L’elezione di Fausto Bertinotti alla presidenza della camera dei deputati, sabato 29 aprile, è certamente un evento rilevante, dal punto di vista dei movimenti sociali. Lo è anche, ovviamente, la vittoria dell’Unione su Berlusconi, la prossima formazione del governo Prodi e – forse – l’elezione di un rappresentante del centrosinistra al Quirinale. Ma Bertinotti, e il partito di cui è – ancora per poco – segretario, sono stati, almeno dal ’99, nella corrente del movimento contro il liberismo, quello di Porto Alegre e Genova, ecc. Ancora qui ad Atene, da dove scrivo, nel programma del Forum sociale europeo è prevista la partecipazione di Bertinotti – in quanto segretario del Partito della sinistra europea – a un seminario sul futuro dell’Unione europea. Insomma, Bertinotti è stato in questi anni sia uomo politico che parte del movimento, e su questo perno, come lui stesso ha infinite volte detto, si è avviata la trasformazione di Rifondazione da partito comunista classico, benché piccolo, a qualcos’altro, i cui connotati si dovrebbero riconoscere, nel prossimo futuro, nella Sinistra europea, di cui Rifondazione sarebbe solo una parte, in una struttura “a rete”, mutuata appunto dall’esperienza del movimento, ispirata alla non violenza, alla relativizzazione della “presa del potere”, alla critica dello sviluppo e alla difesa dei beni comuni, alle nuove forme della partecipazione democratica, e così via: tutti i temi che il movimento ha coltivato.
Dunque, l’elezione di Bertinotti è un esito di tutto questo? E’ solo il frutto di un meccanismo politico-politico, tutto interno all’Unione, in cui a Rifondazione “spettava” quel posto, cui invece miravano i Ds e D’Alema? E qual è il rapporto che movimenti e reti sociali debbono tenere con la terza carica dello Stato? Ovvero: il fatto che Bertinotti abbia assunto una carica istituzionale lo mette obiettivamente altrove, rispetto al movimento?
Sono tutte domande cui il tempo si incaricherà di rispondere, com’è naturale. Ma intanto sarebbe bene cercare di capire. Forse escludendo dal ragionamento le due opzioni estreme, pur esistenti nella sinistra più radicale e nel movimento in generale: quella che dice “chiunque entra nelle istituzioni è perciò stesso, se non un nemico, un estraneo”; e quella che viceversa non vede gran problema, nella circostanza, ché anzi il punto sarebbe quello di “riavvicinare” la politica alla società civile, “riformarla” o “rivitalizzarla”. Quella che invece a noi parrebbe l’attitudine più coerente con la “narrazione” della società civile dice: della politica esistente va utilizzato il meglio, ove possibile, sapendo però che il futuro chiede un “altro modo di fare politica”, come dicono gli zapatisti. E’ l’approccio realista di Porto Alegre, il bilancio partecipativo, ed è l’esperienza pratica di anni di relazione tra reti sociali e comunità in lotta con le istituzioni locali, fino al livello delle regioni.
Ma qui siamo ad un altro livello, quello più “alto”, il ramo più importante del parlamento. Dove peraltro, nella percezione di Rossana Rossanda, l’uomo politico Bertinotti sarebbe congelato nel ruolo di gestore dell’agenda politica, punto e basta. Ed è naturalmente un esito possibile, anche se improbabile, considerato che i presidenti delle camere e lo stesso presidente della repubblica hanno, nella crisi prolungata della politica italiana, assunto ruoli, peso e capacità di movimento impensabili nella cosiddetta prima repubblica.
Ma se fosse invece la società civile organizzata a porre a Bertinotti la domanda chiave? Questa domanda dice: ora che tu, uomo politico vicino ai movimenti, che anzi di questo rapporto hai fatto la base della tua politica, hai questo ruolo decisivo proprio per la formazione dell’agenda politica, quale relazione stabile, organizzata, è possibile stabilire tra democrazia rappresentativa e democrazia di base, perché quell’agenda non sia solo, ed eternamente, il frutto del patteggiamento-scontro tra le forze politiche, sotto l’influenza opprimente dei media “mainstream”?
Se la società civile, in piena autonomia, fosse in grado di porre, e porsi, questa domanda, forse lo stesso ruolo di Bertinotti cambierebbe – almeno in parte – di segno. E certo resterebbe dentro il reticolo del dà e prendi della politica-politica, ma potrebbe aprire “finestre” di realtà, grazie anche ai molti deputati vicini o provenienti dal movimento e dal sindacato, ad esempio con un dibattito serio sulla legge Fini sulle droghe, con un ruolo attivo delle reti dei precari nella discussione sulla legge 30, con un’inchiesta a fondo sui Cpt e la loro disumanità…
Forse si può immaginare che l’ambizione di Fausto Bertinotti non si fermi alla presidenza della camera. Certo, davanti ci sono cinque anni molto difficili. Ma in fondo, un uomo politico che nel 1998, all’indomani della caduta del primo governo Prodi, era l’isolato capo di un piccolo partito che aveva appena subito una scissione, ed aveva tutta la politica e tutti i media ostili, e che oggi è riuscito a ottenere la presidenza della camera, può ben guardare più lontano. Allo svolgere quel ruolo in modo autorevole, capace di parlare a una maggioranza di cittadini senza perdere il suo tratto radicale, che diverrebbe semplicemente ragionevole se la crisi del liberismo e i movimenti che gli si oppongono – dalla guerra al furto dei beni comuni – si approfondiranno e allargheranno, come certamente accadrà. Questo farebbe da base reale alla questione: ma chi l’ha detto che, arrivato Prodi all’ultima stazione, a succedergli debba per forza essere Veltroni, cioè un liberista moderato?
Dire che, di fronte alla elezione di Bertinotti alla camera, il movimento italiano ha un problema molto simile a quello dei Sem Terra di fronte all’elezione di Lula, in Brasile, è certamente esagerato e fuori dell’attualità. Ma non poi così fuori dell’orizzonte. E dunque, a Bertinotti toccherà dare segnali di voler cambiare l’agenda politica e il modo stesso di farla. Ai movimenti di coltivare con cura la loro autonomia, tra cui la capacità di parlare alla politica senza esserne cooptati o tacitati.






