco le impiegate Afro-americane del Dipartimento dell’Agricoltura a dare la loro solidarietà: raccontano che c’è un «hostile environment for black workers in the federal government»: vengono esplicitamente invitate a non avere rapporti con il sindacato dei contadini. Una di loro ha citato in giudizio il governo per questa ragione. Conclude: se un governo non fa gli interessi di chi lavora, dice, bisogna take the government back – riprendere in mano il governo della nazione.
Oggi nella maggioranza dei casi, negli Stati Uniti, essere contadini significa essere poveri: lunghi orari di lavoro, paghe basse – meno del minimo sindacale –fanno i conti, quelli che si succedono sul palco, delle ore che lavorano ogni anno e di quanto guadagnano. Se la terra non dà abbastanza da vivere dignitosamente, allora, dicono, bisogna lottare per take back our land–riprendere in mano la nostra terra. Quella terra che trasuda del sangue dei loro antenati. La schiavitù degli afroamericani e dei nativiamericani è storia di ieri – ma è una storia che continua.
Anche gli omicidi degli oppositori continuano: tre interventi informano su questo perchè i media, come i tribunali, archiviano questi fatti come “incidenti”. Come nelle “Labor Untold Stories” pubblicate dal sindacato United Electric, le storie non raccontate delle lotte – storie di massacri come quello dei minatori di Ludlow che scioperavano e dormivano nelle tende con le loro famiglie – storie di eliminazioni mirate di leader sindacali: i mandanti sono sempre le grandi corporation. Come durante le lotte storiche dei lavoratori delle ferrovie, dei minatory e delle tessili – l’eliminazione dei trouble makers, dei ribelli–gli assassini su commissione non sono mancati nemmeno nei decenni più recenti ed hanno colpito attivisti antinucleari così come militanti nativi-americani. “L’omicidio degli oppositori è parte della nostra storia” racconta Walda Katz-Fishman, professore ordinaria nella nera Università di Howard “fu il genocidio a gettare le basi dell’omicidio di esseri umani per la terra e il profitto. In nordamerica, inclusi gli Stati uniti sono stati uccisi 40 milioni di indigeni”.
Così continuano violenze e intimidazioni per i contadini che non vogliono lasciarsi espropriare la terra: storie di pozzi avvelenati per costringerli ad andarsense, storie di minacce, intimidazioni, violenze. Tom, un contadino bianco che lavorava per un piccolo proprietario nero – e insieme si opponevano all’espropriazione della terra – ha avuto prima la casa bruciata e poi è stato trovato a faccia in su in un laghetto. Una contadina resistente, attiva nella lotta è stata decapitata e le sono state tagliate le mani. Quelle mani che avevano lavorato la terra da cui non se ne voleva andare. E si succedono i finti suicidi e gli incidenti. Una anziana afroamericana racconta al microfono quelli avvenuti nella sua comunità–e piange. Dobbiamo tenerci la nostra terra, dobbiamo farlo per i nostril figli, perché non debbano partire da zero come abbiamo fatto noi. Perché la terra è di chi la lavora, dice – parole antiche che si mischiano a nuove solidarietà.
“One million dollar a day to kill our brown skinned brothers in Iraq”
Il collegamento tra i costi della guerra e la mancanza di sostegno all’agricoltura viene tracciato in molti interventi dei contadini e delle contadine che salgono sul palco con i bambini in braccio: dobbiamo lottare per loro, per una vita dignitosa, per la pace. È chiaro che i tagli alla spesa pubblica non colpiscono solo i ceti considerati “improduttivi”, ma anche il settore primario storico dell’economia americana – su cui molta enfasi i governi spendono. Ma spendono solo enfasi, l’agricoltura langue, intrappolata dalla burocratizzazione del settore e dalla politica dell’indebitamento, e non ci sono fondi per sostenere i piccoli contadini mentre “il governo prepara la guerra atomica”. E forse tutti questi espropri di terre sono proprio funzionali alla guerra infinita.
La manifestazione termina con un corteo e l’occupazione simbolica dell’area davanti al Capitol: le parole d’ordine sono contro la guerra “NO more arms but put on farms” e contro il razzismo “He he ho ho the last plantation has got to go”. E per plantation non intendono piu’ dire il latifondo–ma il Congresso. L’ultima piantagione dove ancora oggi il popolo di colore deve servire solo gli interessi dei potenti.






